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MEMORIE DAL SOTTOSUOLO

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I Commenti

I Commenti degli Utenti

Dunque.. Ho visto questo spettacolo al teatro Mercadante e da buon napoletano posso dire che è davvero un gran teatro quello di Lavia. Lo spettacolo ...

Ieri sera ho visto lo spettacolo e sono rimasta per l’ennesima volta sorpresa di come avvengano spesso le “scelte”. Qualcosa mi ha condotto ...

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LO SPETTACOLO

Autore: Fëdor Dostoevskij
Regia: Gabriele Lavia
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Teatro di Roma
Cast: Gabriele Lavia, Pietro Biondi, Alice Torriani

Descrizione
Lo spettacolo rappresenta la prima tappa del progetto pluriennale dello stabile capitolino con uno dei più attenti, inquieti e profondi artisti del nostro teatro, progetto che prevede per la stagione 2006-2007la messa in scena di Misura per Misura all'Argentina.
Dice Lavia "Dostoevskij insieme a Shakespeare e Strindberg, è uno dei miei autori preferiti, purtroppo però non ha scritto per il teatro, se lo vogliamo mettere in scena dobbiamo costruire una drammaturgia...sono riuscito a trasformarl
Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LA LOCATION

TEATRO DELL UNIONE
p.zza G. Verdi 2 - Viterbo (VT)
Tel: 0761 325846
Email: teatrounione@comune.viterbo.it Sito Web: comune.viterbo.it


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 01/11/2006 al: 02/11/2006)

LE RECENSIONI


La recensione di Francesco Rapaccioni

Recanati (MC), teatro Persiani, “Memorie dal sottosuolo” da Fedor Dostoevskij UN INVERNO SENZA SPERANZA “Memorie dal sottosuolo”, pubblicato nel 1865, è la storia della fallita redenzione di una prostituta e la tormentosa disamina dell'inconscio e dell'insufficienza dell'intelletto a conoscere e giustificare se stessi e gli altri (“ogni forma di coscienza è una malattia”), in anticipo rispetto a Joyce e Kafka. Scritto in prima persona, il romanzo è diviso in due parti: la prima è “il sottosuolo”, in cui il protagonista, rivolgendosi a un ipotetico interlocutore, parla di se stesso, dell'educazione ricevuta, della formazione del proprio carattere, delle proprie qualità e difetti da lui definiti “il sottosuolo”, della personalità nascosta, che affiora solo a seguito di una dettagliata analisi. Nella seconda, “a proposito della neve fradicia” il narratore ripercorre alcuni episodi della propria vita, dove con evidenza gli si è manifestato “il sottosuolo”: una sera segue, non invitato e non desiderato, in preda a solitudine e malinconia, alcuni compagni di studi a una cena, ma questi lo umiliano e lo oltraggiano e allora lui si vendica su Lisa, una prostituta incontrata in una casa di tolleranza, facendole un quadro del destino degradante e spaventoso che la attende, fra debiti, malattie, maltrattamenti (“la giovinezza è un soffio”). Dopo qualche giorno Lisa gli fa visita, vagheggiando una vita pura. Lui la accoglie con volgarità e violenza, ma Lisa rimane, convinta della profonda sofferenza dell'uomo che la maltratta. Egli la scaccia, mettendole in mano un biglietto da cinque rubli (“l'amore è dominare, torturare moralmente, esercitare una tirannia, una lotta che comincia con l'odio e finisce con la schiavitù morale dell'essere amato”). Ella fugge; troppo tardi il protagonista scopre sopra il tavolo i soldi, testimonianza della sua meschinità e della profonda dignità di Lisa. Il narratore resta “qui, in questo sudicio sottosuolo, come un topo offeso dal mondo che lo circonda, un topo in quella palude di fango e di escrementi fetidi che sono i propri dubbi, le paure e gli sputi di quelli che sanno come prendere la vita”. Per esigenze drammaturgiche Gabriele Lavia, autore della riduzione teatrale del romanzo, sceglie di dare maggiore spazio alla seconda parte ed inserisce un personaggio, il servitore della casa del protagonista, che parla esclusivamente recitando salmi. L'eccezionale complessità del romanzo risulta poco evidente dal punto di vista contenutistico ma non dal punto di vista formale. La scena molto bella, monumentale e decadente, proiettata verso l'alto, è di Carmelo Giammello e presenta a sinistra una catasta di scaffali e libri con qualche giocattolo a ricordo dell'infanzia innocente, a destra un mucchio di specchi avanti un grande letto e un dipinto con un satiro che ghermisce una ninfa. Al centro il vuoto, un nero assorbente che stride a confronto con il chiarore della neve. Dominante infatti sul pavimento è quella neve che spesso ricorre nel testo, la neve che bagna, infradicia tutto, come fosse fango: un inverno senza speranza (“l'uomo nasce dal fango, finisce nel fango, si rotola nel fango: anch'io sono infelice come te e mi rotolo nel fango per l'angoscia... l'amore è la chiave di tutto per salvarsi dal dolore e dal fango del mondo”). I costumi di Andrea Viotti situano l'azione nel secondo Ottocento e danno un ulteriore contributo alla messa in scena, come la cenciosa vestaglia che il protagonista indossa in casa, o i guanti bucati e le calze slabbrate del servo, metafore di miseria morale. Non marginale il contributo delle perfette luci (nel manifesto non è indicato il disegnatore) e delle musiche da incubo di Andrea Nicolini. Alice Torriani è un'acerba Lisa, onesta e pura; Pietro Biondi il salmodiante e caricaturale Apollon, ombra del protagonista, che quest'ultimo tratta con durezza in quanto testimone della sua caduta morale. Gabriele Lavia è convincente ed emozionante nel delineare i tratti del protagonista, consapevole di essere un “uomo ridicolo”, che si trasforma nello scarafaggio che sente di essere nell'anima. Interloquisce con il pubblico per rendere il senso di quella “confessione in prima persona” che è il romanzo ma è eccessivamente irruento ed ammiccante. Lo spettacolo si appesantisce nel lunghissimo finale, dove l'intento moraleggiante annoia e l'attore rasenta l'esibizionismo per eccesso di virtuosismo: prevale l'autoreferenzialità, invece lontana dalla scrittura di Dostoevskij. Spettacolo fuori abbonamento, pubblico giovane eccessivamente divertito e sorridente. Visto a Recanati (MC), teatro Persiani, il 05 aprile 2008 FRANCESCO RAPACCIONI
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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Claudio Finelli

Atmosfere decadenti ed apocalittiche per l'adattamento firmato Lavia delle "Memorie dal sottososuolo" di Fedor Dostoevskij. Sulla scena, firmata da Carmelo Giammello e suggestivamente spalancata come un ventre buio in un inverno senza speranza, un nverno di neve che viene giù "fradicia", cioè emblematicamente deprivata dell'ordinario candore, Gabriele Lavia ripropone, dopo averne curato la drammatizzazione, l'ultimo episodio del romanzo "Memorie dal sottosuolo" dell'autore russo, episodio relativo alla tormentata relazione tra il protagonista e la prostituta Lisa, con l'intento di offrire il tormentato logorio di un'anima nel suo ineluttabile vìs a vìs con la propria rovina esistenziale, con la violenta consapevolezza della propria abietta disumanità. La complessità delle dinamiche emotive del protagonista sono rappresentate sulla scena con la consueta viscerale abilità performativa da Gabriele Lavia, sebbene l'ossessiva irruenza dell'interpretazione, unita ad un eccesso di virtuosismo talora incline al gratuito esibizionismo accademico, interdica la potenziale indagine introspettiva ed esistenziale che il romanziere russo, prima di Kafka e Joyce, aveva iniziato ad affrontare proprio con quest'opera. Così, ad esempio, nella relazione tra Lisa(asciutta ma poco personale l'interpretazione di Euridice Axen) e l'uomo dal sottosuolo il gioco di specchi tra i personaggi che riconoscono la comune natura di schiavi, il comune umano asservimento della donna al meretricio e dell'uomo alla colpa ed alla violenza, viene decisamente vanificato dall'esuberanza interpretativa dell'attore/regista Lavia che, dando vita ad un personaggio ora spietato ora sensuale, ora ridicolo ora tragico, impressiona e rapisce l'attenzione dello spettatore senza coinvolgerlo, offrendo raramente spunti utili ad una riflessione più approfondita ed autentica sulle motivazioni di un'anima alla deriva. Anche l'altro personaggio maschile in scena, quello del domestico/schiavo Apollon (Pietro Biondi), si rivela un'occasione mancata per la messinscena, infatti la regia di Lavia ne riduce, analogamente a quanto fatto per Lisa, la profondità d'interpretazione, rendendolo poco più che una caricatura da narrativa gotica di modesta qualità. Così le felici intuizioni scenografiche del già ricordato Giammello (bellissima, ad esempio, la neve "gialla" che invade come un morbo tutti gli spazi) e le musiche grottesche, ora da incubo ora da farsa, di Andrea Nicolini, sembrano essere gli elementi che traducono in maniera più convincente l'immaginario avvilito e crudelmente cerebrale dell'uomo dal sottosuolo. Infine, una nota a parte merita il monologo finale di Gabriele Lavia che, amplificando visibilmente la già sperimentata tendenza ad ammiccare con compiaciuta insistenza, si abbandona ad una prolusione enfatica e retorica che, ohimé, tradisce appieno la cifra stilistica ed ideologica del narratore russo. Napoli - TEATRO MERCADANTE, 8 Novembre 2006
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Voto: Voto del Redattore: Claudio Finelli


La recensione di Nancy Cacchiarelli

Sbaglia chi crede che nessun fiore possa nascere dal sottosuolo, sbaglia chi crede che la nozione di sotterraneo sia un’ astrazione caliginosa che non possa avere nessun contatto con la luce del sole, il sottosuolo evocato da Gabriele Lavia ha dei sorprendenti punti di contatto con la luce che rischiara il cammino dell’uomo, con un raziocinio conflittuale, che celebra l’amore e minimizza l’uomo. Nessuno mai, si era accostato ad uno dei testi, meno compresi, ma più noti di Dostoevsky, con “Memorie del sottosuolo”. Ma questo non ha distolto Gabriele Lavia dal riadattare e portare sul palcoscenico, una versione completamente personale del romanzo. L’autore incastona tre personaggi, come fossero diamanti e li intaglia con cura: un personaggio senza nome, che si rapporta alla giovane Lisa, prostituta, e il servo Apollon. L’uomo del sottosuolo è un giovane impiegato inconcludente, a disagio con se stesso e in collisione con la società, “un uomo superfluo, un antieroe, una persona malata e cattiva” come lo definisce lo stesso autore russo. Il personaggio di Dostoevskij si obbliga con tutta l’anima di accettare le figura di scarafaggio, tratti nelle quali, si rinviene una mattina quasi senza accorgersene. Lavia concepisce il protagonista, spietato, patetico, a volte grottesco , con il suo inciampare continuamente nella “neve fradicia “.E’ un individuo in movimento, in totale solitudine, dove per solitudine s’intende una condizione emblematica, che porta con sé, l’indifferenza, l’astio, il risentimento nei confronti degli altri. La differenza è che mentre il primo nel romanzo, ha una consapevolezza, della sua condizione che gli genera inerzia distaccandolo dalla vita, il secondo afferra il senso della vita, non rinnegando le ferite dell’anima, ma esaltandole a tal punto da trascinarle nelle fondamenta dell’ anima. Il mondo del sottosuolo è dunque un mondo di incapaci, un mondo di uomini senza qualità, il cui dramma è proprio non riuscire a comprendere la propria condizione. Prima dell’accettazione o della rinuncia ci vuole la consapevolezza. I due ambienti contrapposti, nei quali si muovono i due personaggi della prostituta e del servitore sono la casa e il bordello, dove Euridice Axen, affabile e disinvolta nelle vesti della giovane donna, è il simbolo dell’innocenza perduta, e della possibilità di redenzione grazie all’amore: “La vita è bella per la ragione che si ama, in qualunque modo si viva, se si ama vale la pena stare al mondo”, dice l’uomo del sottosuolo. Il suo antitetico è Apollon, un grandioso Piero Biondi, che lustrando una casa fatiscente non parla, ma recita salmi, rappresenta la coscienza dell’uomo del sottosuolo, lo guida e lo rimprovera. La loro forza, la loro pietà, è nella capacità di persuadersi , di portare avanti l’esistenza, nonostante tutto Sullo sfondo cade la neve. Regna, sulla scenografia, una neve surreale, che sovrasta anche gli interni, di colore grigiastro per indicare il marcio e il fango che riflette il male del mondo. Come se tutto fosse ghiacciato, un “freddo” che allegoricamente è la mancanza di amore. Uno sfondo magnifico in cui le luci curate da Giovanni Santolamazza, forgiano straordinari effetti. Su questo habitat si muove Gabriele Lavia, con la passionalità nell’anima, imperlato di sentimento, incantatore di vivide suggestioni, con accordi filologici, concertati fra farsa e dramma. Una esibizione rara, di grande attrito emotivo, a suo modo originale rispetto allo stesso romanzo di Dostoevskij.
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