Un crescendo di tensione e di pathos e un’attenzione che resta tesa come una corda di violino per lo spettatore di “La parola ai giurati”, l’intenso lavoro ottimamente diretto e recitato da Alessandro Gassman, interprete del giurato controtendenza e ‘seminatore di dubbi’ che nella torrida estate del 1950 si ritrova tra “dodici uomini arrabbiati” - scelti dalla sorte come membri di una giuria popolare variegata per classe sociale, età e origine, ma senza una donna - a dover decidere se mandare a morte un giovane ispano-americano accusato di parricidio.
Dalla piéce teatrale scritta dal grande sceneggiatore Reginald Rose (New York 1920 - Norwalk/ Connecticut 2002) come frutto di un’esperienza diretta è stato tratto nel 1957 un film indimenticabile interpretato da Henry Fonda in modo magistrale: qualità che possiede questo adattamento (patrocinato da Amnesty International) con la traduzione di Giovanni Lombardo Radice.
Le modifiche relative all’origine di due giurati di cui uno venuto dall’Est e un italo-americano - impensabili nell’America razzista e conformista degli anni ’50 in cui in giuria non potevano esserci né neri, né ebrei, né donne - nulla tolgono in efficacia, anzi attualizzano il quadro sfaccettato dei comportamenti umani superficiali, mutevoli, contradditori fondati spesso su false certezze, se non pregiudizi che paiono ancora più radicati in un momento così importante come quello di avere nelle mani la vita altrui.
Una gruppo di attori bene amalgamato dà forza a una recitazione collettiva in cui peraltro ognuno riesce a trasmettere il proprio dramma coinvolgendo lo spettatore in una solidarietà umana anche quando non ne condivide idee e comportamenti.
Straordinaria la scenografia grazie a un impianto scenico (a impostazione fissa) che ben rende la situazione claustrofobica in cui i giurati sono costretti a vivere per alcune ore che scorrono infinite quasi fagocitate dai ritmi della natura rappresentati da magnifiche nuvole che fluiscono veloci e da uno splendido effetto pioggia.
Milano, Teatro Manzoni, 5 novembre 2008
Voto:
In questo clima di moratoria sulla pena di morte, non poteva mancare nei teatri italiani uno spettacolo che toccasse l’argomento da vicino, addirittura con il patrocinio di Amnesty International. La scelta per la seconda prova alla regia di Alessandro Gassman è caduta su un testo ricco di possibilità e riferimenti, che aveva già fatto il successo del giovane Sidney Lumet nel lontano 1957: La parola ai giurati (Twelve Angry Men), di Reginald Rose.
New York. Anni ’50. Il 15 agosto di una torrida estate metropolitana, dodici uomini sono chiamati a comporre la giuria in un processo per omicidio di primo grado e decidere della colpevolezza o meno dell’imputato, un ragazzino di sedici anni accusato di avere pugnalato il proprio padre. Quando i dodici si riuniscono in camera di consiglio, chiusi a chiave per raggiungere un verdetto unanime, tutto sembra già deciso. Il quartiere di provenienza del ragazzo, la sua estrazione sociale, la sua ‘razza’ mai esplicitamente dichiarata, la violenza della ‘gente come lui’ depongono a suo sfavore. Neppure l’avvocato difensore ha fatto nulla per cercare di smontare le prove indiziarie e le dubbie testimonianze contro il suo assistito. Tutti sembrano d’accordo per la piena colpevolezza (e la sedia elettrica) oltre ogni ragionevole dubbio. Tutti tranne uno. Quell’unico giurato, il numero otto interpretato da Alessandro Gassman, riesce a smontare le certezze degli altri undici, instillando all’interno delle loro sicurezze, dei loro pregiudizi, delle loro ottuse mentalità di benpensanti americani il ‘ragionevole dubbio’, unico argine alla pena capitale.
La regia di Alessandro Gassman, talentuoso figlio del ‘mattatore’, sempre più deciso a staccarsi dall’immagine paterna interpretando figure di uomini qualunque, così lontani dalle roboanti prove d’attore del padre, ha più di uno spunto cinematografico. Gli attori, riuniti attorno a un tavolo, danno spesso le spalle al pubblico in sala; le luci permettono di evidenziare dialoghi ‘a parte’ tra i diversi personaggi anche quando si ritrovano a scambiarsi opinioni davanti allo specchio della toilette; l’incalzare del tempo che passa è scandito dalle lancette di un orologio a parete e dal mutare della luce del paesaggio newyorkese al di là di un’ampia finestra a piccoli riquadri; per non parlare dei titoli di coda e dei nomi degli attori proiettati su uno schermo trasparente, mentre una luce ‘occhio di bue’ illumina, nel buio, il volto degli attori, uno dopo l’altro.
Tutto evoca il cinema dei tempi d’oro di Hollywood: i costumi alla Bogart e le acconciature impomatate; la scenografia curata ed essenziale capace di ricreare l’atmosfera di quegli anni; l’ambientazione fumosa e opprimente di quando la sigaretta era ancora ‘politically correct’ (e di sigarette se ne accendono davvero tante).
Ma il ‘pezzo forte’ della messinscena è la caratterizzazione dei personaggi. Nonostante gli spettatori non arrivino mai a conoscere i nomi dei dodici giurati, ma solo il loro numero e talvolta le loro professioni, ogni personaggio è vissuto con tale partecipazione e realismo da ogni attore, da costituire un unicum inconfondibile.
L’architetto, il pubblicitario scanzonato, l’orafo raffinato, il rassicurante presidente di giuria, il timido bancario, il manovale immigrato dall’Europa dell’est, l’italo-americano, l’anziano saggio, il piccolo imprenditore avvelenato dalle proprie vicende familiari, il fanatico razzista, il beffardo tifoso di baseball, l’inossidabile colpevolista. Seguendo le loro supposizioni, i loro battibecchi, le loro accuse e le loro esternazioni più o meno violente, il pubblico impara a conoscerli, a distinguerli, ad amare coloro che si lasciano coinvolgere dai dubbi del giurato numero otto e a disprezzare quelli che continuano a sostenere incrollabilmente i propri preconcetti e le proprie fanatiche convinzioni di colpevolezza.
Dopo tre ore passate velocemente come raramente accade a teatro, lasciarli è come salutare dei conoscenti, dei vecchi amici, dei compagni di viaggio insieme ai quali si è riso e sofferto e si è un po’ cresciuti nella strada verso la verità. Bellissimo.
Bergamo, Teatro Creberg, 10 gennaio 2008
Voto: