VITA DI GALILEO
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 3
LO SPETTACOLO
Autore: Bertolt Brecht Descrizione
L’uomo e il senso di responsabilità, la ricerca e l’etica, lo scienziato e il potere: si sviluppa fra questi cardini – di assoluta attualità – Vita di Galileo, una delle opere più importanti e profonde di Bertolt Brecht, ma anche una fra le più ambigue e avvincenti. Composto fra il 1938 e il 1943, il dramma fu rielaborato in almeno tre distinte riprese, e costituì sempre un culmine nella produzione brechtiana: una sorta di "testamento spirituale" sia sul piano del lavoro teatrale, che su quello
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione LE RECENSIONILa recensione di Edgardo Bellini
Tra le ultime opere di Brecht, Vita di Galileo è quella che forse meglio contiene l’idea di provvisorietà della scrittura, caratteristica che per il drammaturgo tedesco denota la capacità di un testo di esser vivo e contemporaneo. Composto nella sua prima stesura alla fine del 1938, il lavoro viene rielaborato almeno due volte, dapprima tra il 1943 e il 1947 e poi definitivamente a metà degli anni Cinquanta. Il rapporto tra la scienza e il potere, tema centrale nell’opera, viene profondamente attraversato negli anni della guerra dalle tremende manifestazioni dell’atomica come strumento bellico; parallelamente la figura di Galileo si trasforma nella riscrittura, che procede incessante fino alla morte di Brecht. Nella versione ultima Galileo è anzitutto l’uomo che ha avuto paura dinanzi alle minacce dell’Inquisizione, testimone dunque di una debolezza, propria dell’uomo, che convive col genio; e non è eccessivo ritenere che Brecht pensasse anche a sé stesso, intellettuale perseguitato e perciò esposto di continuo al rischio del compromesso.
Con la sua messa in scena Calenda sceglie di attenuare la conflittualità e la debolezza di Galileo, delineando un personaggio incisivo e impetuoso, quasi con sfumature da eroe romantico, intenso anche nel momento finale della sconfitta. Una scelta verosimilmente ispirata anche dall’altezza dell’interprete, l’imponente Franco Branciaroli, baricentro inevitabile della scena e protagonista di un’esecuzione appassionata e sonora, che rende epico anche il passo doloroso dell’abiura; forse però un'opzione non perfettamente conseguente all’intenzione brechtiana, in genere poco incline alle figure “eroiche”, e comunque permeata da una visione marxista e “collettiva” degli eventi sociali. Coerentemente con la scelta drammaturgica, la scena finale − in cui Andrea Sarti, apprestandosi a partire per la libera Olanda dove farà pubblicare i manoscritti del maestro, suggerisce il principio di una nuova era − viene rimossa, come già nella seconda stesura di Brecht, lasciando calare la luce e il sipario sul vecchio e irriducibile Galileo.
Sulla scenografia l’autore ha lasciato spunti e indicazioni, che vengono ripresi in questo allestimento con una certa accuratezza; efficace l’invenzione di un fondo cosmico che proietta tutta la vicenda “umana” in un punto di relativa indifferenza dell’universo, sottraendo la scena stessa degli eventi ad una centralità tolemaica. Buona l’esecuzione di alcuni personaggi importanti per la marcatura dei temi principali: molto convincenti, ad esempio, Giancarlo Cortesi e Daniele Griggio nell’interpretazione dei due cardinali che interrogano Galileo: espressione del potere fermo, dunque né inclini ad un’arroganza non necessaria, né permeati da alcuna urgenza spirituale. Pregevole anche la prova di Giorgio Lanza nei panni di Sagredo, il compagno spirituale di Galileo in cui risuona e si fa parola ogni preavviso di dubbio e di umana fragilità del protagonista.
Teatro Bellini - Napoli, 11 dicembre 2007
La recensione di Alessia Fracchia
Il Chiabrera si apre sul mondo di Galileo Galilei fatto, come suggerisce la scena minimalista, di un cielo lontano di cui l'uomo può raggiungerne i misteri solo attraverso la ragione e da una casa con pochi essenziali mobili, rappresentazione della vita terrena dei piaceri, ma anche della amara concretezza del vivere a contatto con poteri forti e autoritari.
Lo spettacolo di Brecht sulla vita di Galileo e sul rapporto conflittuale tra potere e scienza del regista Antonio Calenda ci mostra il grande scienziato in tutta la sua umanità, nella capacità di grandi pensieri come nelle meschinità comuni a tutti gli uomini, ma anche nella golosità verso i piaceri più semplici. Tanto che l'amore per la buona tavola è un tema ripreso continuamente, come metafora, ma anche come vero piacere al pari dei piaceri dell'intelletto, anzi in ultimo, come l'ultimo piacere che rimane all'uomo privato della libertà intellettuale.
Ed proprio nel finale con il Galileo ormai invecchiato e rinchiuso nella sua stessa casa che si hanno i momenti più emozionanti dello spettacolo. Branciaroli appare perfetto nel rendere l'umanità dell'uomo, ormai apparentemente interessato solo al quotidiano, biascicante, che ha abiurato anche alla propria dignità, ma che nasconde guizzi di un'intelligenza e di una saggezza che deve nascondere al mondo.
Lo spettacolo si dipana attraverso scene che ripercorrono cronologicamente l'età adulta di Galileo fino alla vecchiaia, attraverso la narrazione del discepolo preferito dello scienziato, Andrea Sarti, figlio della governante di Galileo. Personaggio che vede nell'applicazione pratica il vero scopo della scienza, per cui il fine della scienza sta la tecnologia, ma il Galileo invecchiato conosce i pericoli dell'immenso potere della scienza applicata.
Interessanti anche gli altri personaggi che ruotano attorno allo scienziato. In particolare, le figure femminili si differenziano per il totale pragmatismo. Rimangono con i piedi ancorati a terra, pensando più alle necessità della vita quotidiana che ai misteri della scienza e della conoscenza. La figlia di Galileo del resto è inizialmente allontanata dallo stesso padre, che le preferisce nettamente lo spirito curioso del giovane Sarti, dal condividere gli interessi dello scienziato, e, infine, non ci si stupisce che si rifugi in una fede paurosa e oscurantista. La governante Sarti è legata alle faccende donnesche della vita di casa e non vuole neppure tentare di comprendere le pericolose intuizioni dello scienziato. Mentre gli uomini presenti non negano mai il valore della scienza, ma ne rimangono affascinati, oppure la combattono duramente perché potenzialmente sovversiva.
Savona, Teatro Chiabrera, 27 novembre 2007
La recensione di Alberto Fornasier
Di grande attualità questo dramma scritto da Brecht tra il 1938 e il 1943, ancora attuale perché, dalla bomba atomica in poi, non poche sono state le occasioni di una scienza in collisione con l’etica, in vista o di una sua gretta mercificazione o del suo utilizzo bellico: il drammaturgo tedesco prende Galileo come modello dello scienziato moderno, che vede degenerate le proprie scoperte in strumenti di morte, ed afferma il suo necessario impegno ad indirizzare la ricerca al solo fine di migliorare l’umanità senza snaturarla in aberrazioni anti-umane.
Altro tema dell’opera è il conflitto interiore dello scienziato, tra se stesso e le sue idee: dopo aver percorso le tappe fondamentali della vita di Galileo, caratterizzate da continui scontri tra l’arte del sopravvivere e quella della scoperta, lo spettacolo si concentra sul contrasto con il potere ecclesiastico, terminato con la sconfitta dello scienziato, con l’abiura della proprie dottrine, intimorito dalle ben poco caritatevoli modalità di persuasione della Chiesa d’allora. Galileo come eroe intellettuale, dunque, eroe fin tanto che non entra in gioco il corpo, non è un paladino che immola tutto se stesso alla causa: Galileo non puro cavaliere senza macchia ma comunemente umano, con i suoi slanci idealistici e con le sue giustificate paure individualiste di fronte a torture e rogo.
Lo spettacolo diretto da A. Calenda e con F. Branciaroli riesce a rendere bene queste tensioni, con una recitazione sicuramente matura e convincente (anche se per alcuni personaggi un po’ troppo macchiettistica, cozzando fastidiosamente con l’insieme) e una scenografia che, com’è apprezzata abitudine generale, è scarna e funzionale, con pochi oggetti su un palco che identificano efficacemente l’ambientazione. Le 2 ore e mezza risultano forse eccessive e in vari punti sarebbero stati proficui tagli e alleggerimenti in modo da guadagnare un piglio più deciso e persuasivo.
Milano, Piccolo Teatro Strehler, 26 ottobre 2007
La recensione di Francesco Rapaccioni
SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI
Nell'epoca del capitalismo industriale il teatro deve farsi carico dei compiti propri della scienza sociale: questo è alla base del “teatro epico” di Brecht, di cui “Vita di Galilei” è una delle maggiori opere. Nel presentare la vita e la figura dello scienziato, Brecht si interroga sulla libertà intellettuale, sul rapporto tra scienza e fede, sui limiti dell'una e dell'altra, lasciando nel lettore e nello spettatore un senso di indefinito, di enigmatico, a causa della loro irrisolta contraddittorietà. Ma bisogna sempre porsi domande, affannarsi a cercare risposte. Poi, avendole trovate, metterle in dubbio e cercare ancora, studiare sempre, analizzare, criticare (nel senso etimologico greco del termine): questo è, secondo me, il senso della vita. Senza requie, senza tregua.
Galileo, docente di matematica a Padova, cerca la prove del nuovo sistema cosmico di Copernico; servendosi del suo telescopio scopre fenomeni cosmici che lo confermano. Ma i dottori della corte medicea, per la quale ha lasciato la Repubblica di Venezia, accolgono con incredulità le sue scoperte, confermate invece dall'istituto pontificio per le ricerche scientifiche. L'Inquisizione però pone all'indice le teorie copernicane. Dopo otto lunghi anni sale al soglio pontificio Urbano VIII uno scienziato, e Galileo riprende le ricerche. Ma l'Inquisizione lo costringe ad abiurare le sue idee sul sistema solare e lo imprigiona in una villa in Toscana dove resterà, quasi cieco, fino alla morte.
Il mondo di “questo” Galileo è vuoto, essenziale: nella bella scena di Pier Paolo Bisleri la parete di fondo, su cui si apre un enorme portone, è il cielo, con la costellazioni e le galassie, un mondo nebuloso ed indistinto come è anche il mondo reale in cui si trova a vivere e studiare lo scienziato. Dai ricchi costumi di Elena Mannini compendiamo che l'epoca è l'inizio del Seicento, in adesione all'effetto di straniamento che l'autore perseguiva. Però alcuni sottili dettagli spostano (simbolicamente) l'azione, la avvicinano, rendendola sempiterna e imponendo le grandi motivazioni per cui il testo è stato scritto (rapporti scienza-potere e scienza-religione): il protagonista veste le giacche abbottonate e senza collo che indossava Brecht; l'abiura viene diffusa da altoparlanti; l'artista girovago va di piazza in piazza con una motoape accompagnato da due donne in abiti anni Trenta. Infatti Brecht, narrando la vita di Galileo, voleva dire cose importanti agli uomini del suo tempo, soprattutto voleva analizzare il rapporto tra scienza e fede ed il ruolo dello scienziato nella società. Dando così voce all'inquietudine, al tormento, ai dubbi e all'ansia dell'uomo del Novecento: come possono convivere scienza e fede? E scienza e potere politico?
La regia di Antonio Calenda è efficace e lucida nel presentare con chiarezza la vicenda e, al tempo stesso, nell'evidenziare quelle domande esistenziali che sono nel testo e che, irrisolte, continuano a ritornare nella mente dello spettatore, inducendolo ad un inesausto lavoro di pensiero e di studio su quelli che sono i propri punti di partenza nell'affrontare quelle rilevanti questioni, etiche e morali.
Il senso del testo, nella scorrevole e misurata traduzione di Emiliano Castellani, è più che mai attuale ed ha una eco molto forte nella vita di tutti i giorni, per cui la vicenda dello scienziato suona come emblematica per l'epoca contemporanea. Intelligente e coraggioso, ma anche vigliacco e ambiguo, Galileo è una forte metafora del comportamento dell'uomo novecentesco (Brecht era rimasto sconvolto dagli studi per la bomba atomica e dal suo utilizzo in Giappone, tanto che mise mano tre volte al suo testo, nel 1938 mentre appoggiava Oppenheimer, nel 1946 dopo Hiroshima e nel 1955 dopo il rientro in Germania est).
La forza espressiva è chiarificata dall'avere scelto come “voce narrante” quella di Andrea Sarti, giovane discepolo che ci racconta il tempo e il luogo dell'azione.
In un impiantito ovale di grandi assi di legno che sembra fluttuare nel vuoto, sapientemente illuminato in modo espressionista dal bravo Gigi Saccomandi, Franco Branciaroli non si risparmia e passa in rassegna con attenzione e minuzia l'amplissima gamma di sentimenti che vive il protagonista. La certezza di non sapere, la sete di sapere, il non tempo per studiare e così l'impossibilità pratica di verificare le ipotesi, il contrasto con la chiesa (“non ci è dato di conoscere la verità, però ci è consentito di cercarla” - questa la posizione ufficiale della chiesa nel testo; “Se in cielo ci sono le stelle, dov'è Dio? Lassù no. E allora come potrebbe essere quaggiù? Ma allora dov'è Dio?” - questo il pensiero del giovane Galileo - “Dio è in noi e in nessun luogo” - la risposta di Giordano Bruno), la mercificazione della scienza o forse piuttosto dei suoi risultati, gli scienziati asserviti al potere e su tutto la libertà intellettuale (“la verità è figlia del tempo, non dell'Autorità”) e la supremazia della scienza (“la scienza ha il solo scopo di alleviare la fatica dell'umanità; gli uomini di scienza devono imporsi sui potenti per essere forti e creare vantaggi per l'uomo”).
Branciaroli, accompagnato da bravi comprimari, è un magnifico Galileo, prima combattivo e forte, quasi violento ed irruento, anche imbroglione ed approfittatore, poi rassegnato, vinto, sconfitto, quasi un demente, se non fosse per quel sussulto che rivela la caparbietà di non rassegnarsi ad abbandonare i suoi studi, la tenacia nel trascrivere di nascosto i propri testi, altrimenti destinati alla distruzione, nascondendoli nel mappamondo e poi consegnandoli ad Andrea che si rifugia nella già libera Olanda, dove li pubblicherà.
Ma a Galileo spetta la frase chiave, “Beato il mondo che non ha bisogno di eroi, beato il mondo che ha bisogno di uomini”.
Visto a Jesi, teatro Pergolesi, il 17 maggio 2007
La recensione di Petra Motta
Ogni volta che un regista si propone di mettere in scena “Vita di Galileo”, capolavoro di Bertolt Brecht, ci si stupisce della sua assoluta modernità. Con un testo dotato di tale forza dirompente è quasi superfluo pensare a scenografia e costumi e sembra che Calenda, regista dell’ultima messa in scena del testo brechtiano, abbia voluto dare risalto soprattutto alla parola del grande drammaturgo tedesco; una parola capace di scuotere gli animi e le coscienze, e fare passare in secondo piano qualunque altro aspetto dell’opera.
Su un palcoscenico spoglio, un tavolaccio di legno a forma di ellisse incorniciato da una porta grandiosa e illuminato dalle stelle della Via Lattea, Branciaroli ha dato vita a un Galileo moderno e giocoso, che si entusiasma come un bambino nel comunicare le sue scoperte agli amici e ai discepoli più cari. Più che un circolo di studiosi Galileo e i suoi sodali – un giovanissimo Andrea Sarti interpretato dalla spontanea e freschissima Giulia Beraldo e da un talentuoso Coltorti; l’appassionato Frate Fulgenzio di Tommaso Cardarelli; l’emozionante Sagredo di Giorgio Lanza – ricordano un gruppo di fanciulli alle prese con un gioco magnifico, sempre nuovo e sempre diverso, per il quale dimenticano tutto e si allontanano dalla realtà.
Lo sguardo di Galileo è sempre rivolto al cielo, alla scienza, alla ragione, alla scoperta per il gusto della scoperta, ma si scontra con altri punti di vista più potenti del suo: quello della ragion di stato incarnato dal Procuratore della Serenissima, che non punta il cannocchiale verso il cielo, ma verso la terra, e chiede a Galileo sempre nuove scoperte per applicazioni belliche; e quello della Chiesa e dei cardinali Barberini e Bellarmino, che hanno lo sguardo sempre rivolto a Dio e ai testi sacri, senza chiedersi quale sia la verità, ma piuttosto qual è la verità di Dio.
Il Galileo di Brecht non sembra preoccuparsi di tali posizioni, perché l’unica cosa che lo interessa veramente è la scienza in sé e per sé e non si accorge, se non alla fine dei suoi giorni, dopo la durezza del processo per eresia, dopo il carcere, l’abiura, l’accusa di tradimento e l’abbandono degli amici e dei discepoli, che la scienza deve essere uno strumento per migliorare la vita degli uomini, non per allontanarsi dall’umanità.
La modernità del testo brechtiano è tutta nella sua capacità di sintetizzare efficacemente l’opposizione Scienza/Religione/Politica/Etica, che ha sconvolto il secolo scorso e ancora oggi è un tema che ricorre quotidianamente.
Chi ha assistito alla “Vita di Galileo” di Branciaroli e Calenda non ha potuto non vedere nello scienziato e nei suoi discepoli gli scienziati di oggi, i medici, i ricercatori, i fisici che, talvolta perdendo di vista l’eticità del proprio lavoro, si dedicano anima e corpo alla ricerca scientifica fine a se stessa, raggiungendo risultati non sempre condivisibili dall’umanità. Negli oppositori di Galilei invece si trovano incarnati i capi di stato che si servono della scienza per le loro basse ambizioni di potenza e distruzione, e le alte sfere ecclesiastiche, che diffidano di qualunque cosa possa alterare lo status quo costituito dal sentimento religioso in millenni di pratica e letture bibliche.
Bergamo, Teatro Donizetti
4 maggio 2007
La recensione di Luisa Monnet
C’è una grande ellisse disegnata sul palcoscenico dell’Argentina, su cui si affaccia il muro immenso della Via Lattea. In questo spazio irregolare si muovono tanti personaggi che ne circondano uno, destinato a rimanere solo: Galilei. Quello che conta - è sembrata dire la messinscena - non è tanto l’ambiente umano e politico in cui si è mosso il grande pensatore, quanto lui stesso, e soprattutto la sua testa, la sua voglia di sapere.
Il messaggio di Antonio Calenda e del suo interprete Branciaroli muove dal lato umano, quasi ridicolo dello scienziato, e da quella modernità con cui lo concepì Brecht. Elementi che ne fanno oggi un simbolo contemporaneo dell’inquietudine umana e del conflitto interiore di chi, più di altri, è chiamato a decidere dei percorsi futuri della ricerca scientifica e del progresso o della dannazione dell’umanità. Il richiamo alla maledizione della scienza, quando asservita al potere e all’orgoglio dei singoli, pronunciato con voce quasi spenta da un vecchio e rinchiuso Galileo, lancia lampi costanti lungo tutta la visione di Brecht, che costellò il cammino dello scienziato di oppositori intelligenti e forti, cui venivano contrapposte spesso presenze di famigliari ed amici bigotte e piene di dubbi.
La regia di Calenda ha riproposto la sfida del fisico italiano quando i Lumi ancora dovevano vedersela con l’Inquisizione in un contesto che, pur fedele allo spirito dell’opera originale, è applicabile in qualunque epoca dell’evoluzione umana, compresa quella attuale.
Quello che colpisce appunto è l’intensa umanità che traspare da tutti i protagonisti di questa vicenda, il loro dubbio e rovello interiore: a partire dalla solitudine di Galileo, destinato ad essere incompreso anche dall’allievo più amato, un Sarti seguito nella sua crescita da una giovanissima attrice espressiva e promettente, e da adulto da un Emiliano Coltorti più sperimentato. Belle figure vengono tratteggiate anche da Giorgio Lanza, nella parte di Sagredo, l’amico fidato ma timoroso, da Lucia Ragno, la governante cui Calenda ritaglia un siparietto da ‘chanteuse’ di strada che sembra un piccolo omaggio a Fellini, e dalla Zamparini, che offre il ritratto della figlia di Galileo, persa in una devozione cieca e rancorosa _
Roma – Teatro Argentina
23 marzo 2007
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