SILLABARI
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 4
LO SPETTACOLO
Autore: da Goffredo Parise Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diMauro Favaro Mauro Favaro LA LOCATION
RISTORI LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Francesco Rapaccioni
PARISE STILE POLI Macerata, teatro Lauro Rossi, “Sillabari” di Paolo Poli da Goffredo Parise PARISE STILE POLI Con i Sillabari, inizialmente stampati in due edizioni e ora da Adelphi riuniti in un volume unitario, Goffredo Parise vinse il premio Strega. Qui l'autore affronta il tema dei sentimenti umani con mano da poeta: l'intenzione era di partire dalla A e arrivare alla Z, ma si è fermato alla S perchè la poesia l'ha abbandonato – così racconta lui. Parise racconta con immediatezza e attenzione ai particolari che parrebbero neorealismo ma che invero ne sono lontani, potendo piuttosto situarsi nel campo della visionarietà. Egli stempera lo sguardo oggettivamente giornalistico (Adelphi ha appena ripubblicato lo splendido “Lontano”), inserendo le pulsioni del cuore e le necessità dell'anima alla base dell'osservare la realtà: i sentimenti non scadono nel sentimentalismo, la narrazione si fa quasi carnale, lo sguardo è talmente acuto da essere quasi tattile. I capitoli del romanzo sono invero dei poemi corti in prosa venati di poesia. Le caratteristiche principali (l'immediatezza quasi infantile, la magia fra quotidiano e surreale, l'ironia ammantata di umiltà) sembrano fatte su misura per Paolo Poli, che imprime allo spettacolo i caratteri consueti del suo stile, amati dal pubblico di tutte le età. A cominciare dalle scene di Lele Luzzati, una teoria di quinte che si srotolano a mostrare illustrazioni di famosi dipinti (De Chirico, Sant'Elia, Morandi, De Pisis, Savinio, Dalì, Hopper, Mondrian, Picasso), dai costumi di Santuzza Calì, dalle musiche di Jacqueline Perrotin e dall'accompagnamento dei boys (Luca Altavilla, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco e Alfonso De Filippis, quaest'ultimo anche coreografo). I momenti narrativi sono separati da intermezzi musicali che seguono la storia d'Italia, da Baciami piccina a Grazie dei fiori, da Arrivederci Roma a Marina a Senza fine, canzonette che ricostruiscono epoche e ambienti e che consentono a Poli di cambiare d'abito, anzi di trasformarsi. Dalla A di Altri alla S di Sogno, passando per Anima, Bacio, Cinema, Fascino, Hotel, Ingenuità, Malinconia, Mistero (il più divertente, sulle sorprese di un giovanotto in una spiaggia di nudisti), i “capitoli” sono tutti narrati in prima persona con malizia e candore, stupore e furbizia, intelligenza e raffinatezza. Poli narra col suo fare (che caratterizza tutto: meravigliosa la sua lettura “Ad alta voce” su Radiotre di “Sorelle Materassi” di Palazzeschi, appena conclusa); racconta, canta, accenna passi di danza con la consueta capacità camaleontica Ne esce un ritratto dell'Italia più vera, dagli anni Venti agli anni Sessanta, dal mare alla montagna, dalla città alla campagna, da Roma a Milano, da Venezia a Ostia. Un'Italia oggi perduta, come i rossori della signorina in Cinema. Fino alla conclusione da avanspettacolo con la donna-vamp, vestaglia con maniche da pipistrello e guepiere nera e rosa. Un bis raffinato, in stile dannunziano. Tutto osservato e raccontato con sguardo nostalgico e malinconico ma non compiaciuto e con una leggerezza che non è mai semplificazione, anzi l'esatto contrario. Sia per Goffredo Parise che per Paolo Poli. Teatro gremito, molti applausi durante e alla fine. Visto a Macerata, teatro Lauro Rossi, l'11 novembre 2009 FRANCESCO RAPACCIONIVisto il 11.11.09 a macerata (mc) Teatro: lauro rossi La recensione di Roberto Rinaldi
Come non farsi trascinare dal turbinio di un via vai vorticoso di personaggi più disparati, servitori turchi, amabili signore e signorine attempate con i capelli bianchi, svolazzanti nei loro costumi sgargianti, una dietro l'altra in sequenza rapidissima, donne fascinose e demodè, zitelle acide, in cerca di marito, svampite e innamorate, dive sul viale del tramonto; d'altronde si parla di un'Italia del passato, di una nazione descritta mirabilmente dal quel grande scrittore che fu Goffredo Parise, scelto da un signore che tra pochi mesi compirà ben ottanta anni (ma non li dimostra) al secolo Paolo Poli. Il grande Poli ancora una volta mattatore in scena con un suo spettacolo d'effetto e con un copione ricco di annotazioni letterarie desunte da Sillabari del compianto scrittore veneto, pubblicate negli anni 70. Un omaggio dovuto a Parise, capaci come pochi nel riuscire a descrivere con efficacia uno spaccato di società italiana con tutte le sue contraddizioni. Scelta congeniale e raffinata per un Poli ancora vispo, e per nulla indomito che tanto ha da insegnare a coloro vogliano salire un palcoscenico. Il suo fare teatro è saper recitare, cantare, muoversi in scena, immedesimarsi nei personaggi, nelle azioni, scegliere con gusto e lui è il principe attorniato da consiglieri alla pari. L'eredità di Emanuele Luzzati, scenografo dalle mille risorse, e la bravissima Santuzza Calì capace di sorprendere sempre con i suoi costumi variopinti e coloratissimi, esotici e conturbanti. Poli si diverte e lo si vede, si concede l'arte del en travesti con il suo garbo che da sempre lo contraddistingue. Sceglie dal vastissimo repertorio di Parise ciò che gli è più confacente per costruirci sopra delle parodie ove il registro ironico sottintende una velata ma palpabile critica di costume. L'attore se ne appropria a suo piacimento e oltre al genere femminile, da sempre il suo cavallo di battaglia, esce con abiti maschili e triplica, quadruplica in continuazione i personaggi del suo luccicante mondo in omaggio al varietà, alla rivista, a chi sapeva intrattenere lo spettatore con eleganza e professionalità.
Bolzano Teatro Comunale 12 marzo 2009
La recensione di Edgardo Bellini
Rispetto a una consistente tradizione scenica fatta d’ironia dissacrante e di caustiche canzonette, lo spettacolo Sillabari, basato sull’omonimo lavoro di Goffredo Parise, impegna tonalità più mansuete e malinconiche del talento di Paolo Poli. Accantonata per un momento la fulminante lingua sacrilega, stemperata l’irrisione puntuta dell’umana mediocrità, in questo lavoro Poli ricama uno scorcio per brevi quadri della piccola borghesia italiana tra il fascismo e il boom economico; i racconti di Parise sono promossi a testi drammaturgici e consegnati al poliedrico ingegno del capocomico, pur circondato da una preziosa corte di ballerini-attori-mimi di notevole espressività corporea.
Quella medietas culturale e spirituale di frequente assediata dall’intelletto istrionico di Paolo Poli diventa in questo spettacolo il filo conduttore di una sequenza di brevi e delicati quadri che dipingono per lo più figure grigie ed un po’ malinconiche di una società schiettamente conformista e dalle contenute aspirazioni esistenziali. Ma le narrazioni di Parise nascondono imprecisati turbamenti, elementi di silenziosa inquietudine che affiorano seminascosti in ogni storia, lasciando la sensazione che qualcosa d’importante sia rimasto inespresso.
La grazia della scrittura obbliga il drammaturgo a non discostarsi troppo dal testo letterario; così la scena accoglie una sfilata di personaggi − le cui sfumature sono acutamente anticipate dai costumi quasi espressionisti di Santuzza Calì − che narrano le proprie microscopiche vicende piuttosto che agirle. Consiste forse in questa scelta il maggior limite della rappresentazione, che rinuncia alla verve tradizionale di Poli in favore di una drammaturgia meno articolata, fondata in misura essenziale sulla parola narrante.
Perciò giovano molto allo spettacolo le spiritose coreografie di Alfonso De Filippis che animano i quattro esuberanti danzatori − gli ottimi Luca Altavilla, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco e lo stesso De Filippis − in una gestualità ispirata a movenze e stilemi da cinema del dopoguerra. Naturalmente la presenza di Paolo Poli, ancorché attenuata nell’esuberanza, risulta sempre incantevole, anche nei toni elegiaci; e splendide come sempre ritornano le visionarie scenografie di Emanuele Luzzati che rimescolano con stile inconfondibile frammenti iconografici della prima metà del Novecento.
Teatro Bellini - Napoli, 17 febbraio 2009
La recensione di Wanda Castelnuovo
Molto adatti a Paolo Poli (Firenze 1929) - che non dimostra gli anni se non per un continuo e piacevole affinamento delle sue qualità interpretative - i brevi racconti controcorrente tratti da “Sillabari” di Goffredo Parise (Vicenza 1929 - Treviso 1986): lo scrittore e giornalista, ritrovando il valore più profondo delle emozioni dopo i numerosi viaggi compiuti, ne dedica uno a ogni sentimento, in ordine alfabetico anche se interromperà alla S per mancanza di ‘poesia’.
Paolo Poli ricrea sulla scena le piccole storie - prose in poesia - esaltando la parola attraverso il fluire di un linguaggio bello, lineare, chiaro ed estremamente comprensibile che rimane dentro come una melodia al di là delle deliziose canzonette d’epoca che accompagnano ogni quadro.
Microspaccati di quotidiano che si ergono a lirica con protagonisti di tutte le età e condizioni sociali con una tendenza a contrapporre adulti e bambini straordinariamente interpretati dall’ottimo quartetto di attori-ballerini: Alfonso De Filippis, Luca Altavilla, Alberto Gamberini e Giovanni Siniscalco.
Il ritmo è vivace e la noia non alberga in questo spettacolo in cui i cambi di abiti sono rapidi così come quelli di scena con le splendide ambientazioni di Emanuele Luzzati che strizzano l’occhio alla grande pittura del Novecento.
Raffinati, bellissimi ed elegantemente provocatori i costumi di Santuzza Calì che accentua il clima di giocosa ironia di queste sfaccettature dell’esistenza umana tra ironia e kitsch con protagonisti che potrebbero vivere ovunque, dal valore universale e che comunque ben rappresentano l’Italia di metà ‘900, mutata nella forma, ma non ancora nei contenuti.
Appunti e scorci rivelatori del percorso emotivo di Parise mediati dalla vivacità caleidoscopica di Poli per riflettere sui piccoli tasselli del nostro quotidiano in cui rituffarsi più sereni o più turbati dopo lo spettacolo.
Milano,Teatro Carcano, 14 gennaio 2009
La recensione di Igor Vazzaz
Sillabari per un dizionario emozionale
È sempre il solito, eppure è come se non si ripetesse mai. Paolo Poli porta a Firenze il suo nuovo allestimento, Sillabari da Goffredo Parise, serie di numeri intervallati da fintofrivole coreografie e rocamboleschi cambi di costumi. L’architettura della messinscena è collaudata, puntuale nella sua apparente semplicità: le fogge dei travestimenti firmati da Santuzza Calì risaltano il camaleonte che vive in questo “quasi centenario” (dice lui) istrione nostrano; le tele di Emanuele Luzzati sono piccoli capolavori di scenografia sovrapposti l’uno sull’altro, rinnovando rapidamente l’impatto visivo e rimandando costantemente a celebri immagini della pittura novecentesca. La scena si completa con un praticabile a scalini e tre ingressi laterali che costeggia i dipinti cangianti.
La struttura della performance è consueta nella peculiare declinazione poliana del cabaret: numeri brevi, canzoni rétro, balletti, ammiccamenti e allusioni che strappano sorrisi e applausi da parte di un pubblico che ama a priori questo vero grande del teatro italiano. La novità è, semmai, rappresentata dal rinnovato equilibrio tra i pezzi recitati in prima persona e quelli (siano danze o monologhi) affidati al bravo Alfonso De Filippis (aiutoregista e autore delle coreografie) e agli altri tre compagni di palco, Luca Altavilla, Alberto Gamberini e Giovanni Siniscalco. Se sino a qualche tempo fa (si pensi a Sei brillanti, ultimo allestimento in ordine di tempo) gli attori della compagnia di Poli svolgevano la funzione di cloni scenici del capocomico, in Sillabari si nota una considerevole autonomia da parte di questi talentuosi attori: ovvio che il timbro stilistico sia quello del maestro e che il ventaglio espressivo vari dal grottesco alla malizia en travesti, ma i quattro si segnalano tutti per qualità e personalità, ognuno con lievi e differenziate sfaccettature, che vanno dal cubismo di certe espressioni (acuite ridicolmente dal trucco) alla minima caricata di certe canzonette intonate e ballate nelle buffe reinterpretazioni sonore di Jacqueline Perrotin.
I Sillabari sono minuti quadretti d’umanità, saggi di minimalismo emotivo, apologhi dalla morale indecifrabile: nelle storie di queste donne turbate e bovariane (e quanto è grandioso Poli alle prese con le parti muliebri), di questi incontri e racconti di vita, sta l’attrazione, forte e irresistibile, che l’artista prova nei confronti dei sentimenti. Figurine di un’Italia trascolorata nel ricordo, memorie sospese tra ingenuità simulata e malcelata malizia, canzoncine frutto del répechage teppista del miglior brillante che il nostro teatro recente annoveri. Afferma lo stesso Poli: «Gli uomini d'oggi secondo me hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie», ed ecco che Parise offre l’occasione per un divertente quanto enigmatico dizionario emotivo, che solletica intelletto e cuore del pubblico in sala.
E se il “quasi centenario” (in realtà non ha “neppure” ottant’anni, dato che è del 1929) vorrà ancora regalarci altre perle come questa, non c’è che da starne allegri.
Applausi convinti, e non tributati al solo nome.
Visto a Firenze, Teatro Puccini, il 28 novembre 2008.
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