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SOLA ME NE VO

Sola me ne vo

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Autore: Mariangela Melato, Michele Serra, Giampiero Solari e Riccardo Cassini
Regia: Giampiero Solari
Compagnia/Produzione: Tearo Stabile di Genova - Ballandi Entarteiment
Cast: con Mariangela Melato musiche arrangiate da Leonardo De Amicis, coreografie Luca Tomassini

Scheda spettacolo a cura di
Gianmarco Cesario

LE RECENSIONI


La recensione di Francesco Rapaccioni

Recanati (MC), teatro Persiani, “Sola me ne vo” di Cerami, Cassini, Melato, Solari

RACCONTARSI IN SCENA

Confessarsi in scena è un richiamo irresistibile per attori e attrici; la vita è come uno spettacolo teatrale che si può raccontare in molti modi diversi. Così si legge nel programma di sala e “Sola me ne vo” è il racconto della vita di Mariangela Melato, una Melato nuova, scapigliata, dal fisico asciutto, piena di energia, fra ricordi e invenzioni nel boccascena del teatro illuminato dalle lampadine come gli specchi dei camerini. Una Melato che rievoca i personaggi e le avventure della vita e dello spettacolo, cinema e teatro. Smoking e pantacalza nera, bombetta di lustrini e bastone, maglione rosso e felpa grigia, cappellino colorato o calzettoni rossi di lana: una Melato a distanza dai consueti ruoli tragici (un filmato la mostra nella Fedra di Racine).

Non si sa quanto sia realtà e quanto invenzione di quello che si racconta, ma poco importa: il pubblico si commuove con lei in un momento di intimità, prima di scoprire che sta recitando un frammento del Tram che si chiama desiderio (ma il fatto non è rilevante, le parole del teatro sono universali e personali al tempo stesso).
Mariangela si rivede bambina, figlia di un vigile urbano da lei definito trozkista per la severità e di una sarta che lavora in casa e che le confezionerà, per la prima “cena della prima”, una pelliccetta di astrakan finto con l'anima rigida di cartone (su cui ha incollato col vinavil del velluto nero). Figlia unica, sola ed un po' originale, ribelle e con tanta voglia di essere al centro dell'attenzione, che si è scontrata con i genitori ma ha fatto una carriera irripetibile nel mondo dello spettacolo, iniziando come vetrinista alla Rinascente. In quella Milano di cui si rievocano odori e nebbie.

Comincia con Dario Fo e quel ruolo di “prima puttana” che tanto imbarazzo deve avere causato ai genitori, proseguendo con Luchino Visconti e la Monaca di Monza, una suora sì ma poco castigata nei costumi ed i tanti ruoli da prostituta, chissà perchè?
Ovviamente, nella vita privata, gli uomini hanno un ruolo centrale, però pochi, per molti motivi. Ma esiste l'uomo ideale, si chiede e chiede alle signore in sala? Per quel che la riguarda, la scelta di restare single e della solitudine è una scelta forse “forzata”: “nessuno mi ha mai chiesto di sposarlo”. La scelta di rimanere sola è apprezzabile.. quando la scelta è tua!! Però nessun rimpianto.
Accompagnata al pianoforte dal vivo da Lorenzo Capelli ma con un'orchestra registrata che si vede in filmati bianco e nero, sei boys la rivoltano come un pedalino facendole fare mille evoluzioni. E Mariangela non si sottrae, sta al gioco fino in fondo, e fino in fondo gioca con se stessa in una specie di gioco della verità (o per lo meno viene presentato come tale). Si asciuga il sudore con asciugamani rossi, mastica una pasticca per la tosse. Balla e canta passando dal tip tap al tango al rock and roll. Imita Wanda Osiris indossando un vestito che scende dall'alto e che ha la gonna con le lucine, canta canzonette d'epoca ma anche Brecht-Weill (Moritat dall'Opera da tre soldi), riarrangia Gaber e la sua ballata del comunista, passa per Vasco Rossi e la sua vita spericolata mixando con “Straziami ma di baci saziami”.

Racconta-ricorda-canta-balla, instaura un profondo feeling con il pubblico, a cui si rivolge direttamente e che è bel lieto di interagire e partecipare. Scade nel banale descrivendosi a casa in poltrona nel giorno di riposo, quella poltrona rossa di pelle che compare nei momenti più “riservati”. Lo spettacolo, abilmente cucito addosso alla Melato, mette tutti d'accordo ed è una perfetta operazione commerciale.
La scena è semplice e lineare, due specchi ovali moltiplicano la platea oppure riflettono immagini.
Particolarmente azzeccati i costumi di Francesca Schiavon; efficaci le coreografie di Luca Tommassini.
Il refrein che ritorna più volte è “Sola me ne vo per la città, passo tra la folla che non sa, che non vede il mio dolore, cercando te, sognando te, che più non ho”. Sipario. Su una e su tutte le solitudini.

Teatro tutto esaurito, pubblico partecipe e plaudente, soddisfattissimo.

Visto a Recanati (MC), teatro Persiani, il 30 novembre 2008

FRANCESCO RAPACCIONI

Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Igor Vazzaz

Mariangela, sola ma non troppo

Terzo anno di tournée per “Sola me ne vo”, assolo scenico di una (quasi)inedita Mariangela Melato che, smessi i panni d’attrice tragica, affronta il pubblico in solitudine, secondo il modello ormai collaudato dell’one man show, declinato in questo caso nella formula "one woman show".
A firmare il collage di testi e sketch, con varie citazioni classiche (da Racine a Shakespeare) e contemporanee (da Brecht a Tennesee Williams sino a Gaber), tre importanti nomi dello spettacolo italiano quali Vincenzo Cerami, Giampiero Solari (regista dello spettacolo) e Riccardo Cassini.

Mariangela si presenta sola. Un occhio di bue segue dall’alto la sua silhouette invidiabile.
Vestita di nero, con una sorta di maglia scollata che scopre parzialmente le spalle, compare al centro di una scena spoglia, in cui campeggiano tre grandi schermi ovali disegnati da luci che, a tempo debito, s'illuminano creando godibili effetti a metà tra il “santino” e il varietà: le due ellissi laterali sono, come si capisce in seguito, anche degli specchi riflettenti, in grado di creare fantasiosi effetti di luce conferendo allo spettacolo un piacevole movimento visivo. Di quando in quando, un divano rosso compare sulla destra, nei momenti in cui la protagonista parla della propria vita privata. Proiezioni e filmati d’epoca interagiscono col racconto dell’attrice, che narra, apparentemente a ruota libera, della propria vita, del proprio vissuto, dalla gioventù agli esordi con Dario Fo, dalla carriera cinematografica alla propria esperienza di donna.

Non solo monologhi, tutt’altro: man mano che la performance prosegue, l’artista canta, accompagnata al pianoforte di Lorenzo Capelli che appare in controscena, e, soprattutto, balla attorniata da sei prestanti ballerini (coreografie di Luca Tommassini), nei momenti forse più felici dell’intero allestimento.

Sin dal principio Mariangela Melato rompe la quarta parete, rivolgendosi direttamente al pubblico, stratagemma certo non nuovo, ormai: si rivolge alle signore in sala, con complicità, lamentando l’assenza degli “uomini”, ormai intimiditi, effemminati, incerti, raccogliendo consensi e risate da una sala non eccessivamente calda. E l’intero spettacolo sembra pagare una palpabile incertezza nella scrittura, l'assenza di coraggio di un testo "garbatino" ma niente più, privo di spunti reali, tutto appoggiato sulla confidente personalità dell'attrice. Troppo poco.
Non è un caso che la produzione sia di Ballandi Enterteinment, colosso nello spettacolo italiano già attivo con i vari one man show che da qualche anno costituiscono i pochi, rarissimi eventi televisivi (si pensi a Fiorello, Panariello, Morandi e Celentano).
Il punto è che il teatro funziona diversamente dalla televisione e, soprattutto, quello che in un dormiente e soporifero canale generalista sembra essere eversivo, traslato sulle tavole di un palcoscenico reale assume i contorni di uno spettacolo depotenziato, privo di forza e d’interesse.

Francamente, spiace che un’attrice del calibro della Melato si presti a un’operazione simile, dalla quale è difficile che possa trarre, artisticamente, vantaggio alcuno. Non che gli spunti manchino del tutto, i balletti sono godibili e ricordano, in alcuni rari momenti, certe “follie” sapientemente frivole di Paolo Poli, ma, alla fine dei conti, le voci in positivo sono veramente troppo poche a fronte di un testo debolissimo cui ben poco giovano inserti e citazioni.
Nello specifico, non sosteniamo che “Qualcuno era comunista” di Gaber-Luporini sia impossibile da far recitare ad altri attori oltre che all’originale, ma la versione proposta dalla Melato grida ampiamente vendetta: ridotto a un bluesaccio né originale né disinvolto, il pezzo è risultato del tutto inconsistente.
Buone le musiche, invero, ma nel complesso, troppo, troppo poco.

Spettacolo visto a Lucca, Teatro del Giglio, il 10 ottobre 2008
Galleria immagini (clicca sull'immagine per ingrandire)

Voto: Voto del Redattore: Igor Vazzaz


La recensione di Damiano Verda

Mariangela Melato interpreta se stessa.
O meglio, come chiarisce durante lo spettacolo, interpreta tutte le molteplici sfaccettature della sua esuberante e profonda personalità.
Trovano spazio ironia, ardore, risentimento, dramma e speranza, sentimenti veri eppure artefatti anzi veri forse tanto di più perché artefatti. Se non si riesce ad essere felici almeno si gioca ad esserlo, dice la Melato. E che importa se è stupido, la felicità a volte può esserlo, o essere perlomeno ingenua.
In scena due specchi a volte metaforici, rivolti verso il passato, a proiettare altre scene, altri spezzoni e a volte invece reali, specchi veri e propri, rivolti verso la platea e il pubblico, coinvolto dall’attrice in un crescendo di brillantezza e partecipazione.
E un altro grande specchio al centro, questo invece utilizzato soltanto per proiettare scene passate, lo specchio dei ricordi e della memoria, forse. Ma non è uno spettacolo malinconico, anzi, sia pure con qualche lieve sfumatura di tristezza in alcuni passaggi trasmette una straordinaria voglia di vivere e giocare, davvero, ad essere felici.
Forse la Melato non nelle sue parole, ma nel suo recitare, nel suo cantare e ballare affiancata da sei ballerini e accompagnata dal suono di un pianoforte, nel piroettare in una scena che si trasforma e si colora delle sue emozioni, forse dice davvero molto di sé.
E lo spettacolo, non a caso, si avvicina alla conclusione con una citazione di Shakespeare: “Noi attori siamo spiriti e ci sciogliamo nell’aria lieve, nell’aria leggera”, e il cuore e il trasporto di Mariangela Melato davvero si sciolgono e si diffondono, in una brezza di applausi. E la citazione prosegue e si conclude: “Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni e la nostra vita è breve come l’attimo di un sonno.”
Una musica leggera, un gran ballo e poi, sipario.

Genova, Teatro della Corte, 12 febbraio 2008

Voto: Voto del Redattore: Damiano Verda


La recensione di Alessandra Borini

In questo One Lady Show, come lei stessa lo ha definito, Mariangela Melato si racconta attraverso episodi ed aneddoti della sua vita teatrale e privata.
Parte dall’infanzia, povera e non sempre felice, per passare a raccontarci dei suo esordi lavorativi come vetrinista alla Rinascente, e poi la sua prima vera scrittura: quella per uno spettacolo con Dario Fo e Franca Rame. Ironizza molto su se stessa nell’età giovanile e sui suoi esordi teatrali accomunati da uno stesso ruolo, che ritorna, quello della prostituta e quand’anche prostituta non era, era la Monaca di Monza…

Sola me ne vo… uno spettacolo che alterna parti cantate e ballate in puro stile musical, a parti di monologo che ci presentano l’attrice sotto un punto di vista nuovo, un nuovo personaggio, il suo personaggio.
Uno show che gira tutto intono a lei, alle sue idee, ai ricordi di una vita vissuta in teatro e per il teatro.
Ci parla di amore, di uomini e anche di donne, di comunismo(Qualcuno era comunista perché...), di società, di politica e soprattutto ci parla di lei.
E poi, una melodia che ritorna più volte “…Sola me ne vo per la città, passo tra la folla che non sa, che non vede il mio dolore, cercando te, sognando te, che più non ho…” e che accompagna in un certo qual modo le frasi della Melato: l’essere soli, il sentirsi soli in mezzo alla gente, gli uomini che non guardano, la solitudine, questa solitudine che ci piace, o meglio, che ci facciamo piacere.
Un mix esplosivo di grande impatto, una Melato strepitosa che ha saputo coinvolgere pienamente il Teatro Chiabrera. Domande dirette al pubblico che ha accettato il dialogo e ha cantato “Ma se ghe pensu, alūa mi veddu-u mā”, in una sorta di scambio con la Melato.

25 gennaio 2008, Teatro Chiabrera, Savona.
Galleria immagini (clicca sull'immagine per ingrandire)

Voto: Voto del Redattore: Alessandra Borini


La recensione di Tania Croce

E’ apparso un bagliore sulle tavole del palcoscenico, uno scintillio biondo e pallido, è lei, Mariangela Melato che manifesta nel suo “One Lady Show”, l’ enorme passione per il teatro: “Io mi accorgo che sono fatta di teatro, che la mia casa, la mia sostanza è il teatro, un fiume che mi travolge e quel fiume sono io; una tigre che mi strazia e quella tigre sono io; un fuoco che mi consuma e quel fuoco sono io”.
L’attrice milanese si racconta con la leggerezza di un arcobaleno e la pesantezza di un barattolo ‘attaccato ad un filo’, e parla dell’insostenibile leggerezza dell’essere bizzarra, una bambina inquieta che ha dato filo da torcere ai genitori, vestita “con una tela di sacco dipinta a mano”, i capelli con tutti i colori trovati alla Rinascente e la bocca “color blu livido”, fino all’incontro col suo più grande amore: il teatro.
Il suo più grande ed unico amore… perché è stato il solo a dichiararsi ed a cui è stata fedele per una vita, infatti non si è sposata. “Per essere sincera – dice – mi sarei anche sposata! E’ che non me l’hanno mai chiesto. Veramente. Tutti i miei grandi amori adesso dicono e ma io, ma tu, ma noi, e lei… ma io te l’ho fatto capire… E no! Non sei stato chiaro! Non abbastanza”.
Ma perché un’attrice così affascinante, ha scelto la solitudine, colei che ha debuttato con Dario Fo, interpretando la parte della prima puttana e poi de “La Monaca di Monza” con Visconti, la “Fedra” di Racine e che ha trionfato oltre che nel teatro anche nel grande schermo con registi come la Wertmuller, De Sica, Comencini, Monicelli?
La Melato ha scelto di essere single o zitella… per una serie di motivi tra cui la formula del matrimonio, che impone ai futuri coniugi di “amarvi e rispettarvi nella buona e nella cattiva sorte finché morte non vi separi… e che caspita, un po’ di delicatezza, stiamo festeggiando”. Insomma alla Melato non sarebbe piaciuto fare la fine di quelli che si sposano e nei primi tempi c’è l’amore tra la ‘coniglietta’ e il ‘pulcino’.
Poi Pulcino e Coniglietta “si tramutano in brontosauri rugosi e stanchi, stravaccati sul divano davanti alla tv, in pantofole, sfatti, soddisfatti, che non hanno più niente da dirsi”.
Loquace e solare, l'attrice conta i passi del tip tap e di un tango appassionato, accompagnata dal suo corpo di ballo: 6 ballerini di talento che ascoltano il suo soliloquio romantico, nostalgico e anche politico sulla scia del ricordo di un grande uomo come Berlinguer.
Le luci si spengono, cala il buio in sala: è il tempo della riflessione, un momento intimo tra gli spettatori e la Lady del teatro italiano che chiude il suo show pronunciando la parola ‘fine’. E’ stato accolto dagli applausi calorosi del pubblico romano, lo spettacolo “Sola me ne vo…” scritto insieme con Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini e il regista Giampiero Solari e che sarà al teatro Sistina fino al 25 novembre 2007.



Roma, Teatro Sistina, 30 ottobre 2007

Voto: Voto del Redattore: Tania Croce


La recensione di Roberto Mazzone

Mariangela Melato è tornata a riempire i teatri italiani con lo spettacolo “Sola me ne vo”, un one woman show in cui l’istrionica attrice recita, canta e balla affiancata da un corpo di ballo di sei elementi, diretta da Giampiero Solari. Una veste insolita per lei, forse uno spettacolo abbastanza faticoso, ma che la mette comunque a suo agio. Lo spettacolo si apre con un insolito numero di tip tap: successivamente, l’attrice affronta subito un tema centrale nel suo percorso professionale e umano, in cui però molti si possono ritrovare: la solitudine o, comunque, quello che per un attrice è il significato della scelta di rimanere soli. Racconta della sua vita, di come sia cresciuta nella Milano degli anni ’60 inseguendo il mito della diversità; gli inizi della sua carriera con Dario Fo e Luchino Visconti. Cita la “Fedra” di Racine, da lei molte volte portata sul palcoscenico. E poi Brecht, Shakespeare e perfino Wanda Osiris.
Non mancano suggestive riflessioni sulla realtà quotidiana o un partecipato ricordo sul comunismo verace dell’epoca di Berlinguer e altri.
Il risultato è uno spettacolo scritto con consapevolezza da lei stessa insieme a Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini e Giampiero Solari. Una serata genuina, insomma, e non fa stupire che la voglia del pubblico di applaudirla sia tale da lasciar presagire che la Melato girerà l’Italia con questo spettacolo anche la prossima stagione per la terza volta consecutiva. In scena al Teatro Alfieri di Torino fino al 28 ottobre.

Torino, Teatro Alfieri, 19 ottobre 2007

Voto: Voto del Redattore: Roberto Mazzone


La recensione di Diana Della Casa www.lormaonline.com

Al Teatro della Corte di Genova arriva uno spettacolo divertente ed estroso che ci offre una Melato in una versione insolita e più personale, diretta da Giampiero Solari, in uno spettacolo che lei stessa ha scritto con Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini e con lo stesso regista.
Un “One-Lady Show” in cui la grande attrice recita sé stessa, o meglio recita le varie “lei”, in uno spazio teatrale che si personalizza e diventa come la sua casa, dove accogliere e coinvolgere il pubblico cui spesso si rivolge direttamente…eccola allora raccontare storie e aneddoti della sua vita e della sua carriera, recitare monologhi brillanti, cantare e ballare con sei vivaci ballerini (Francesco Saracino, Stefano Benedetti, Tony B., David Cipolleschi, Antonio Fiore, Paolo Sabatini), accompagnata da un’orchestra e da un pianista in scena, Lorenzo Capelli.
Racconta di una donna che ha la propria essenza nel teatro e che non può vivere senza, tanto da averlo sempre messo come priorità nelle scelte di vita…una donna che ha fatto della solitudine una scelta di vita, e di cui ci parla ballando e cantando, non senza serietà e profondità…il tutto in uno spettacolo leggero che poi tanto leggero non è, poiché si assiste ad una grande performance di una meravigliosa attrice sempre supportata da scene e musiche vivaci, ritmate e di grande effetto.

Teatro della Corte,
Genova

Voto: Voto del Redattore: Diana Della Casa www.lormaonline.com


La recensione di Anna Maria Zucchelli

UBU, Maschera d’argento, David di Donatello, Grolla d’oro, Nastro d’argento: prendete tutti questi importanti premi e moltiplicateli. Sono solo una parte di Mariangela Melato. Lo scorso dicembre il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’ha anche insignita del Premio Vittorio Gassmann per la sua attività teatrale. Ma nonostante l’indiscusso e cementato successo, la Melato continua a mettersi in discussione, proseguendo in questi ultimi anni con spettacoli da protagonista di livello eccelso: dall’impegnativo e psicologico “Quel che sapeva Maisie” di Ronconi a “Chi ha paura di Virginia Woolf?” con Gabriele Lavia.

Ora, con “Sola me ne vò” – di cui ha scritto anche i testi insieme a Vincenzo Cerami – la Melato parla di sé, della sua vita, della sua carriera, della sua Milano, della sua infanzia. E lo fa con una serie di monologhi, canti e balli, in cui la sua carica esplosiva e la sua professionalità emergono come torri gemelle in un panorama teatrale desertificato. Lei conquista il pubblico e lo coinvolge: domande dirette, luci puntate, buio totale. Attento anche il contorno: sei ottimi ballerini a supporto e scenografie semplici e pulite, con l’orchestra proiettata in uno quadro ovale centrale e una pedana mobile con pianista accompagnatore. La regia, di Giampiero Solari (un nome, una garanzia), è in linea col resto: lineare e pulita. O forse è il resto in linea con la regia, dipende anche dal punto di vista sulla regia.

Un susseguirsi di emozioni e coups de theatre, coi quali passa dal drammatico al comico senza fare una piega, danzando senza un affanno nella voce, asciugandosi solo di quando in quando, l’umano sudore. Sessantadue anni: li ha, ma non li vedi. Vestita semplicemente, illuminata nella sua entrée con un faro a forma di cuore, conquista il pubblico in un batter d’occhi. E’ sempre più bella, sempre più giovane; con quella zazzera bionda e quel fisico asciutto da ventenne, con quella sua sbandierata e sfrenata indipendenza da clichés e convenzioni, racchiude in questo spettacolo tutta la sua essenza: se ne va sola, e non se ne dispiace. Un’ora e quaranta veramente intensa e coinvolgente, magistrale e intelligente. Applausi scroscianti dal pubblico cremonese, per il quale, a sipario calato, la Grande Melato è ormai un’amica, semplice e diafana, aperta e confidenziale: quella con cui bere il caffè, per intenderci. Eccola qui, l’anima del teatro.

Cremona, teatro Ponchielli,
20 febbraio 2007


Voto: Voto del Redattore: Anna Maria Zucchelli

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