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ENRICO IV
Enrico IV

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LO SPETTACOLO

Autore: William Shakespeare
Regia: Marco Bernardi
Genere: tragedia
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile di Bolzano / Teatro di Sardegna
Cast: Paolo Bonacelli, Carlo Simoni e con Corrado d'Elia

Descrizione
L’allegria di Shakespeare è l’allegria pura della creazione, capace di rimanere tale anche quando s’intreccia con la malinconia o con la tragedia. Simile in questo a quella del grande personaggio di Falstaff che troneggia sullo sfondo di Enrico IV, per affermare il proprio trionfo popolare in Le allegre comari di Windsor e cessare di esistere fuori scena nell’Enrico V. Rappresentato la prima volta nel 1597-1598, Enrico IV è un dramma storico diviso in due parti, ciascuna in cinque atti. Un' opera monumentale che viene qui drasticamente ridotta, ma resta rispettosa dell’essenziale arco narrativo, il quale, come sottolinea il sottotitolo dell’opera, mette in scena “la storia di Enrico IV con le battaglie contro i ribelli del Nord e le trovate comiche di Falstaff”. Mentre i nobili del Nord marciano su Londra per rovesciare il potere di re Enrico IV (1399-1413), suo figlio Enrico, il principe di Galles, ama trascorrere vita scapestrata in compagnia di Falstaff, con il quale partecipa comunque alla risolutiva battaglia di Shrewsbury, dove viene ucciso il rivale Enrico di Hotspur, con Falstaff – novello “miles gloriosus” - che cerca di farsene vanto. Nella seconda parte, il sodalizio tra Falstaff e il giovane Enrico prosegue felice nelle bettole, ma cessa d’improvviso con la morte di Enrico IV e l’ascesa al trono del figlio, il quale, negando tutte le aspettative di Falstaff, decide di rompere definitivamente con il proprio scapestrato passato nel nome del primato assoluto della corona.

Enrico IV è un capolavoro: per la mirabile unità tematica che s’impone pur in una struttura complessa; per l’ampiezza della vicenda rievocata e la moltitudine dei personaggi; per la straordinaria, virtuosistica ricchezza del linguaggio nell’alternarsi di prosa e di poesia. Mai come in Enrico IV Shakespeare ha saputo fondere la multiforme ricchezza cromatica del “chronicle play” con la forza dinamica del dramma storico, creando una realtà teatrale al tempo stesso molteplice e unitaria, in cui un unico tema – l’allegoria morale dell’ascesa e caduta dei potenti – viene modulato in chiavi diverse e messo a contrasto con il tema opposto e parallelo della caduta e del riscatto nei tre grandi protagonisti del dramma: re Enrico, sir Falstaff, l’immortale “prediletto della luna”, e l’amletico e istrionico principe di Galles (il futuro Enrico V), autentico centro focale dell’opera.

«Falstaff è uno dei pochi grandi personaggi essenzialmente buoni della letteratura drammatica. Tutta la commedia è giocata sui suoi grossolani difetti, ma non sono difetti tanto banali. Anche se i bei vecchi tempi non sono mai esistiti, il solo fatto che riusciamo a concepirli è un’affermazione dello spirito umano. Che l’immaginazione dell’uomo sia capace di creare il mito di tempi più aperti e generosi non è un segno della nostra follia. Shakespeare canta quel “maggio perduto” in molti suoi drammi, e Falstaff – quella vecchia canaglia di un mangione – lo incarna perfettamente. Tutta la canaglieria, le spiritosaggini da taverna, le bugie e le fanfaronate sono solo un tratto marginale del personaggio, solo una sua maniera di sposare il pranzo con la cena. Non sta lì, il vero Falstaff». Orson Welles
Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LA LOCATION

VERDI
v. Politeama - Sassari (SS)
Tel: 079 239479


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 10/01/2006 al: 10/01/2006)

LE RECENSIONI


La recensione di Luisa Monnet

Shakespeare ha giocato un brutto tiro al tentativo coraggioso del regista Bernardi; Enrico IV non è un’opera che si veda spesso sopra i palcoscenici e forse il motivo c’è. Ridurre i dieci atti delle due parti di cui è composta a due ore e mezzo scarse di spettacolo ha portato molte ombre e non altrettante luci. Consapevole di questo la regia ha sfoltito notevolmente il testo – soprattutto la seconda parte, dedicata all’ascesa al trono di Enrico V – per puntare sugli intrighi di corte contrapposti alle gesta di Falstaff e del giovane erede al trono. Lo spettacolo si concentra infatti sulla presenza stessa degli attori e su uno spazio piuttosto spoglio e anonimo, fatta eccezione per il monumentale trono, simbolo della potere e della solitudine del re, e per una taverna composta da un unico tavolo e da una parte divisoria. Sono le simbologie che dividono i due mondi di Shakespeare: la corte e la bettola. Tre sono le figure che abitano questa dimensione, circondate da una corte e da compagni di bisboccia che passano abbastanza inosservati. A Re Enrico (IV) da voce la prestazione corretta e convincente di Carlo Simoni, misurato ma efficace. Il suo giovane rampollo, il futuro Enrico V, la sorpresa della compagnia, è Corrado D’Elia, cui il ruolo double face di un giovane solo all’apparenza dissoluto, in realtà ben conscio del potere e del suo peso, calza a pennello, in un’interpretazione degna di essere ricordata per l’energia e l’emozione vissuta direttamente nel corpo e nella voce. Il terzo personaggio, nonché colui su cui si posano le luci della ribalta e la penna del Bardo, che efficacemente tratteggiò il suo Fool migliore, è John Falstaff alias Paolo Bonacelli. Gran parte dello spettacolo, sia registicamente che artisticamente riposa sulla presenza scenica del vecchio attore: è stata forse una manovra arrischiata. Bonacelli ha scelto per il suo Falstaff un’interpretazione quasi in sordina in cui i toni gai e sfrontati di un qualunque buffone acquistano sfumature leggermente bofonchianti e piagnucolose. È un personaggio che in qualche modo si impone, non fosse che per la “mole” del corpo, ma non siamo del tutto certi che gli applausi che più volte hanno salutato a scena aperta entrate e uscite del mattatore siano stati più che altro un omaggio ai trascorsi e non ai presenti meriti dell’artista. Personaggi che sfuggono di mano, una regia e una messa in scena riuscite a metà, un adattamento linguistico che qualche volta, per assecondare modernità e scioltezza, perde in ricchezza e vivacità: il bilancio finale sconfigge la lucidità e l’efficacia di un Enrico IV che andava peraltro mostrato, in un momento in cui i palcoscenici d’Italia preferiscono assicurarsi applausi da parte di generi più fruttuosi, almeno dal punto di vista meramente gastronomico Roma - Teatro Eliseo 27 marzo 2007
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Voto: Voto del Redattore: Luisa Monnet


La recensione di Edgardo Bellini

Coprodotto da due teatri di massimo rilievo nazionale, questo lavoro si è misurato anzitutto con l’arduo progetto di ridurre due ponderosi drammi scespiriani ad un testo unitario da rappresentare in una sola serata. Oltre ad investire la sfera filologica – che ha portato a ritenere meno “importante” per una messa in scena attuale quel materiale drammaturgico più legato al tempo originario della rappresentazione – l’operazione ha concentrato l’impegno sulla selezione dei punti focali di un testo decisamente complesso. Bernardi ha scelto di far confluire la narrazione su due elementi principali: l’opposizione tra l’ambiente della corte, austero e formale, e quello della taverna, conviviale e plebeo; e l’evoluzione dei rapporti fra Enrico IV e il figlio Enrico, e tra quest’ultimo e Falstaff. La proposta scenica conseguente risulta piuttosto limpida: la scenografia, ancorché minimale, riproduce apertamente la severità del mondo regale, reso con un fondale nero e l’essenzialità geometrica del trono, in contrasto con l’interno della taverna, luminoso e più realistico. Le scelte di regia sono ben concentrate sulla messa in evidenza dei temi: eccellente Carlo Simoni a rendere un monarca nobilmente inquieto, oscuro come l’autorità che rappresenta, e bravissimo Corrado D’Elia ad interpretarne il doppio, con una fisicità aperta e squillante, anche se a volte arriva leggermente manierata; prezioso ed efficace il Falstaff di Paolo Bonacelli, sulla cui esecuzione vagamente stralunata e fortemente personale si appoggia spesso il ritmo della scena. Appena meno convincente la traduzione del testo scespiriano, non sempre omogenea a questo sistema coerente di segni; se da un lato, infatti, è marcata l’opposizione del registro “alto” e “basso” per i diversi contesti, dall’altro non si avverte una scelta compiuta sulla collocazione temporale della lingua, cosicché, ad esempio, in una stessa scena – quella della rapina – convivono senza troppa armonia espressioni desuete («fare scherzo», «sciaboletta molle») ed evidenti anacronismi («violenza psicologica»). Operazione culturale ammirevole – in Italia le messe in scena dell’Enrico IV di Shakespeare dal dopoguerra ad oggi si contano sulle dita di una mano – ed esito di buona qualità; il teatro immortale su cui non si sbaglia mai a scommettere. Teatro Bellini - Napoli, 27 febbraio 2007
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Voto: Voto del Redattore: Edgardo Bellini

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