LO ZOO DI VETRO
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 4
LO SPETTACOLO
Autore: Tennessee Williams Descrizione
La storia è quella di una piccola famiglia di Saint Louis, quella dei Wingfield, composta da Amanda, la madre e i suoi figli, Tom e Laura. Il padre ha abbandonato tutti e se n'è andato. Amanda, divenuta mostruosamente possessiva, si ritrova sola con due figli difficili da "gestire": Tom, poeta impiegato in un magazzino, io narrante dell'intera vicenda, torna a casa dopo anni di vagabondaggi, insofferente alle prediche ossessive della madre vorrebbe fuggire da questa situazione, ma si sente imprigionato tra un profondo desiderio di libertà e l'amore per la sorella e Laura, straordinario personaggio, resa claudicante da una malattia che ne caratterizza anche l'animo fragile e che la chiude nel suo mondo immaginario fatto di animaletti di cristallo, lo zoo di vetro per l'appunto. Quando alla fine Jim, un amico del fratello, di cui Laura era innamorata fin dal liceo, viene a far visita alla famiglia, lei tenta di vincere con ogni forza la sua ritrosia e lo "zoo di vetro" crollerà. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diantonia di francesco antonia di francesco LA LOCATION
ROMANO PASCUTTO LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Francesco Rapaccioni
Lo Zoo in Barca Jurij Ferrini ci ha abituato, in questi anni, a un lavoro di ricerca di grande impegno, che evita i formalismi e i facili effetti, partendo da un lavoro di indagine analitica sui testi (in genere classici) e da una solida preparazione con gli attori. In Zoo di vetro enuclea lo snodo del testo, cioè la patologia familiare, e dispiega efficacemente i caratteri dei protagonisti: la madre Amanda, aggrappata ai passati presunti fasti della sua giovinezza nel sud; la figlia Laura, zoppa e timida in modo patologico, che vive in casa in un modo di fragili figurine di vetro e suona vecchi dischi al grammofono; il figlio Tom, disadattato, mai soddisfatto, in attesa dell'occasione per fuggire lontano, come già aveva fatto il padre abbandonandoli (di lui resta solo un ritratto a matita). Calzante è l'idea scenografica di ambientare il dramma sulla tolda di una nave, una prua verso l'ignoto, il nulla. Il protagonista Tom è diventato marinaio e, nelle lunghe notti in navigazione, ripensa alla sua vita passata, tanto che spesso assiste ai dialoghi delle due donne seduto a terra in proscenio, come da fuori, come un ricordo: “Il tempo è la maggiore distanza”. Ecco allora spuntare dal mare, arrampicandosi sulla sponda della barca, la mamma e la sorella, naufraghe dal viaggio della vita. Sulla barca casse di legno, rumore di mare, grida di gabbiani. “La verità sotto il piacevole travestimento dell'illusione”: nel dramma centrale è l'incapacità di affrontare la realtà, di vivere la propria vita, ingannando sé stessi e gli altri. Per Ferrini predomina un senso di sospensione dal tempo e dallo spazio, come se la vicenda fosse quasi il frutto di una allucinazione. Allo scopo appaiono perfetti i costumi, volutamente particolarmente dimessi. Il plot è mantenuto: Amanda riversa i sogni e le ambizioni sui figli, ma Laura vive solo per i suoi animaletti di vetro, con cui parla e di cui immagina una vita autonoma, mentre Tom vive solo in attesa di andarsene da qualche altra parte, verso un altrove qualsiasi. Amanda: “Viviamo in tempi così calamitosi che non ci resta altro che aiutarci a vicenda”; e ancora: “Il futuro diventa presente, il presente passato e il passato un eterno rimpianto”. Ferrini riesce, nella gestualità e nella drammaturgia, a rendere la vicenda particolarmente struggente e lacerante, con una tale intensità che le due ore filate di spettacolo scorrono via in un attimo, senza nessun cedimento di tensione emotiva. Affiatati e bravi i protagonisti. Aurora Peres è Laura, fanciulla spaurita, che si trastulla coi gingilli di vetro e i vecchi dischi, apparendo bizzarra agli estranei (ma “le persone diverse dagli altri sono speciali”). Alessandra Frabetti è Amanda, l'energica madre, logorroica e dispotica, che parla di charme nella miseria più totale, vestita di un grembiule sformato, calze di lana arrotolate alla caviglia, scarpe logore e per ricevere ospiti indossa un abito lungo completamente fuori moda, tanto da sembrare mascherata. Jurij Ferrini riserva per sé il doppio ruolo di Tom (“figlio bastardo di un bastardo”) e Jim, il visitatore, l'ospite (un bravo giovanotto del magazzino): la madre impone al figlio di trovare un fidanzato per la sorella, di presentarle un amico e così Tom “diventa” Jim, il fidanzato ideale, il ragazzo di cui Laura si era un tempo invaghita al liceo, insomma la proiezione di un desiderio. Forse è questa la ragione di sostenere il doppio ruolo, ma la scelta non ci ha convinto fino in fondo. Tom è un sognatore, forse un egoista. Ma l'unico che sopravvive. E il finale è straziante, lacerante: Tom solo sulla prua, guarda verso l'orizzonte vuoto e buio, musica struggente. I ricordi non bastano a salvarci.Visto il 12/12/2009 a San Severino Marche (MC) Teatro: Feronia La recensione di Francesco Rapaccioni
Lo Zoo in Barca Jurij Ferrini ci ha abituato, in questi anni, a un lavoro di ricerca di grande impegno, che evita i formalismi e i facili effetti, partendo da un lavoro di indagine analitica sui testi (in genere classici) e da una solida preparazione con gli attori. In Zoo di vetro enuclea lo snodo del testo, cioè la patologia familiare, e dispiega efficacemente i caratteri dei protagonisti: la madre Amanda, aggrappata ai passati presunti fasti della sua giovinezza nel sud; la figlia Laura, zoppa e timida in modo patologico, che vive in casa in un modo di fragili figurine di vetro e suona vecchi dischi al grammofono; il figlio Tom, disadattato, mai soddisfatto, in attesa dell'occasione per fuggire lontano, come già aveva fatto il padre abbandonandoli (di lui resta solo un ritratto a matita). Calzante è l'idea scenografica di ambientare il dramma sulla tolda di una nave, una prua verso l'ignoto, il nulla. Il protagonista Tom è diventato marinaio e, nelle lunghe notti in navigazione, ripensa alla sua vita passata, tanto che spesso assiste ai dialoghi delle due donne seduto a terra in proscenio, come da fuori, come un ricordo: “Il tempo è la maggiore distanza”. Ecco allora spuntare dal mare, arrampicandosi sulla sponda della barca, la mamma e la sorella, naufraghe dal viaggio della vita. Sulla barca casse di legno, rumore di mare, grida di gabbiani. “La verità sotto il piacevole travestimento dell'illusione”: nel dramma centrale è l'incapacità di affrontare la realtà, di vivere la propria vita, ingannando sé stessi e gli altri. Per Ferrini predomina un senso di sospensione dal tempo e dallo spazio, come se la vicenda fosse quasi il frutto di una allucinazione. Allo scopo appaiono perfetti i costumi, volutamente particolarmente dimessi. Il plot è mantenuto: Amanda riversa i sogni e le ambizioni sui figli, ma Laura vive solo per i suoi animaletti di vetro, con cui parla e di cui immagina una vita autonoma, mentre Tom vive solo in attesa di andarsene da qualche altra parte, verso un altrove qualsiasi. Amanda: “Viviamo in tempi così calamitosi che non ci resta altro che aiutarci a vicenda”; e ancora: “Il futuro diventa presente, il presente passato e il passato un eterno rimpianto”. Ferrini riesce, nella gestualità e nella drammaturgia, a rendere la vicenda particolarmente struggente e lacerante, con una tale intensità che le due ore filate di spettacolo scorrono via in un attimo, senza nessun cedimento di tensione emotiva. Affiatati e bravi i protagonisti. Aurora Peres è Laura, fanciulla spaurita, che si trastulla coi gingilli di vetro e i vecchi dischi, apparendo bizzarra agli estranei (ma “le persone diverse dagli altri sono speciali”). Alessandra Frabetti è Amanda, l'energica madre, logorroica e dispotica, che parla di charme nella miseria più totale, vestita di un grembiule sformato, calze di lana arrotolate alla caviglia, scarpe logore e per ricevere ospiti indossa un abito lungo completamente fuori moda, tanto da sembrare mascherata. Jurij Ferrini riserva per sé il doppio ruolo di Tom (“figlio bastardo di un bastardo”) e Jim, il visitatore, l'ospite (un bravo giovanotto del magazzino): la madre impone al figlio di trovare un fidanzato per la sorella, di presentarle un amico e così Tom “diventa” Jim, il fidanzato ideale, il ragazzo di cui Laura si era un tempo invaghita al liceo, insomma la proiezione di un desiderio. Forse è questa la ragione di sostenere il doppio ruolo, ma la scelta non ci ha convinto fino in fondo. Tom è un sognatore, forse un egoista. Ma l'unico che sopravvive. E il finale è straziante, lacerante: Tom solo sulla prua, guarda verso l'orizzonte vuoto e buio, musica struggente. I ricordi non bastano a salvarci.Visto il 12/12/2009 a San Severino Marche (MC) Teatro: Feronia La recensione di Francesco Rapaccioni
Lo zoo in barca San Severino Marche (MC), teatro Feronia, “Lo zoo di vetro” di Tennessee Williams LO ZOO IN BARCA Jurij Ferrini ci ha abituato, in questi anni, a un lavoro di ricerca di grande impegno, che evita i formalismi e i facili effetti, partendo da un lavoro di indagine analitica sui testi (in genere classici) e da una solida preparazione con gli attori. In Zoo di vetro enuclea lo snodo del testo, cioè la patologia familiare, e dispiega efficacemente i caratteri dei protagonisti: la madre Amanda, aggrappata ai passati presunti fasti della sua giovinezza nel sud; la figlia Laura, zoppa e timida in modo patologico, che vive in casa in un modo di fragili figurine di vetro e suona vecchi dischi al grammofono; il figlio Tom, disadattato, mai soddisfatto, in attesa dell'occasione per fuggire lontano, come già aveva fatto il padre abbandonandoli (di lui resta solo un ritratto a matita). Calzante è l'idea scenografica di ambientare il dramma sulla tolda di una nave, una prua verso l'ignoto, il nulla. Il protagonista Tom è diventato marinaio e, nelle lunghe notti in navigazione, ripensa alla sua vita passata, tanto che spesso assiste ai dialoghi delle due donne seduto a terra in proscenio, come da fuori, come un ricordo: “Il tempo è la maggiore distanza”. Ecco allora spuntare dal mare, arrampicandosi sulla sponda della barca, la mamma e la sorella, naufraghe dal viaggio della vita. Sulla barca casse di legno, rumore di mare, grida di gabbiani. “La verità sotto il piacevole travestimento dell'illusione”: nel dramma centrale è l'incapacità di affrontare la realtà, di vivere la propria vita, ingannando sé stessi e gli altri. Per Ferrini predomina un senso di sospensione dal tempo e dallo spazio, come se la vicenda fosse quasi il frutto di una allucinazione. Allo scopo appaiono perfetti i costumi, volutamente particolarmente dimessi. Il plot è mantenuto: Amanda riversa i sogni e le ambizioni sui figli, ma Laura vive solo per i suoi animaletti di vetro, con cui parla e di cui immagina una vita autonoma, mentre Tom vive solo in attesa di andarsene da qualche altra parte, verso un altrove qualsiasi. Amanda: “Viviamo in tempi così calamitosi che non ci resta altro che aiutarci a vicenda”; e ancora: “Il futuro diventa presente, il presente passato e il passato un eterno rimpianto”. Ferrini riesce, nella gestualità e nella drammaturgia, a rendere la vicenda particolarmente struggente e lacerante, con una tale intensità che le due ore filate di spettacolo scorrono via in un attimo, senza nessun cedimento di tensione emotiva. Affiatati e bravi i protagonisti. Aurora Peres è Laura, fanciulla spaurita, che si trastulla coi gingilli di vetro e i vecchi dischi, apparendo bizzarra agli estranei (ma “le persone diverse dagli altri sono speciali”). Alessandra Frabetti è Amanda, l'energica madre, logorroica e dispotica, che parla di charme nella miseria più totale, vestita di un grembiule sformato, calze di lana arrotolate alla caviglia, scarpe logore e per ricevere ospiti indossa un abito lungo completamente fuori moda, tanto da sembrare mascherata. Jurij Ferrini riserva per sé il doppio ruolo di Tom (“figlio bastardo di un bastardo”) e Jim, il visitatore, l'ospite (un bravo giovanotto del magazzino): la madre impone al figlio di trovare un fidanzato per la sorella, di presentarle un amico e così Tom “diventa” Jim, il fidanzato ideale, il ragazzo di cui Laura si era un tempo invaghita al liceo, insomma la proiezione di un desiderio. Forse è questa la ragione di sostenere il doppio ruolo, ma la scelta non ci ha convinto fino in fondo. Tom è un sognatore, forse un egoista. Ma l'unico che sopravvive. E il finale è straziante, lacerante: Tom solo sulla prua, guarda verso l'orizzonte vuoto e buio, musica struggente. I ricordi non bastano a salvarci. Visto a San Severino Marche (MC), teatro Feronia, il 12 dicembre 2009 FRANCESCO RAPACCIONIVisto il 12.12.09 a san severino marche (mc) Teatro: feronia La recensione di Simonetta Ronco
Un magistrale Zoo di vetro Se è vero che l’obiettivo di ogni regista è tenere avvinto il pubblico alla narrazione senza cali di attenzione, senza sbadigli, senza momenti di stanchezza, Jurij Ferrini con la sua rilettura di “Zoo di vetro” lo ha raggiunto in pieno. L’anteprima del lavoro teatrale, andata in scena a Genova al teatro Garage venerdì 16 e sabato 17, oltre che ottenere due serate di tutto esaurito, ha trovato un’accoglienza giustamente entusiasta, con spettatori che al termine cercavano di riandare con la memoria alle precedenti versioni del capolavoro di Tennesse Williams cui avevano assistito, confessando che esse risultavano decisamente surclassate da questo Zoo, che dall’inizio alla fine ha raccontato con attento affetto la storia di una famiglia americana e la storia di un sogno d’amore andato in frantumi. Ferrini ha avuto la capacità di rendere, con un’ambientazione a dir poco essenziale, una serie di sensazioni e immagini che il pubblico ha percepito in modo preciso: il mare aperto con i gabbiani che girano alti sopra la prua di una nave, il caldo profumato di giugno in una cittadina del Sud degli Stati Uniti durante la grande depressione, dove la musica di un localino sempre aperto scandisce, insieme al vecchio grammofono che papà Wingfield ha lasciato prima di prendere il volo e abbandonare moglie e figli, i momenti lieti e tristi della vicenda. La vita di Amanda e dei giovani Tom e Laura si snoda attraverso i ricordi di Tom, un Ferrini protagonista sia nei panni del figlio di Amanda che in quelli dello scanzonato e appena un po’ egoista Jim, il bello del liceo, colpevole in fondo soltanto di essere già fidanzato. La figura di Tom, un sognatore e aspirante poeta insofferente al dirigismo materno è resa simpatica, a tratti patetica con il suo non voler capire quanto sia importante che la sorella Laura incontri l’uomo giusto, si sposi, smetta di fare la zitella bambina in mezzo ai suoi animaletti trasparenti. Il suo errore, il più imperdonabile, quello per cui viene cacciato di casa, non è di essere un perditempo, un discreto bevitore, un accanito fumatore, ma solo di non essersi informato prima sulla situazione sentimentale dell’amico che ha portato in casa per presentarlo a Laura. E’ questa la sua maggiore colpa, e lui ne verrà punito dal ricordo di Laura che non lo abbandona mai. Il personaggio di Amanda Wingfield ha in sé le caratteristiche di una moderna Rossella O’hara: una famiglia benestante, il ricordo di diciassette corteggiatori, l’amarezza di un marito che l’ha abbandonata. Alessandra Frabetti, però ne ha fatto quello che doveva essere, un’antidiva, una donna modesta di aspetto, non sensuale, non snob, se non in qualche momento di simpatica vanità, ma disperatamente convinta che il riscatto morale per lei, frustrata dall’abbandono del marito, possa venire solo dal far sposare la figlia. È questo il suo obiettivo e lei lo persegue, con caparbia ostinazione, fino alla disfatta conclusiva. E l’effetto dirompente che ha la sua disperata dichiarazione di odio nei confronti di un figlio egoista e superficiale è resa ancora più drammatico dall’abito retrò nero, lungo, lugubre. La più fragile, ma in definitiva la più forte è proprio Laura, una bravissima Aurora Peres. Ogni suo gesto, ogni espressione, ogni parola o singhiozzo esprimono un profondo disagio fisico e psicologico. Laura è il piccolo e fragile unicorno di vetro, un cavallino che è un po’ diverso dagli altri, l’animaletto che lei preferisce. Lo è perché anche lei è diversa con la sua zoppia, la sua trasognata ingenuità, le paure folli di essere giudicata e derisa, gli sprazzi di consapevole femminilità. Il bacio che Jim le concede, nella sua temporanea spavalderia, è come quello del principe delle fiabe: rompe un incantesimo e trasforma Laura in una donna, così come la casuale rottura del corno trasforma finalmente l’animaletto di vetro in un cavallino come gli altri. Resta la domanda se il futuro che si apre davanti a Laura, pur se senza Jim, che sta per sposarsi, non le possa concedere una vera chance per essere felice.Visto il 17/10/2009 a Genova (Ge) Teatro: Garage SOCIAL & C.SEGNALIAMO
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