MEMORIE DI ADRIANO
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 4
LO SPETTACOLO
Autore: Marguerite Yourcenar Descrizione
Un testo vivo e profondo, un’autobiografia intensa e suggestiva, ma soprattutto il testamento spirituale di un grande personaggio storico che intravede i suoi ultimi giorni. Un grande protagonista del teatro italiano torna a interpretare l’imperatore Adriano, vissuto nel I secolo d.C. e restituito a nuova vita dalle pagine scritte da Marguerite Yourcenar dopo trent’anni di intenso lavoro (il libro è del 1951, ma fu concepito dall’autrice nei primi anni ’20). Un progetto iniziato nel 1989, con la prima assoluta a Tivoli, nella suggestiva cornice di Villa Adriana, che prosegue nel tempo e assume significati sempre nuovi nel corso degli anni. «Mai come oggi – dice Scaparro – questo spettacolo e questo testo mi sembrano così attuali. In un mondo dove i fondamentalismi e l’ignoranza seminano morte e distruzione, le parole di Adriano assumono un significato profondo, indicandoci, forse, uno spiraglio di speranza: “Non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole”». E anche per Albertazzi, Adriano è una figura sempre nuova, «perché – spiega – il mio incontro con lui è un “incontro molecolare”: Adriano cambia sempre, come cambia il mio sistema cellulare». Al Teatro Strehler, su una scena nuda, in cui si scorgono solamente frammenti di colonne, Adriano, dichiara Albertazzi, «ha il carattere di un’apparizione, in un luogo relativamente ospitale, come un palcoscenico, di un personaggio storico, spogliato dai connotati storicistici. Certi momenti, come quelli del finale che riguardano più da vicino la morte di Antinoo, risultano addirittura più espressivi che all’aperto. Una sfida vinta.» Ad animare la scena, la danza di Fabio Correnti nel ruolo di Antinoo. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
TEATRO DUE (STABILE) LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Cristina Poggi
Giorgio Albertazzi veste i panni di un imperatore, di un uomo, di un Dio. Nel delirio di onnipotenza di un personaggio storico appartenente al mito, quale fu Adriano, l'attore sembra a suo perfetto agio.
La conosciuta voce calda e un po roca, i lunghi respiri per occupare gli spazi scenici, e le lente movenze di un "vecchio canuto, bianco per antico pelo".
La sua fama lo precede, ed il calore del pubblico sembra non vedere la stanchezza delle sue parole, non da peso all'abulia con cui compie certi passi, all'abitudinarietà priva di pathos nelle quali un lapsus lo porta ad assume le sue plastiche pose sceniche.
Ma ormai Giorgio Albertazzi è un nome che da solo basta ad alimentare l'entusiasmo e la voglia di andarlo a veder calcare le vecchie assi in legno di qualsiasi teatro.
Il bellissimo testo del romanzo di Yorcenar è pregno della filosofia greca "kalos kai agathos", sintetizzazibile in un italiano "bello e buono", che però non riesce ad esprimere l'anelito all'equilibrio e completezza ricercati nei ginnasi ellenistici.
Cesare avrebbe parlato di "otium et negotium", qualcuno forse penserebbe al tao.
Tutti, in ogni caso, non possiamo negare la ricchezza espressiva di uno spettacolo che porta sul palco anche un givanissimo ballerino, perfetto e senza età come se fosse l'anima di una statua di Fidia; si aggiungono alcuni ginnasti quasi circensi nella loro abilità danzante e la voce di una "matrona" forse realmente spagnola ma di indubbia passionalità artistica.
Non è solo un monologo, e nemmeno la lettura di un testamento. E' un ricordo animato e senza tempo.
Viato al Teatro Sociale di Brescia il 3 Dicembre 2006.
La recensione di Claudio Finelli
La plasticità della memoria: questa la cifra più evidente della splendida messinscena di “Memorie di Adriano” allestita da Maurizio Scaparro, spettacolo di cui è protagonista un Albertazzi quanto mai sobrio e misurato che, a diciassette anni dalla prima replica messa su nella villa Adriana di Tivoli, sembra recitare le parole della Yourcenar con inattesa autenticità.
Definire la riduzione per il teatro di Jean Launay alla stregua di un’autobriografia apocrifa e drammatizzata dell’imperatore Adriano sarebbe senza dubbio riduttivo, così Albertazzi dà voce ad un personaggio che, approssimandosi con lucida consapevolezza agli ultimi giorni della sua vicenda mortale, si impegna in un complesso bilancio esistenziale che investe gli aspetti più intimi della propria attività politica e della propria storia privata.
Le parole di Adriano, le sue riflessioni, i suoi sogni e le sue paure acquistano, mercé la vibrante interpretazione di Albertazzi, una fisionomia assolutamente mobile, non sono tratti di un’istanza biografica sospesa tra il reliquario arcadico e l’armonica consonanza classicistica, quanto piuttosto segni riconoscibili di una sensibilità universale, forme attendibili di un’immaginario attuale, sempre vivo al di là di qualsiasi disposizione antiquaria.
L’immagine di Adriano si staglia nella sua problematicità emotiva sul fondo scabro di una scena quasi nuda ed esprime la propria inclinazione ai comportamenti estremi, in questo l’Augusto si fa sodale d’ogni individuo che, eludendo gli inganni della sorte e le inique circostanze dei propri tempi, affronta la vita con la curiosità intellettuale di chi non si appaga d’alcuna lettura sistematica ed inerte delle cose del mondo: "Io ho occupato volta a volta tutte le posizioni estreme, ma non vi sono rimasto, la vita me ne ha fatto sempre slittare".
La voce di Albertazzi/Adriano diventa intensa e commossa quando, denunciando l’atrocità incipiente del caos, comunica l’esigenza di contrapporvi la radicata cultura del pensiero occidentale, la speranza di una sopravvivenza affidata alla saggezza dei valori condivisi: "sopravverranno le catastrofi e le rovine, trionferà il caos ma, di tanto in tanto verrà anche l’ordine, non tutti i nostri libri periranno, si restaureranno le nostre statue infrante, altre cupole ed altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole, vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno e sentiranno come noi".
Con grande sensibilità psicologica, Albertazzi/Adriano si abbandona alla sofferta rievocazione della personale vicenda erotico-sentimentale, analizzando la contraddittoria natura e l’astruso destino della passione che, in lui, prende le languide forme del prediletto giovane Antinoo di cui, morto nel fiore degli anni, l’imperatore dirà "non l’amavo di meno, l’amavo, anzi, di più; ma il peso dell’amore, come quello di un braccio teneramente posato sul petto, a poco a poco si rendeva pesante" .
Ed infine, dalla eterna plastica suggestione del ricordo alla plasticità lirica del verso eterno, il canto di Animula vagula blandula accompagna gli ultimi istanti di Adriano sulla scena del mondo e riga gli occhi degli spettatori (mica cuori di pietra)di lacrime deliziose.
Napoli, Teatro Bellini, 14 novembre
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