“La madre dei gatti”, nuova produzione della stagione teatrale 2008-09 del Teatro Tascabile di Bergamo interpretato da Tiziana Barbiero, Luigia Calcaterra e Alessandro Rigoletti con la regia del gruppo del Teatro Tascabile di Bergamo è uno spettacolo quasi interamente recitato in dialetto milanese, recuperando testi di Giovanni Barrella, Ivan Della Mea, Carlo Dossi, Dario Fo, Alda Merini e Carlo Porta e musiche della tradizione popolare meneghina.
A distanza di giorni dalle repliche pre-natalizie, molte immagini, dal vibrare iniziale del sipario nel buio, al guanto rosso che a mo’ di sangue corre sulla pelle di un burattino, fino al finale a metà fra strazio e pazzia, tornano con potenza a rievocare la solidità dell’impianto e della tessitura narrativa, che in molte parti comunque è aiutata da una traduzione anticipata.
Catapultato in un milanese che probabilmente Milano non conosce neanche più, stretta com’è fra multietnicità e new economy, lo spettatore vive sicuramente un senso di straniamento linguistico: una dichiarazione di falsa territorialità, di casa di provenienza, che alla fine tende ad universalizzare il sentimento, piuttosto che a regionalizzarlo.
Come fosse un ramo impazzito de l’albero degli zoccoli, il gruppo del TTB sceglie un narrato che, per un modo comunque specifico e peculiare di vivere e declinare il giullaresco e l’esperienza del teatro popolare e di strada, banalizzeremmo nell’avvicinare a Fo (che pure è fra gli autori cui il testo s’ispira): è autentico e originale, forte di esperienze che si tengono in equilibrio fra la poesia e il circo.
E’ solo facendo un passo indietro nelle radici dell’esperienza del Teatro Tascabile di Bergamo che si può infatti, decifrare il melange che questa messa in scena intende filare, un colore che se da lontano appare unitario, da vicino somma esperienze e contributi, come di fatto è la drammaturgia stessa, che avvicina alla Merini le canzoni di Della Mea, e Carpi, Barrella, Jannacci, alcune rarità introvabili che nessun critico, anche il più chic, potrebbe fingere di conoscere o ricordare bene.
Il TTB Teatro Tascabile di Bergamo –Accademia delle Forme Sceniche nasce nei primi anni Settanta, "gruppo-festival", come alcuni definirono quest'esperienza, per la capacità di fare teatro con spettacoli diversissimi per genere e sapore, "bene culturale vivente" e "gemma di rinnovamento teatrale".
Oggi, a 35 anni dalla nascita, dopo 105 spettacoli prodotti, più di 4000 repliche per oltre un milione di spettatori, festival nazionali e internazionali in 34 nazioni di 4 continenti, con una lunga militanza nel teatro “di strada”, ma anche la perdita recente di una delle sue anime fondanti, Renzo Vescovi, scomparso nel 2005, il TTB cerca di rielaborare una traccia che lo ricolleghi alle esperienze che ne hanno fatto luogo di rinnovamento del teatrale, sensibile non solo ai fermenti europei, ma anche alle forme dell’arte e del teatro danza orientale.
Barba riconosceva alla scuola e al gruppo che si era raccolto intorno al progetto TTB una capacità unica, una maestria nell’incarnare la sensibilità di mondi lontani, come ad esempio quello del teatro asiatico, che solo pochissimi sono riusciti ad avvicinare con spirito autentico di riflessione. Recentemente Mirella Schino ha raccolto in un volume gli scritti di Vescovi (ed Bulzoni), e segnaliamo questo per ricordare una vocazione e una sorta di fiume carsico nel tracciato del TTB, che scorre nell’alveo del guardare sempre oltre il confine del proprio universo, confrontandosi con altre lingue e altri linguaggi. Dunque sarebbe sorprendente sorprendersi di fronte a una scelta solo in apparenza radicale, come quella del dialetto milanese.
Lo spettacolo, suggestivo e poetico anche solo per immagini, cerca equilibri instabili, tavoli in bilico. I tre ottimi interpreti musicano traiettorie del conosciuto, che però, proprio come il fiume di cui si diceva, scompare nelle viscere del “forse mi ricordo” o del “questo l’ho sentito da un parente anziano”; percorsi del lasciar intuire nominando una parte e, per metonimia, l’umanità. Come d’altronde fece, per altra via e in altro modo, ad esempio, Eduardo inventando una famiglia Cupiello che a Napoli neanche esiste, ma volendo significare, con l'icastico neologismo, un mondo, un sistema aggregativo, un fenotipo socio-culturale.
Ecco: nomini la madre dei gatti e vedi subito davanti agli occhi che è notte, che una tenda nel buio si muove e qualcuno in lontananza suona, in un angolo un ubriaco racconta una storia un po’ truce e un po’ inventata, fra l’umano e il burattinesco, fra segni nella carne e camicie di forza dell’intelletto, parole chiare e odore di vino e piscio, alveoli polmonari che respirano la storia di un’esperienza teatrale, quella del TTB, che trova in sé, da oltre trent’anni, la forza di espandersi e riposare, espandersi e riposare, espandersi e riposare.
Bergamo, dicembre 2008
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