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SHYLOCK: IL MERCANTE DI VENEZIA IN PROVA
Shylock: il Mercante di Venezia in prova

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LO SPETTACOLO

Autore: Roberto Andò e Moni Ovadia
Regia: Roberto Andò e Moni Ovadia
Genere: teatro sperimentale
Compagnia/Produzione: Nuova Scena - Arena del Sole - Teatro Stabile di Bologna
Cast: Moni Ovadia, Shel Shapiro, Ruggero Cara, Lee Colbert, Roman Siwulak, Maxim Shamkov, e Moni Ovadia Stage Orchestra: Luca Garlaschelli (contrabbasso), Massimo Marcer (tromba), Albert Mihai (fisarmonica), Vincenzo Pasquariello (pianoforte), Paolo Rocca (clarinetto). Scene: Gianni Carluccio. Costumi: Elisa Savi. Luci: Gigi Saccomandi. Suono: Mauro Pagiaro. Regista assistente Gabriele Tesauri.

Descrizione
Dopo Le storie del signor Keuner di Brecht – anch’esso prodotto da Nuova Scena - Teatro Stabile di Bologna e Emilia Romagna Teatro Fondazione – Roberto Andò e Moni Ovadia tornano a collaborare nella riscrittura del Mercante di Venezia di Shakespeare per un nuovo spettacolo che si inserisce nel solco di quel teatro musicale su cui Moni Ovadia ha da sempre incentrato la sua ricerca espressiva, fondendo l’esperienza di attore e di musicista.
In scena, nel ruolo di Shylock, un interprete di eccezione: Shel Shapiro. Pioniere della musica rock in Europa e uno dei padri della canzone italiana a partire dagli anni Sessanta, il mitico leader dei The Rokes, ha proseguito la sua carriera come autore arrangiatore e produttore per approdare negli ultimi anni sulle scene teatrali con il recital Sarà una bella società su testi di Edmondo Berselli.

"Un luogo imprecisato, a metà tra un ospedale e un mattatoio, in un futuro che è già cominciato. Un enigmatico mercante, del cui patrimonio non si con
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

TRAIANO COMUNALE
c.so Centocelle 1 - Civitavecchia (RM)
Tel: 0766 370011
Sito Web: www.teatrotraianocibitavecchia.it


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

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LE RECENSIONI


La recensione di Daniela Cohen

Occasione sprecata

Considerando i magnifici personaggi in scena, la musica della Moni Ovadia Stage Orchestra dal vivo, l’attesa nei confronti di uno spettacolo tratto dal pretesto di mettere in scena un testo di Shakespeare, nientemeno che Il mercante di Venezia, ecco come la mia delusione per quanto visto al debutto sia stata profonda. Innanzitutto perché, debbo proprio dirlo, qualsiasi frase celebre e molto significativa, se viene estrapolata da un contesto e poi ripetuta più volte, in lingue diverse, coi sottotitoli proiettati sul fondale insieme a immagini di ogni genere, non è che alla fine si stampi nella mente del pubblico di più: diventa un’ossessione insopportabile e perde di significato!

Ormai non credo che si possa fare nulla per migliorare questo lavoro, firmato a quattro mani da Roberto Andò e Moni Ovadia, entrambi uniti pure a curare la regia, tristissima, buia, illuminata forse più dalle sgargianti giacche di paillettes multicolori oversize del personaggio dell’impresario, un per quanto bravo Ruggero Cara che nulla poteva se non fare del suo meglio, magari pure convinto. Ma come si fa a riproporre il monologo di Shylock che chiede se un ebreo, punto, sanguina come tutti gli altri, facendolo pronunciare da un improbabile Hitler, in tedesco con sottotitoli, per cui era forse la seconda o terza o quarta versione della stessa battuta,  per poi dare all’infermiera in giarrettiere e calze bianche la voce dell’indignazione, gridata in spagnolo, che urlava che non si fa. E che Ovadia ovviamente insulta dandole della cretina. Come me, forse. Non ci ho capito una mazza, di questo allestimento. La cosa più difficile, in questa accozzaglia di improbabili simbolismi, è la pretesa di spiegare o solo mostrare perché tutti ce l’hanno con gli ebrei, ovvero perché ci sono tanti pregiudizi.

In effetti potrebbe essere utile riguardare per l’ennesima volta le foto di persone dagli sguardi luminosi aperti sul mondo, tutti morti nelle camere a gas e cremati nei forni nazisti, come Anna Frank e tutti gli altri in bianco nero, proiettati sul muro con la musica o altro. Devo però aggiungere che, pur molto attenta a seguire il tutto, francamente sono rimasto piuttosto disgustata dalle volgarità e dalla sguaiatezza di alcune scenette, oltre che da battute talmente fuori luogo in tal contesto da far rabbrividire. Inutile dire che a mio avviso un vecchio attore che si fa toccare lascivamente dall’attricetta in cerca di un ruolo e che, non prima di aver apparentemente goduto del suo potere, un attimo prima di farsi slacciare i pantaloni  la getta a terra con un ‘Non sono mica il presidente del consigli!’ è una scena di un altro film. Ma che diavolo c’entrava con Shylock?

Se vogliamo fare allusioni alla cronaca, allora non si porti in palcoscenico anche argomenti seri davvero, non si presenti Moni Ovadia che indossa il ‘tefillim’ sul braccio e sulla testa, commettendo quasi un sacrilegio, per poi muoversi col ‘talleth’ avvolto addosso, salmodiando -qui sì, in modo magnifico- un canto antico ebraico. E allora forse è più facile dire cosa mi è piaciuto: la sua voce e pochi altri momenti significativi, la musica dal vivo e un momento di sarabanda fra tutti gli interpreti che, per quasi due minuti, ha riportato in vita il genio di Tadeus Kantor, quando faceva ballare i suoi cadaveri ne ‘La Classe Morta’. Sul resto stenderei un pietoso velo, specialmente sul ruolo di Shel Shapiro che, non so per quale maligna ragione, ha interpretato il vecchio Shylock per la maggior parte del tempo sdraiato su un letto d’ospedale, vestito di una palandrana squallida e costretto a tremare incurvato per apparire vecchissimo e malato, tanto che di fatto era Moni a ‘sostituirlo’ per farlo riposare di più.

Qui non si parla della tristezza shakespeariana, ma della tristezza di una grande, incredibile occasione perduta. Peccato. Posso solo cogliere l’occasione per fare i miei complimenti a Moni Ovadia, che ha perso tutta la panza che lo appensantiva da alcuni anni, anche se non è una ragione sufficiente per dì salire su un trampolo e saltare a piè pari anche lì troppe volte. Una sola volta bastava. Insomma, è sembrato del tutto dimenticato l’antico e assoluto dogma teatrale che ‘il meno fa di più’ e mai il contrario.

Visto il 04/02/2011 a Milano (MI) Teatro: Elfo Puccini - sala Shakespeare

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Voto: Voto del Redattore: Daniela Cohen


La recensione di Federica Onorato

Così ebreo così umano

“La tristezza ci rende stupidi, ci sforziamo di fare del teatro”. Iniziano così le “Prove del Mercante di Venezia”. Le parole del regista vanno a snidare gli occhi nel buio della platea. La tristezza infinita dei vecchi se la porta addosso quell’uomo stanco che dall’alto del suo trespolo guarda la scena vuota. Di Shakespeare e del suo teatro gli è rimasta una t-shirt posticcia made in China, sotto la giacca la faccia del Bardo è ancora incredula. La penombra è puntellata di organi umani, pendono alle pareti. Cola sangue sul muro di fronte, non si è ancora rappreso. Difficile capire dove siamo, è una no land di desolazione quel teatro svilito. Ma c’è uno specchio ricavato sul fondale e dentro ci siamo noi.

Assistiamo al baratto. Il regista non ha più nulla da perdere, scende a patti. Paga la vita in cambio dell’arte. Si chiederà più volte dove inizia l’una, dove finisce l’altra ma non troverà soluzione di continuità. Il sistema metrico decimale non può leggere l’Arte. Non la sa codificare. La libbra di carne è l’unità di misura della primitiva Legge del Sangue. Tanto chiede al regista il losco imprenditore che animava le navi da crociera. Poco importa la provenienza dei capitali, se sono giochi di finanza creativa, se è la tratta di organi, le armi, le donne o la droga. Il colore dei soldi mette tutti d’accordo, senza domande. “Nothing comes from nothing”. Scopriremo che il regista cova da dieci anni il suo “J’accuse” e quei soldi sono l’ultima occasione per farsi sentire; all’impresario invece manca solo il cuore dell’artista per completare la sua collezione di organi, i soldi sono il ricatto atteso.

Il teatro comprato è il primo ossimoro che Moni Ovadia e Roberto Andò mettono in scena. Shakespeare è la lingua senza geografia né tempo. Italiano, inglese, tedesco, spagnolo, ebraico, rom diventano una Babele linguistica impastata col sangue. Le Venezie di ieri, i Buchenwald del secolo breve, le Ville Certose di oggi: un atto unico e irrisolto. Shakespeare racconta “l’acrobazia dell'uomo di farsi mercante di ciò che non è in vendita”. Oltre quelle parole ogni luogo è stato profanato. Non esiste futuro, non esiste speranza. Solo tragedie indicibili, finché l'eterno gioco del prestito e del debito governeranno un mondo demistificato dall’ipertrofia del denaro. Al monologo più famoso del “Mercante di Venezia” il regista si aggrappa con le unghie. Diventa il topos linguistico: ripetuto, raddoppiato, esasperato. E’ il verso del teatro che muore. La Torah laica dell’Arte venduta al migliore offerente.

“Se ci pungete, non sanguiniamo?
e se ci fate il solletico, non ridiamo?
Se ci avvelenate, non moriamo? “
L’eco di Brecht è potente. Lo straniamento prende allo stomaco.
“Un ebreo, non ha occhi? Non ha mani, un ebreo, membra, corpo, sensi, sentimenti, passioni? Non si nutre dello steso cibo, non è ferito dalle stesse armi, soggetto alle stesse malattie, guarito dalle stesse medicine, scaldato e gelato dalla stessa estate e inverno di un cristiano?”.
Così prende la parola Shylock. E’ sempre stato sulla scena lui, fin dal primo momento. Sdraiato, su un letto di ospedale, accanto un’infermiera isterica teledipendente, un cardinale e un misterioso prelato. In quattrocento anni di attesa anziché smussare i tratti caratteristici Shylock ne aggiunge altri, più stereotipati ancora. Sempre in bilico sul crinale tra realtà e finzione, storia e incubo. Alle parole si mescolano note musicali: dai Queen al gospel, da “Money” alle suggestioni klezmer e balcaniche. Lo straniamento brechtiano si stempera nelle canzoni pop. Shakespeare si confonde nelle coreografie stile Broadway. La scrittura teatrale schiera le tutte le sue Muse perché la sommatoria dei pregiudizi sia nulla. Emarginato e strozzino. Cenere dai camini di Auschwitz, bambino errante a Buchenwald, assassino sulla Striscia di Gaza. In uno dei momenti più alti il monologo si mescola a un discorso hitleriano e il telo bianco sul fondo si riempie di facce con la stella gialla al petto. Sempre più piccoli i volti da non distinguerli più: sono così tanti. Ieri ebrei, oggi zingari, domani? Il tempo sincronico, lo spazio circolare sembrano quasi voler ripristinare quell’ordine morale che ha reso l’uomo vittima di un “disancoramento cronico”. La parola e l’anima mutilate per sempre, diventate merci di scambio.
“Stranieri a se stessi”: non solo Shylock, non solo il regista. Stranieri a se stessi sono innanzi tutto gli attori “scalognati” assoldati per pochi spiccioli dall’impresario. Giovani precari saltano da un ruolo all’altro, scendono a patti tutti i giorni. Si svendono ogni volta pur di guardare da lontano un sogno. In questa moderna Compagnia della Contessa il talento svilito è consapevole. Tutta la tristezza del mondo è la tristezza del teatro in questo momento.
“Sono giovani”, dirà l’impresario con la giacca di lustrini, se hanno talento cosa importa, cui prodest? L’unica cosa che conta è che Porzia sia gentile con gli amici, che si lasci accarezzare. Carne da macello in un mattatoio: la giovane vale tanti ducati quante le libbre del suo corpo acerbo. E lei lo sa. Morirà un po’ tutti i giorni, senza neppure accorgersene. Nessun bene è eterno sul mercato: ogni cosa si deprezza. La legge del Denaro vince sulla legge mosaica dell’ebreo Shylock, vince sulla Legge cristiana di Venezia.

Inevitabilmente va in scena un testo politico. Il teatro può solo essere politico se vuole sopravvivere nel 2010. Diventa inattaccabile quando parla Shakespeare. Anche oggi per protestare si scende a patti, mercanteggiando la propria arte con libbre di carne. Ma non abbiamo più nulla da perdere.
Soprattutto se siamo giovani ed abbiamo talento.


 

Visto il 28/11/2010 a Pisa (PI) Teatro: Verdi

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Voto: Voto del Redattore: Federica Onorato


La recensione di Francesco Rapaccioni

Stranieri a se stessi

Jesi, teatro Pergolesi, “Shylock. Il mercante di Venezia in prova” di Roberto Andò e Moni Ovadia da William Shakespeare STRANIERI A SE STESSI Roberto Andò e Moni Ovadia tornano a scrivere insieme per il teatro dopo “Le storie del signor Keuner” da Bertolt Brecht, mettendo le mani sul mercante di Venezia shakespeariano. La vicenda è ambientata ai giorni nostri, in un luogo post-industriale che potrebbe essere un loft adattato a teatro ma ancor più un ospedale psichiatrico. Moni Ovadia interpreta un regista ebreo che incontra un produttore (Ruggero Cara), un multimilionario sbruffone e presuntuoso (che ha cominciato cantando sulle navi da crociera) che si scopre commerciare con esseri umani e organi. Nei panni di Shylock, ma anche dello stesso Shakespeare, Shel Shapiro. L'inizio dello spettacolo introduce nel luogo e nelle intenzioni della trama, Ovadia è ironico come suo solito ma intristito. Il regista vuole tornare in scena dopo dieci anni ed incontra così il produttore dello spettacolo e la “bad company” che lo metterà in scena, una congrega di persone diversissime tra loro, improbabili personaggi. Molti, ironici ed intelligenti gli agganci al contemporaneo (“oggi i politici sono gli unici a voler continuare a recitare”), anche se alcuni momenti paiono meno risolti. Come consuetudine negli spettacoli di Ovadia, alle parole si mescolano musiche e canzoni, che in questo caso spaziano dai Queen (“Who wants to live forever” viene spesso ripetuta) al gospel (“When Israel was in Egypt land, let my people go”), da “Money” a suggestioni klezmer e balcaniche con un'orchestrina dal vivo, la Moni Ovadia Stage Orchestra (Luca Garlaschelli, Massimo Marcer, Albert Florian Mihai, Vincenzo Pasquariello, Paolo Rocca). La scrittura teatrale coinvolge più lingue per superare barriere geografiche: italiano, inglese, tedesco, spagnolo, ebraico, rom (sempre comprensibile o tradotto sul muro di fondo), una Babele linguistica. Moni Ovadia e Shel Shapiro si alternano nel ruolo di Shylock, Shel Shapiro è un po' Shylock un po' Shakespeare, guardato a vista da una infermiera supersexy, teledipendente e isterica. In scena anche una Porzia seminuda, la cui interprete fornisce prestazioni sessuali (forse per ottenere/mantenere il ruolo nel mondo dello spettacolo, spinta/ricattata dal produttore). La vicenda viene incentrata sulla questione del contrasto di religione, ebraica e cristiana (rectius cattolica), partendo dalla caricatura dell'ebreo fatta dalla Chiesa in epoca rinascimentale e a cui si è allineato per certi versi il Bardo. Vibrante il momento in cui il testo shakespeariano si mescola a un discorso hitleriano (in video). Ovadia calca la mano sull'elemento di diversità della figura di Shylock che lo rende inviso al contesto in cui vive, rendendolo odioso ai suoi stessi concittadini senza certi motivi: però l'ebreo che cosa ha di diverso dal cristiano? Nulla, ovviamente. Se non pretesti artificiosi e artificiali precostituiti ad arte. Guardando l'oggi, Shylock è uno zingaro: il fisarmonicista della band canta con doppia voce, baritonale e in falsetto come un contraltista, il suo essere zingaro (con scontata bandana nera e grosso orecchino piratesco) “Essere stranieri a se stessi, avere come puntelli improbabili solo ingiallite foto”. Nel momento del processo, l'avvocato-Porzia pronuncia con spregio e sfregio la parola “ebreo” per colpire e ferire Shylock, mentre sul fondo sfilano foto sbiadite di ebrei con la stella gialla sul petto, e “l'accusa” suona particolarmente sinistra contro Moni Ovadia. Nel finale i due protagonisti sono lunghi sui lettini-barella dell'ospedale e se la ridono. Teatro gremito, molti applausi. Su questi Ovadia annuncia la lieta notizia della liberazione dei tre italiani in Afganistan riconosciuti non colpevoli: Emergency è compagna di viaggio di Ovadia. FRANCESCO RAPACCIONI

Visto il 18.4.10 a jesi (an) Teatro: pergolesi

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Giulia Clai

Produzione firmata Nuova Scena, Arena del Sole, Teatro Stabile di Bologna, si tratta di un Mercante di Venezia completamente riscritto per l’occasione da Moni Ovadia e Roberto Andò. “Shylock: il mercante di Venezia in prova”, ripercorre la vicenda shakespeariana attraverso le prove di una compagnia che deve mettere in scena la vicenda di Shykock in forma di teatro musicale. Ovadia entra dunque nell’albo d’oro degli Shylock. Nel ruolo di Shylock, un interprete di eccezione: Shel Shapiro, pioniere della musica rock in Europa. Moni Ovadia, musicista, attore e scrittore dedito al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale della cultura Yiddish e mitteleuropea, è da sempre attivo fautore della pace e della giustizia sociale. Nell’affrontare Il mercante di Venezia ha voluto cercare e valorizzare quei temi che, oggi come cinquecento anni fa, lo rendono complesso e inquietante. Andò e Ovadia lo hanno riscritto trasformandolo in un gioco meta teatrale, in cui la vicenda viene raccontata da un regista che tenta di provare lo spettacolo cercando, nel contempo, di accordarsi con un equivoco impresario la cui fortuna è legata al crimine. “L’ossessione del regista e quella del mercante sono speculari: il primo vorrebbe restituire a Shylock la libbra di carne che gli è stata negata cinquecento anni fa, l’altro vorrebbe acquistare un altro pezzo speciale nella sua collezione di libbre, catturando il cuore di un artista”, spiegano i due autori. Un deposito, un ospedale in rovina. Un grande telo bianco . È questo lo spazio in cui è stato immerso “Shylock, il Mercante di Venezia in prova”. Si parte da Shakespeare per guardare al lavoro degli altri e poi ricrearlo. Questo Mercante si sofferma sulla figura dell’ebreo più famoso del mondo, Shylock, e gli crea attorno un mondo immaginario, un incubo che parte da lui e a lui ritorna. Shylock ha più di quattrocento anni e porta su di sé il peso, la rappresentazione dei mali del mondo, accudito da una infermiera , Lee Colbert. L’alter ego di Shylock, un regista in disarmo, per tutta la vita ha sognato di mettere in scena il Mercante di Venezia, nel nome di un teatro che venga dal cuore. L’impresario (Ruggero Cara), altalena tra mafia e commercio d’organi, finanziatore dell’operazione con un doppio desiderio: quello del regista di restituire a Shylock il suo cuore, e quello dell’impresario che vuole possedere il cuore del regista. È un gioco delle parti complesso, da snellire qua e là. Due sono i momenti chiave: il celebre monologo di Shylock sull’eguaglianza fra gli uomini e la marcia finale come in un circo metafisico, tutti in tondo. Verso dove?

Visto il 10/03/2010 a Bologna (BO) Teatro: Arena del Sole - Sala Grande

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Voto: Voto del Redattore: Giulia Clai


La recensione di Silvia Cosentino

Un'attesa lunga quattrocento anni Un inquietante ambiente, dominato da un tetro grigio, acceso da reliquie di carne umana appese ai lati e da un enorme schizzo di sangue sopra uno specchio ricavato sul fondale. Qui si consuma il dramma, giacché solo per Antonio e la sua armoniosa compagnia si può ipocritamente parlare di commedia, del Mercante di Venezia shakespeariano; qui si consuma il dramma del teatro odierno secondo Moni Ovadia. Squallidi letti da ospedale muovono lo spazio di questa stanza della tortura, mattatoio in cui un regista è alle prese con le prove (da qui il titolo dello spettacolo) di una grottesca compagnia diretta da un impresario senza scrupoli. Ovadia indossa un completo scuro, da cui spunta il ritratto di Shakespeare stampato sulla T-shirt, e scarpe da ginnastica: appollaiato su un buffo seggiolone, l'artista dirige la finzione nella finzione, nella vana speranza di rendere giustizia a Shylock, uno dei grandi cattivi della drammaturgia di tutti i tempi, e al teatro stesso. Gli attori della squinternata compagnia e lo stesso Ovadia si palleggiano le splendide battute dell'opera (in un'apprezzabile sintesi realizzata con Roberto d'Andò), ripercorrendo con buon ritmo i tratti salienti della vicenda. A corto di uomini, il viscido impresario (Ruggero Cara) e il regista vestono rispettivamente i panni di Antonio e dell'ebreo; li affiancano Bassanio, pateticamente effeminato, chiaro indizio della liaison amorosa con il mercante, e la licenziosa Porzia, nella sua affusolata e sfrontata nudità attraverso una leggera camicia da notte. A completare l'improbabile gruppo, Nerissa/infermiera tuttofare, schizofrenica nella commistione di più lingue, e i musicisti/attori della Moni Ovadia Stage Orchestra. Con un meccanismo esplicitamente desunto dai Sei personaggi in cerca d'autore, la prova viene continuamente interrotta non solo dall'insoddisfazione del regista, che si lascia andare a considerazioni metateatrali, ma da una presenza significativa e ingombrante: Shylock in persona è sul palco, in attesa di essere degnamente rappresentato. Avvolto in una pesante veste di velluto verde, aperta su un triste camice da malato, il magnetico Shel Shapiro interpreta l'ebreo claudicante e indifeso, vigoroso nella propria rabbiosa attesa di riscatto. In una fin troppo compiaciuta altalena tra italiano e inglese, il celebre monologo (Non ha occhi un ebreo? Non ha mani organi statura sensi affetti passioni?...) diviene ossessivo refrain, sottolineato da didascalie e immagini proiettate sul fondo, espediente più volte utilizzato da Ovadia. Evidente la ricerca di uno straniamento brechtiano anche nell'inserimento di canzoni pop e coreografie in perfetto stile Broadway, che vanno a stemperare le inevitabili, intense emozioni suscitate dalle battute shakespeariane. In due ore di spettacolo, che non manca di tradire momenti dal ritmo debole, Ovadia/regista condanna tutto e il contrario di tutto. Sbraita la propria stanchezza verso l'ebreo da sempre demonizzato, ma anche verso la pietà di chi lo dipinge vittima per lavarsi la coscienza; ironizza sul rapporto omosessuale tra Bassanio e Antonio ed enfatizza lo squallore della condotta di Porzia, situazioni più o meno celate nella commedia, ma ormai divenute scontate sul palco. Prende le distanze dal triste panorama teatrale di oggi, la mancanza di autori, lo spreco dei talenti, l'avidità degli impresari: tuttavia ne fa parte, nel disperato tentativo di far coincidere il teatro con la propria idea di arte e di vita. Rivendica la libertà e l'individualità degli ebrei, così come quella di ogni uomo, destinato tuttavia a condividere un comune destino che vedrà l'umanità risollevarsi o sprofondare senza eccezioni per nessuno. In questo ampio spettro di prospettive, non particolarmente originale per gli addetti ai lavori, ma di certo ben condotto e coinvolgente, Ovadia non offre soluzioni. La messinscena si svolge e si conclude come è noto, con il processo e l'uscita del remissivo Shylock: regista e personaggio hanno fallito, nessun assunto teatrale è stato rovesciato; sono passati quattrocento anni, ma nemmeno questa volta l'ebreo (e con lui tutti gli ebrei) avrà soddisfazione, nessuna libbra di carne. I due condividono la stessa sorte, l'internamento in manicomio, affrontato con un'amara risata. Shel: “Cosa ti aspettavi?”, Ovadia: “Niente”. Spettacolo visto a La Versiliana (Marina di Pietrasanta, Lucca) il 27 luglio 2009 Foto di Raffaella Cavalieri – Iguana Press
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Voto: Voto del Redattore: Silvia Cosentino


La recensione di Cristina Poggi

“Da brivido, non convenzionale”, per citare il testo stesso di questo spettacolo visionario. Solitamente le recensioni si scrivono per accompagnare la scelta dello spettatore, per guidarlo: ma in questo caso è ben più utile un monito piuttosto che un vademecum. Leggere attentamente il titolo e fare le debite considerazioni prima di alzarsi dal proprio posto a metà spettacolo. Non è Shakespeare, è Ovadia, che ci offre un bouquet di fiori dall’olezzo pungente ma accattivante, travalicando i limiti del teatro “classico” e divenendo attore e retore allo stesso tempo. Una prova generale, una lectio magistralis a più voci, potrebbe essere anche un film o una tesi di laurea multimediale. Le etichette non bastano e non servono per spiegare quanto Ovadia si propone di fare in due ore di spettacolo incentrato sulla sintesi antologica del vero “Mercante di Venezia”, con tanto di citazioni attuali, riferimenti storici e sottotitoli per non esperti. Presenza sussiegosa e magnetica, Shel Shapiro completa l’eterogeneo puzzle di una tragi-commedia ironica e scomoda, come tutte le verità non dette. Verona, Teatro Romano, 23 Luglio 2009
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Voto: Voto del Redattore: Cristina Poggi

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