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THE END
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LO SPETTACOLO

Autore: Valeria Raimondi Enrico Castellani
Regia: Valeria Raimondi Enrico Castellani
Genere: teatro sperimentale
Compagnia/Produzione: Babilonia Teatri
Cast: Valeria Raimondi Enrico Castellani Ilaria Dalle Donne Luca Scotton scene Babilonia Teatri/Gianni Volpe costumi Babilonia Teatri/Franca Piccoli produzione CRT collaborazione Operaestate Festival Veneto Santarcangelo 40

Descrizione
Ultimo tabù della società dei consumi, oggi la morte non esiste. Non se ne parla. Non la si affronta, né la si nomina. La morte, la vecchiaia, la paura della morte, il diritto alla morte, la morte tragica, la morte comica. La morte perfetta: un boia e un colpo di pistola. I Babilonia Teatri mettono un scena una paura collettiva, oggettiva, sociale, diffusa, generazionale, occidentale. Un inno alla morte. Uno spettacolo sulla fine, per emendare una considerazione falsata del finire che ci fa pensare ad esso come qualcosa che conclude, mentre è invece parte integrante della vita.
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione
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LE RECENSIONI


La recensione di Elena Dalmasso

La rimozione della morte: un presepe crocifisso

La rimozione della morte nella società contemporanea. Questo il tema di un laboratorio, “This Is the End My Only Friend The End”, che Babiliona Teatri aveva condotto la scorsa estate e che aveva portato alla presentazione di uno studio d 30 minuti al Festival di Santarcangelo. Dalla riflessione sulla morte, sulla vita, sul corpo, sulla sua evoluzione e in particolare sulla sua fine, nasce “The end” nuova produzione del gruppo veronese, al suo debutto al CRT di Milano, dove sarà in scena fino al 13 febbraio.
La nostra società, come sempre nei lavori di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, viene messa sotto inchiesta, senza sconti. In scena un frigo, un Cristo di plastica senza braccia (le braccia sparse in giro), un palo in terra, alcuni tiri di corda. Sul palco, per la maggior parte del tempo, la sola Valeria Raimondi, avvolta in un abito di paillettes argentate. Un’unica violenta tirata sulle necroattrazioni, sui profili facebook post mortem, sull’estinzione delle cicogne (i genitori ormai non muoiono: “non invecchiano, si perpetuano”).
“Non dite morto”. Una parola che fa paura, che viene rimossa. Lo stile asciutto, diretto, cantilenante e pungente – da sempre apprezzata e spiazzante cifra stilistica del gruppo – trascina, tra risate e momenti di profonda emozione, attraverso i temi più delicati che riguardano la fine della vita: l’eutanasia (“voglio il mio boia, voglio affittarlo”), il diritto a scegliere la propria morte (un colpo di pistola? “solo, economico, senza controindicazioni”), la dignità della vecchiaia (“non avrò una sacca di piscio attaccata al letto, non guarderò la tv parcheggiato in un salone, non vedrò morire i miei compagni di stanza, non ascolterò le vostre rassicurazioni e le vostre bugie, non sopporterò la vostra indulgenza”). La fine della vita viene analizzata, sviscerata, presentata nei suoi aspetti più pratici: il funerale? Un prete che non ci conosce ci consolerà. Non conta più il rispetto dei dieci comandamenti: è sufficiente non essere suicidati. Non conta nemmeno più se e in cosa si credeva. La malattia? Una fila di benevolenza ipocrita, religione addomesticata, falsa pietà, maratone di solidarietà. Gli ospizi? Celle addobbate da stanze, luoghi in cui si vive ma di cui non si hanno le chiavi.
“The end” è una riflessione su uno dei temi più difficili al mondo proprio perché uno tra i meno affrontati: temiamo la morte, addirittura a volte arriviamo ad averne schifo. La morte puzza. Tira fuori tutto ciò che il corpo porta con sé. Odori, umori, liquidi. La morta può essere una scelta? Può essere affrontata con dignità? Sulla scena viene man mano costruito uno scenario paradossale: il Cristo vene issato su una croce di pali innocenti; ai lati le teste (prima conservate nel frigo) di un bue e un asinello. Presepe e crocifissione. Nascita e morte. Festeggiamento e sacrificio. La religione cattolica ha delle grosse responsabilità rispetto a come nascondiamo, ignoriamo, non parliamo della morte, riducendo tutto ad un passaggio verso un mondo migliore.
Uno spettacolo che presenta sapientemente gli aspetti sia tragici (il dolore) che comici (il mito della giovinezza) della morte come normale evoluzione della vita, come evento insito nella vita stessa che ci tiene per mano dal momento della nascita. Si parla di come morti e vivi non vengano considerati parte dello stesso universo, di quanto traumatico sia per tutti un evento con cui si dovrebbe imparare a convivere. “Il modo in cui viene affrontata e trattata la morte oggi è profondamente bruciante e carico di contraddizioni. E' una combustione lenta e sotterranea, forse per questo più dolorosa e non cicatrizzabile. Ogni tanto riesce a zampillare all'esterno prima di tornare a scorrere sotto traccia, […] relegata nell'alveo di un individualismo che nega una sua elaborazione collettiva”.
Uno spettacolo intelligente, forte e chiaro, accompagnato dalle commuoventi note della versione di Fabrizio De Andrè di “S’i fosse foco”, da “Ciao Amore Ciao” di Luigi Tenco e, a chiudere, dai Doors con “The end”. Uno spettacolo che ha il grande merito di riuscire a catturare costantemente l’attenzione su un tema dal quale si tende a rifuggire.

Visto il 25/01/2011 a Milano (MI) Teatro: CRT Teatro dell'Arte

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Voto: Voto del Redattore: Elena Dalmasso


La recensione di Roberto Rinaldi

I Babilonia Teatri infrangono un tabù.

Diritto alla vita, diritto alla morte. Una morte con dignità nel rispetto della propria libertà. Da sempre le società, che si sono succedute nel corso dei secoli, si sono confrontate con un argomento che ha assunto le caratteristiche di un tabù difficilmente violabile. Se ne parla molto però, vedi il caso di Eluana Englaro (nel bene e nel male), ma è più un tentativo di esorcizzare la paura della morte, più che un tentativo (spesso maldestro) di infrangere la cultura tesa ad evitare l'argomento. Ognuno di noi vede la morte come una proiezione esterna da “collocare” il più lontano dalla nostra sfera vitale. Non sempre ci riusciamo. La malattia e la sofferenza del morente è preferibile gestirla in situazione neutrali come un ospedale, una lungodegenza, una stanza asettica, dove queste persone, spesso, vengono lasciate sole, abbandonate al loro destino, dopo aver vissuto un travaglio in cui c'è spazio solo per la medicina e bandita qualsiasi forma di umanità e di solidarietà per chi è accanto al letto del proprio caro. Mentiamo sulla verità della malattia a chi ci chiede solo di essere sinceri. Facciamo i conti con la morte dell'altro che ci costringe a interrogarci sulla nostra. Un lungo preambolo necessario per parlare del tema della morte portato in scena, con la loro consueta forza emotiva e scenica, dal gruppo Babilonia Teatri, impegnati nel scandagliare e scompigliare, che loro stessi affermano così: “Oggi la morte non esiste. Non se ne parla. Non la si affronta, ne la si nomina. È un tabù....”. La chiave di lettura è immediatamente decodificabile. Un enorme crocefisso ligneo posto al centro della scena scarna, dove sullo sfondo appare un frigorifero che svelerà solo alla fine un macabro contenuto. Il Cristianesimo è decisamente preso in causa. Icona religiosa che incombe sopra i due protagonisti, inginocchiati nell'intento di pulire il pavimento con un loro indumento. Gesto eclatante intrapreso con foga e atteggiamento al limite del servilismo. Ma c'è anche un'altra lettura, forse più consona: pulire per togliere un peccato, lavare qualcosa di sporco, di repellente, al limite della propria forza fisica. Dove non manca l'energia è nella recitazione antiespressiva. Le parole escono a ritmo serrato, ma non devono arrivare ai registri emotivi, bensì scagliate nello spazio come sassi contro un vetro. Vanno ad infrangere il conformismo imperante che ti impedisce di dire certe cose e di rifiutarle. Si parla di accanimento terapeutico, di eutanasia, di scelte estreme, di strumenti per la funzione dei parametri vitali. Sangue, flebo, sacche nutrizionali, sonde. No alla commiserazione, agli orpelli funebri dove ci si rifugia per salvare la propria coscienza. Dal biancore dell'impassibile frigorifero escono due teste di animali. Un bue e un asino che vanno a comporre un presepio che nella sua tragica rappresentazione annulla qualunque idea di nascita e di inno alla vita. Uno sparo di pistola ripetuto due volte. Un suono sinistro mortale che scuote e fa rabbrividire. Una corsa frenetica che finisce sbattendo sulle pareti. Come se Ilaria Dalle Donne ed Enrico Castellani cercassero via di fuga dal quel luogo di morte. Fuga o avvicinamento.. La stella cometa di cartone entra alla fine tra le mani di Luca Scotton, ma non indica la via, si smarrisce avvitandosi su stessa. Effetti che contribuiscono a creare un senso di spaesamento palpabile. The end solo nel titolo. Un lavoro in progress sul quale si dovrà ritornare e compattare il tessuto drammaturgico. Come sempre i Babilonia seminano interrogativi ai quali, prima o poi, tutti ci dobbiamo porre.

 

Visto il 4/08/2010 a Bassano del Grappa (VI) Teatro: CSC Garage Nardini

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Voto: Voto del Redattore: Roberto Rinaldi

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