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ZOO

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LO SPETTACOLO

Autore: Isabella Santacroce / Giovanni Franci
Regia: Alessia Innocenti e Corrado Russo
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Centro culturale mobilità delle arti
Cast: con Alessia Innocenti

Descrizione
“La Santacroce è una prosatrice di altissima qualità, ipnotica, incantatoria, e sotto tutti gli aspetti stupefacente.” Così Cesare Garboli definisce Isabella Santacroce, la voce più estrema e visionaria del panorama letterario italiano. “Zoo” è il suo primo romanzo classico, ispirato ad una storia vera, combina magistralmente l’orrore e i sentimenti, la purezza e l’incesto, la passione angelica e la perversione, e da vita a personaggi da tragedia greca che rimangono sbarrati e incattiviti nelle loro gabbie metaforiche, da cui cercheranno disperatamente di fuggire passando per l’inferno e la morte.

Un lager dell’anima, un ring dei sentimenti, uno spazio esclusivo, domestico. Lo zoo in questione è il regno famigliare in cui germina in cattività il seme della violenza, quello del sesso e dell’amore. Una gabbia che separa dal mondo una giovane figlia, Lei, che riceve la sua educazione sentimentale attraverso l’alfabeto del dolore, del ricatto, dell’abuso.
Scheda spettacolo a cura di
Corrado Russo C.C.MOBILITA' DELLE ARTI
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LE RECENSIONI


La recensione di Alessandro Paesano

Zoo: Giovanni Franci meglio di Isabella Santacroce

Il romanzo Zoo  nonostante il successo e le parole di grande elogio spese per la sua autrice Isabella Santacroce, è un testo non proprio originale, nel quale l'autrice fa raccontare in prima persona, a una giovane donna misogina e sessista (ma non siamo sicuri siano "difetti" voluti...), dell'amore (platonico) per il padre e dell'odio (carnale) per la madre, alternando momenti di intima partecipazione, quando la voce narrante descrive senza censure la sua cattiveria, quell'onnipotenza egotista dell'infanzia dalla quale non è mai davvero uscita, a commenti più prevedibili (la madre, accusata di essere una troia perchè veste abiti femminili nonostante sia mamma, la cui colpa è di lavorare in un negozio di moda e lasciare le incombenze del ménage casalingo al padre che, si sa, in quanto maschio, ne viene umiliato) e meno sinceri.
C'era da temere che i difetti del romanzo si spostassero anche nella riduzione teatrale. Parola inadeguata per l'operazione che Giovanni Franci è riuscito a compiere. Senza tradire il romanzo di Santacroce, Franci ne asciuga gli eccessi, ne esclude il sessismo e il maschilismo quel quanto che basta per non dare troppo fastidio, elimina ogni ingenuità, ogni caduta di stile del romanzo, e presenta allo spettatore un monologo di 50 minuti di durata, essenziale, implacabile, che non lascia scampo.
Alessia Innocenti, che firma la regia assieme a Corrado Russo, incarna questa bimba mal cresciuta, costruendo anche sul contrasto tra il proprio corpo di donna e quello da adolescente mai cresciuta della protagonista che interpreta, una regia essenziale, minimalista, rafforzata da alcuni oggetti feticcio che provengo dal buio della scena spoglia vera, e si fanno metafora di una coscienza assente,  di un disagio ad esistere della protagonista (della quale non viene mai detto il nome) e del suo percorso che da bambina irretita dal fascino paterno diviene una giovane paralizzata che si nutre dell'odio per la madre, accusandola di aver causato la morte del padre.
Se Zoo, il romanzo, ha fatto parlare soprattutto per il tema dell'incesto, tra madre e figlia, Zoo, lo spettacolo teatrale, parla di un'anima femminile, di una presenza ectoplasmatica, ed eterea sulla scena proprio quanto carnale e umano è il racconto delle sue vicissitudini e del riverbero esistenziale che hanno sulla sua protagonista. Dove il mostro, quel tarlo  che le arrovella l'anima e non le permette di essere prima ancora che di crescere, è un ispessimento dell'animo umano, una decadenza morale che può capitare a ognuno di noi, il memento per un vizio dell'esistere che ci riguarda tutti.
Giovanni Franci ce lo racconta senza morbosità, senza furbizia, senza alcun espediente narrativo, potendo contare su un'interprete che sa restituire l'afflato di una storia costruita con la sacralità della liturgia, una liturgia dell'essere al mondo cui corrisponde un esempio elegante e riuscitissimo di liturgia teatrale, di un teatro dove la parola crea la scena anche con le sue pause e i suoi silenzi, incarnati da un'attrice che si dà, corpo e voce, alla pièce.

Visto il 03/09/2010 a Roma (RM) Teatro: India

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Paesano

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