EDIPO RE
LO SPETTACOLO
Autore: Sofocle Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLuigi Orfeo Luigi Orfeo LA LOCATION
SOCIALE LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Silvia Cosentino
Lo straniamento di Edipo Re Uno spazio scuro delimitato da alte pareti laterali con due porte; al centro, su un lettino da psicanalista ricoperto da varie stoffe, un uomo vestito di anonimo nero e grigio parla a una figura seduta, voltata di spalle. Sogna, vaneggia, racconta del re di Tebe Edipo. È e non è Edipo, è e non è Tiresia, è e non è Giocasta. Come proiezioni della mente, sul fondo del palco e di lato, al di là delle pareti, compaiono gli altri personaggi (Creonte, il servo di Laio...) e il coro maschile, visioni confuse in un inconscio fluire dai contorni sfumati. Franco Branciaroli seziona, indaga ogni singola parola e, allo stesso tempo, la lascia scorrere via. Come già in altri spettacoli, la sua voce richiama quella di Carmelo Bene e sorprende con rapidi cambi tonali all'interno di una stessa frase; se in un primo momento a ogni personaggio corrisponde (magistralmente) un timbro, le differenze si sovrappongono con il procedere della narrazione. La frenesia di Edipo, la postura rannicchiata di Tiresia, l'andamento scomposto di Giocasta (in busto, guêpière e rossi tacchi alti) si fondono perché il protagonista è, e non è, tutto questo; allo stesso modo la voce gutturale inizialmente attribuita all'indovino perde il proprio connotato specifico, così come quella femminile della moglie/madre. Il tutto diviene un denso grumo di caratteri, di corpi, di suoni racchiusi in un'unica persona: perché è in Edipo la genesi della colpa. L'interpretazione del mattatore Branciaroli si mantiene distaccata, rifugge volutamente l'immedesimazione e chiede al pubblico di non farsi coinvolgere: nei momenti di potenziale maggior pathos, man mano che la tragedia volge all'epilogo, la recitazione si fa meno intensa, le parole fuggono in un effetto di straniamento (quasi brechtiano) che, prendendo le distanze da uno scontato sentimentalismo, indaga con estrema lucidità il dramma. Il risultato è di certo ottenuto: impossibile emozionarsi, quanto, piuttosto, restare ancora una volta colpiti dalla grandezza dell'opera e dalla maestria attoriale. Tutto è chirurgicamente sezionato dalla luce che restringe sempre più il campo a zone di palco e oggetti (si veda il rosso fuoco di una delle scarpe di Giocasta), fino a incastonare in una stretta inquadratura la testa dell'ignoto ascoltatore, ovvero il protagonista stesso: in un'immagine che tanto ricorda il Beckett di Giorni Felici e Finale di Partita, egli rimane imprigionato nel proprio incubo, come pronto a ricominciare da capo in un controllato delirio senza possibilità di soluzione. Contenuta la reazione del poco pubblico (scoraggiato dalla nota complessità del titolo e da un nome felicemente noto agli assidui e non ai più?), probabilmente inconsapevole della fine operazione teatrale a cui ha assistito.
Visto il 08/01/2011 a Lucca (LU) Teatro: Del Giglio La recensione di Manuel Cazzoli
L' Edipo concentrato, l'Edipo Freudiano Franco Branciaroli non è solo Edipo nell’opera di Sofocle in scena al Teatro Argentina. La tragedia che ha preso atto Martedì 9 Novembre per la prima volta e che ricalcherà lo stesso palco fino al 21 del mese ha ospitato un Edipo poliedrico, un’Edipo Giocasta e un’Edipo Tiresia. Così gioca Calenda, regista dell’Edipo uno e trino, origine della colpa prima della colpa cristiana. Con questa significativa trovata il regista ha quindi buon gioco nel richiamare ad Arte il suo ispiratore e ispirato Freud in una tensione che nasce dall’arte per giungere alla riflessione e tornare arte. Le stesse scene di Pier Paolo Bisleri non fanno che tenere vivo il gioco: gli spazi geometrici a destra, a sinistra e sul fondo, quali ritagli di scena, scuri per lo più sono la casa del coro e le condizioni di possibilità per la concentrazione della colpa sul centro sinestetico della vicenda.
Visto il 09/11/2010 a Roma (RM) Teatro: Argentina La recensione di Wanda Castelnuovo
EDIPO RE Decisamente impegnativo e dominatore della scena il ruolo di Franco Branciaroli (Milano 1947) in “Edipo re”, tragedia/capolavoro di Sofocle, interpretando oltre al protagonista anche Tiresia e Giocasta. Dei sette attori messinesi presenti in scena alcuni vantano già esperienze e ora interpretano il coro reso con un taglio particolare dal regista Antonio Calenda che lo nasconde parzialmente dietro velari. Aderente all’originale, pur se nella traduzione moderna di Raul Montanari, il testo scritto forse intorno al 430 a.C. narra di Edipo che, regnando su Tebe dopo avere sciolto gli enigmi, della Sfinge si trova in una temperie drammatica in quanto nella città imperversa la peste. In questo momento angosciato, cupo e minaccioso - ben reso da una scenografia essenziale e monumentale che esalta le tinte fosche della tragedia - questo re giusto, saggio e buono che ha sposato la vedova del re Laio (ucciso da un viandante) e da lei ha avuto quattro figli Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene vede crollare i propri equilibri per colpa di un fato implacabile. Ecco allora il devoto re rivolgersi all’oracolo per avere consigli onde risolvere questa terribile situazione che non minaccia non solo lui e la sua famiglia, ma l’intera comunità tebana. Lapidario il responso: trovare l’assassino di Laio e fare giustizia uccidendolo o bandendolo per garantire il ritorno della quiete. Qui comincia un percorso alla ricerca della verità - la cui aspirazione così determinata viene anche interpretata negativamente come presunzione della ragione che tutto pretende di sapere - che quando diventerà luce si trasformerà in tenebre per il nostro Edipo/Branciaroli. Molto anzi quasi tutto è affidato al carisma poliedrico di Branciaroli che nei panni di Giocasta indossa guêpière, calze autoreggenti nere e scarpe rosso vermiglio dando un’interpretazione intellettualmente perfetta tanto da entusiasmare il pubblico. Quasi sempre sdraiato sul lettino (lettone) dello psicanalista cui pare confessarsi, compie un percorso tenace alla ricerca di una verità prima intuita e poi dolorosamente rivelata, un incubo tanto lacerante da infliggersi una punizione corporale pari al dolore per la perdita di dignità davanti agli occhi del popolo. Tuttavia alla gratificazione intellettuale è mancato un ‘quid’, forse un po’ di sentimento che avrebbe reso perfetto lo spettacolo.Visto il 13/04/2010 a Milano (MI) Teatro: Piccolo Teatro - Teatro Strehler La recensione di Roberto Rinaldi
Edipo Re va dallo psicoanalista e si sdraia sul lettino. Intorno a lui si consuma la tragedia, anzi la si rievoca. In queste poche parole c'è il senso della rappresentazione teatrale ad opera di Franco Branciaroli diretto da Antonio Calenda. Un ambiente asettico e nero, anzi plumbeo, un lettino, una figura seduta di spalle che tanto assomiglia a Freud, o perlomeno è un uomo che di mestiere ascolta e cura i suoi pazienti, il coro maschile della tragedia greca a torso nudo, presenze evanescenti e imponenti allo stesso tempo. La regia punta tutto sulla figura di Edipo - in costumi eccentrici, antistorici - rispetto al contesto drammatico in cui Sofocle ambienta la tragedia, scritta probabilmente nel 430 avanti Cristo, dove il protagonista Branciaroli si sottopone ad un'indagine analitica individuale e collettiva. Tutto si gioca su Edipo e il suo mito, che dopo aver risolto gli enigmi della sfinge ottiene il trono della città di Tebe, sposa la regina Giocasta, vedova del re Laio, e diventa padre di Eteocle, Polinice, Antigone ed Ismene. Una vita serena e felice, un uomo re e padre. Non sarà così. Branciaroli rovescia la tragedia abitualmente rappresentata dall'esterno, con l'avvicendamento delle varie scene, e riporta tutto dentro un contenitore funereo, intimo, autoanalitico. Centra tutto verso la sua incombente presenza di personaggio re, uomo in preda allo sconforto per aver appreso di essere l'assassino di suo padre, ma anche altri personaggi della tragedia, compresa Giocasta. La recitazione è volutamente autocentrata in cui tutto il resto si annulla. Singolare scelta registica in cui la parte di Edipo è portata ad una rappresentazione anche surreale. L'effetto è straniante, anche se la trama scorre nel racconto del re (paziente sul lettino pisconalitico), in cui l'intenzionalità registica si sofferma sulla colpa dell'uomo inteso come una colpa ancestrale. Il risultato è sicuramente suggestivo nel suo insieme, ma la scelta registica così come impostata crea una sorte di alterazione a scapito della narrazione teatrale consueta, non convincendo totalmente.
Bolzano Teatro Comunale 16 aprile 2009
La recensione di Giulia Clai
Con la rappresentazione di una tragedia che definire classica è riduttivo e che ha affiancato Antonio Calenda e Franco Branciaroli, due colossi del teatro italiano, si è chiusa domenica 26 Aprile la stagione del teatro di Scandiano, piccolo centro in provincia di Reggio Emilia che merita di essere segnalato non solo per la bella rocca, ma significativamente per la varietà della sua programmazione teatrale.
Edipo Re di Sofocle è uno dei testi fondamentali di tutta la cultura occidentale che in ogni tempo è stato oggetto di rivisitazioni, mantenendo intatta la forza del suo messaggio. Scritta nel V secolo a. C., la più cupa delle tragedie greche rifiorisce grazie alla maestria di Antonio Calenda ed alla complessa e multicolore capacità istrionica di Franco Branciaroli.
Spiega Calenda: “ In un mondo smarrito, minaccioso, delle cui ombre sentiamo costantemente l’incombere è emblematico rielaborare il percorso, dal buio verso la chiarezza che Edipo compie nella tragedia sofoclea: un percorso nella coscienza che allo stesso tempo è individuale, di intima analisi e collettivo, di grande profondità…”
E in maggior dettaglio Branciaroli: “Edipo è l’eroe tragico che non sa chi è: tutto gli casca addosso perché tutto è già avvenuto. Questa conoscenza di sé avviene attraverso il dolore. Il dolore è la caratteristica di Edipo, dunque. Lui dice che nessuno ha un dolore più grande del suo.
Infatti appena lui conosce diventa cieco: la cecità, come il dolore, nella cultura greca è strettamente legata alla conoscenza.”
Edipo è quindi l’uomo alla ricerca di un’identità, ma ancora più di una colpa. Nella messa in scena di Calenda diventa così protagonista la dimensione dell’incubo, amplificata dall’interpretazione di Branciaroli, che dà magistralmente voce e corpo a più personaggi della tragedia – oltre Edipo, il messo Tiresia, la stessa Giocasta ed un messaggero – a dimostrare che in Edipo e nella sua carne si condensano i frutti e le radici della colpa. Prevedibile l’inevitabile risultato: uno spettacolo innovativo, straordinariamente attuale, che ha cercato di spostare l’attenzione dall’incesto e dalla colpa di Edipo alla ricerca di un capro espiatorio, necessità evidente di una società violenta. Edipo come vittima dunque. Un Edipo portato in scena da un’intensa interpretazione e dal suo doppio, l’acuta invenzione di spalle che affianca Branciaroli. Un protagonista doppio: da un lato l’Edipo protagonista della scena, dall’altro quello che rivive e scopre il suo passato, percorre a ritroso la propria esistenza, alla ricerca di una terribile verità.
La tragedia era la preghiera dei greci con la quale si dimostrava tutto il dramma della condizione umana, come a dire che la bellezza e la verità del Teatro superano le misure di spazio e luogo consueti. E Calenda, punto di riferimento per la sperimentazione teatrale, propone un teatro alla ricerca dei contenuti, scarno, che nulla concede alle scenografie, dove protagonista è la parola, accentuata dalla traduzione moderna di Raul Montanari. Non secondaria al raggiungimento di questo esito nuovo e vivo l’importanza della compagnia de Gli Incamminati, fondata ventisei anni or sono, che ci ha abituato ad un teatro continuamente diverso di fronte sia al repertorio classico, sia al repertorio contemporaneo. Un folto numero di interpreti, cresciuti alla scuola di Franco Branciaroli, ha portato in scena fianco a “In Exitu”, “Erodiade”, “Post Hamlet”, “Confiteor” di Testori, il “Miguel Manara” di Milosz, “Assassinio nella Cattedrale” di Eliot; ”Antigone “ e “Edipo Re” di Sofloche; “Medea” di Euripide;“Riccardo III”,“RE Lear”, “Otello”, ”La Bisbetica domata”, fino a “Cos’è l’Amore”, opera attuale ispirata all’Antigone, nella riscrittura di Franco Branciaroli.
Scandiano (Reggio Emilia), Teatro Boiardo, 26 Aprile 2009
La recensione di Giulia Clai
Con la rappresentazione di una tragedia che definire classica è riduttivo e che ha affiancato Antonio Calenda e Franco Branciaroli, due colossi del teatro italiano, si è chiusa domenica 26 Aprile la stagione del teatro di Scandiano, piccolo centro in provincia di Reggio Emilia che merita di essere segnalato non solo per la bella rocca, ma significativamente per la varietà della sua programmazione teatrale.
Edipo Re di Sofocle è uno dei testi fondamentali di tutta la cultura occidentale che in ogni tempo è stato oggetto di rivisitazioni, mantenendo intatta la forza del suo messaggio. Scritta nel V secolo a. C., la più cupa delle tragedie greche rifiorisce grazie alla maestria di Antonio Calenda ed alla complessa e multicolore capacità istrionica di Franco Branciaroli.
Spiega Calenda: “ In un mondo smarrito, minaccioso, delle cui ombre sentiamo costantemente l’incombere è emblematico rielaborare il percorso, dal buio verso la chiarezza che Edipo compie nella tragedia sofoclea: un percorso nella coscienza che allo stesso tempo è individuale, di intima analisi e collettivo, di grande profondità…”
E in maggior dettaglio Branciaroli: “Edipo è l’eroe tragico che non sa chi è: tutto gli casca addosso perché tutto è già avvenuto. Questa conoscenza di sé avviene attraverso il dolore. Il dolore è la caratteristica di Edipo, dunque. Lui dice che nessuno ha un dolore più grande del suo.
Infatti appena lui conosce diventa cieco: la cecità, come il dolore, nella cultura greca è strettamente legata alla conoscenza.”
Edipo è quindi l’uomo alla ricerca di un’identità, ma ancora più di una colpa. Nella messa in scena di Calenda diventa così protagonista la dimensione dell’incubo, amplificata dall’interpretazione di Branciaroli, che dà magistralmente voce e corpo a più personaggi della tragedia – oltre Edipo, il messo Tiresia, la stessa Giocasta ed un messaggero – a dimostrare che in Edipo e nella sua carne si condensano i frutti e le radici della colpa. Prevedibile l’inevitabile risultato: uno spettacolo innovativo, straordinariamente attuale, che ha cercato di spostare l’attenzione dall’incesto e dalla colpa di Edipo alla ricerca di un capro espiatorio, necessità evidente di una società violenta. Edipo come vittima dunque. Un Edipo portato in scena da un’intensa interpretazione e dal suo doppio, l’acuta invenzione di spalle che affianca Branciaroli. Un protagonista doppio: da un lato l’Edipo protagonista della scena, dall’altro quello che rivive e scopre il suo passato, percorre a ritroso la propria esistenza, alla ricerca di una terribile verità.
La tragedia era la preghiera dei greci con la quale si dimostrava tutto il dramma della condizione umana, come a dire che la bellezza e la verità del Teatro superano le misure di spazio e luogo consueti. E Calenda, punto di riferimento per la sperimentazione teatrale, propone un teatro alla ricerca dei contenuti, scarno, che nulla concede alle scenografie, dove protagonista è la parola, accentuata dalla traduzione moderna di Raul Montanari. Non secondaria al raggiungimento di questo esito nuovo e vivo l’importanza della compagnia de Gli Incamminati, fondata ventisei anni or sono, che ci ha abituato ad un teatro continuamente diverso di fronte sia al repertorio classico, sia al repertorio contemporaneo. Un folto numero di interpreti, cresciuti alla scuola di Franco Branciaroli, ha portato in scena fianco a “In Exitu”, “Erodiade”, “Post Hamlet”, “Confiteor” di Testori, il “Miguel Manara” di Milosz, “Assassinio nella Cattedrale” di Eliot; ”Antigone “ e “Edipo Re” di Sofloche; “Medea” di Euripide;“Riccardo III”,“RE Lear”, “Otello”, ”La Bisbetica domata”, fino a “Cos’è l’Amore”, opera attuale ispirata all’Antigone, nella riscrittura di Franco Branciaroli.
Scandiano (Reggio Emilia), Teatro Boiardo, 26 Aprile 2009
La recensione di Luigi Orfeo
EDIPO STANCO
Spulciando tra i piccoli teatri romani che ospitano nei loro cartelloni giovani compagnie e giovani attori,
la parola “giovani” la intendo secondo la logica teatrale europea non italiana, in quanto secondo quest’ultima un uomo/donna di 35 anni è considerato giovane attore “emergente”, mentre l’ INSTED che è una sorta di grande catena che lega giovani registi europei conta un’età media di 23 anni,
si rischia, non sempre ma con una buona frequenza, di incappare in spettacoli degni di elogio, lustro e considerazione, ormai mera utopia.
Ed è quello che m’è capitato incontrando “Edipo Stanco”.
Prima di ogni cosa questo spettacolo è stato scritto, diretto, interpretato, prodotto e organizzato da una sola persona, la quale, armata di martello e chiodi s’è costruita anche la scenografia.
Insomma, prima di fare il suo mestiere, cioè l’ attore, Marco Grossi ha affrontato tutto quello che muove la macchina teatrale. Posso solo immaginare l’enorme dispendio si energie fisiche e mentali, fatica questa che accomuna molte realtà giovani e sconosciute del panorama nazionale.
Edipo stanco è uno spettacolo dove ci si trova di tutto: la ricerca sulla commedia dell’arte, spogliata del suo luogo comune e tornata ad essere strumento di narrazione leggera,efficace e pungente, capace di far sorridere parlando della tragedia d’ Edipo senza banalizzarne il messaggio;
ricerca sul linguaggio, sul cunto siciliano, sul trasformismo…
Tutto in poco meno di un’ora durante la quale è difficile distrarsi, è paragonabile ad uno spettacolo di fuochi d’artificio: ne parte uno, aspetti che esploda, si apre, ti stupisce e nel frattempo ne sta già partendo un altro.
La prova del nove che si tratta di uno spettacolo ben fatto l’ho avuto di persona:
in platea tra le , ahimè, poche persone c’erano due ragazze svedesi che erano state attirate dalla locandina vista a San Lorenzo e che parlavano pochissimo italiano.
Bene, non hanno staccato gli occhi un attimo e, detto da loro, si erano molto divertite nonostante il limite dell’idioma.
Ultima replica il 2 Dicembre, nella speranza che Marco Grossi goda presto di ampie e nutrite platee.
Luigi Orfeo
ROMA
ARGOT STUDIO
22/11/07
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