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SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE
Sogno di una notte d estate

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LO SPETTACOLO

Autore: William Shakespeare
Regia: Carlo Cecchi
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile delle Marche
Cast: con Carlo Cecchi, Valentina Rosati, Gabriele Portoghese, Davide Giordano, Sofia Pulvirenti, Barbara Ronchi, Cecilia Zingaro, Federico Brugnone, Valentina Ruggeri, Simone Lijoi, Silvia D’Amico, Enoch Marrella, Luca Marinelli, Lucas Waldem Zanforlini, Nicola Sorrenti, Luca Romani

Descrizione
Venti giovani attori, accompagnati dalla mano esperta e divertita del Maestro Carlo Cecchi, si cimentano in un “sogno”, in cui tutto diviene evanescente. Lo spettatore è trascinato in quella “notte di mezza estate”, fatta di equivoci e scambi amorosi che condurranno al lieto fine. In scena anche lo stesso Carlo Cecchi e il giovane Luca Marinelli, che vedremo protagonista sul grande schermo de La solitudine dei numeri primi in uscita a fine anno con la regia di Saverio Costanzo. Tra una scena e l’altra risuonano le melodie di Nicola Piovani suonate dagli attori stessi.
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LE RECENSIONI


La recensione di Riccardo Limongi

Sogno di una regia d'estate

C'è un ambiente surreale, e quinte sospese, o meglio appese a mollette da bucato rosse, una piccola orchestra di accompagnamento sul fondo, vestiti dalla dominanza cromatica rossa quasi moderni, salvo i mantelli che richiamano l'antica nobiltà: appare così, con un tocco subito elegante, la scena del Sogno di una notte d'estate riletta da Carlo Cecchi (il titolo è stato modificato in tal senso dalla traduttrice, la poetessa Patrizia Cavalli).

Entrano la compagnia ed il capocomico, nella riproduzione di quella che è la scena di norma meno commentata e considerata, fra le tre dell'intreccio shakespeariano, nella quale una compagnia sgangherata di artigiani intende mettere in scena una rappresentazione più che dilettantesca sul tema di Piramo e Tisbe, ed è quella scelta dal regista per ritagliarsi la sua parte, trasferendo peraltro l'ambiente in linguaggio pressappoco vernacolare, che risulta quasi un'incursione fra i suoi allievi.

L'idea infatti è stata quella di portare in scena il saggio di diploma degli allievi attori dell'Accademia "Silvio D'Amico" del giugno 2009, e non nasconderò che il primo impatto è stato vagamente, e per principio, dubbioso: di Shakespeare se ne sono visti, giocati e trasformati più che ogni altro autore, per ovvi motivi (il primo ricordo infatti vola subito a Peter Brook, alla sua scatola bianca vuota ed alle fate maschili che si esibivano al trapezio), e così la prima domanda che spesso ci si pone è se ognuna di queste riproposizioni abbia un senso almeno filologico, attraverso mezzi, linguaggi ulteriori che ne facciano risaltare significati che così disvelano l'essere universale del testo, oppure non siano soltanto un ritmo di vestiti e trovate cangianti che semplicemente si indossano, come se le Ninfe del Sogno declamassero il loro essere Ninfe senza tanto accorgersi di avere un vestito rosa anziché verde, mentre magari gli avrebbe donato di più quello da Ninfa.

Ma qui il dubbio dura poco.

Il loro richiamare quasi un gioco infantile, il Puck versione fantasy-punk, il bosco sempre acceso di colori sgargianti, brillanti, un accento forte sul luccichìo, sul salto e sul colorare che fanno quasi ricordare le moderne trasmissioni televisive per i bambini, questo modo di incontrare le visioni come se gli occhi fossero sempre spalancati come i loro, ecco, tutto restituisce un senso che fa pensare di aver trovato dentro Shakespeare una serie di spot gioiosi come magari sarebbe potuto essere stato nelle situazioni buffe e comiche (perfino quando inciampano nel tappeto d'erba) della commedia fantastica concepita all'epoca, giocose e magiche, piene di finzione quanto di incanto ed equivoci, led luminosi nei quali restano catturate le invenzioni del Bardo. Delizioso e geniale.

Un sogno divertente e divertito, quello di Cecchi, e contemporaneamente solido e deciso come i suoi colori, come i suoi costumi ed i suoi movimenti, come la festa dei matrimoni attesa dopo il pericolo dello scambio di coppie fra Lisandro, Demetrio, Ermia ed Elena, ma anche leggero, come devono essere state agli occhi di Shakespeare le contaminazioni delle Metamorfosi di Ovidio e dell'asino d'oro di Apuleio.

Visto il 18/11/2011 a Napoli (NA) Teatro: Bellini

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Voto: Voto del Redattore: Riccardo Limongi


La recensione di Federica Onorato

Ho avuto una visione straordinaria

"Ho avuto una visione straordinaria. Ho fatto un sogno che nessun cervello umano riuscirebbe a spiegare. E c'è da far la figura del somaro soltanto a provarcisi. Mi pareva d'esser... nessuno può dire che cosa. Mi pareva d'essere... e mi pareva d'avere... ".

 

Un sogno così divertente poche volte viene sognato. Quando accade, il miracolo del teatro si realizza. La scena davanti a noi è una scatola vuota. Ha tre pareti bianche e insonni. Lavagne di fogli mobili, appuntati con mollette fermacarte in alto. Assomigliano a delle lenzuola stese; il palco è una piccola nicchia, uno spazio libero. Non servono i marchingegni mirabolanti né gli sfarzosi apparati scenici dell'epoca vittoriana, a Cecchi basta la forza dirompente della giovinezza che inizia a giocare con il teatro, per far funzionare alla perfezione un congegno teatrale di stupefacente maestria. E' infatti solo di questa preziosissima materia che il regista si serve per dar vita al Sogno. Ci accompagna la cadenza di un respiro che Nicola Piovani traduce in note, il sottofondo musicale di una pianola, una batteria, una chitarra e del flauto di Puk. Sono gli attori stessi a suonare sul palco, alternandosi agilmente. Così sfumano i contorni dello spazio in melodie incantate.

Nata come saggio finale per gli allievi dell'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, la pièce vive di vita propria, assumendo l'autonomia e i connotati di un vero spettacolo teatrale itinerante, un'opera compiuta. Ma nulla è come sembra. La mano del maestro è sapiente, la sua visione potente. Ogni equilibrio della scena è spostato e i nostri punti di riferimento incerti. Forse alla fine scopriremo di aver sognato noi un saggio scolastico. E saremo confusi come Lisandro e Demetrio, storditi più di Elena ed Ernia.

La forza centripeta del sogno shakespeariano è tale da attirare nel gioco pirotecnico anche il regista, che diventa a sua volta attore. D'altronde, conoscendo Carlo Cecchi, non poteva finire altrimenti. Il Sogno è una vera commedia degli equivoci legata a doppio filo con la Bottega di Eduardo, la lingua teatrale parla il napoletano universale, l'inglese elisabettiano del Bardo, il pugliese stretto di Nick Bottom. Si sente tutta la formazione partenopea di Cecchi, la lezione del regista Peter Brook che nel 1971 fece scuola.

Scenografia ridotta ai minimi termini, costumi ripensati di plastica colorata, una ricerca dei materiali che ha lavorato di sottrazione, scarnificando per cogliere l'essenza. Così una volgarissima plastica riciclata diventa quanto di più bello possa esserci per dare vita alle ali delle fate danzatrici, per colorare i mantelli di Teseo/Oberon e Ippolita/Titania. Sembra un gioco di altri tempi, quando era la fantasia a muovere tutto e a creare il mondo dal nulla. Fate, folletti, elfi, danno vita ad un incantevole gioco. E il talento di questi giovani è materia duttile, vivo slancio di entusiasmo, pieno godimento della scena.

La ricchezza simbolica della notte fra il 23 e il 24 giugno, il risveglio pagano della Natura, gli spunti delle Metamorfosi di Ovidio con Piramo e Tisbe, il rimando all'Asino d'Oro di Apuleio, confusi e impastati nel metateatro di Cecchi creano sulla scena un pastiche sorprendente in cui le tre storie si sfiorano, si intrecciano, si ingarbugliano e si disfano davanti ai nostri occhi dimentichi del tempo. Quello che colpisce è il talento di questi ragazzi, la capacità di improvvisare intermezzi comici, di seguire il Maestro nel suo ritmico e divertito incespicare.

Si esce lievi, fiduciosi nella meraviglia del teatro. Spettatori sorridenti di un patto generazionale risolto, in cui l'esperienza e l'acume di uno dei più grandi maestri del teatro italiano strizzano l'occhio all'intuizione della giovinezza. Fuori ci aspettano tempi tristi in cui i padri lasciano solo debiti infiniti in eredità ai figli, allora riempie il cuore sognare generazioni abbracciate in una notte d'estate.

Visto il 03/02/2011 a Pontedera (Pi) Teatro: Teatro Era

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Voto: Voto del Redattore: Federica Onorato


La recensione di Simona Innocenzi

Il bellissimo Sogno di Cecchi

Questo spettacolo nacque come saggio di diploma degli allievi attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, da me diretto, nel giugno 2009. È stato ripreso al 52° Festival dei due mondi e nell’ambito del progetto Shakespeare in città organizzato dal Teatro Stabile delle Marche. Si tratta dunque di un gruppo di giovanissimi attori, alcuni dei quali anche musicisti, che affrontano, per la prima volta, l’esperienza di una Compagnia di teatro e di una tournée.
                                                                                                     Note di regia di Carlo Cecchi.

Il Sogno di Cecchi può essere sinteticamente definito come un colorato e affascinante gioco condotto da giovani attori, 16 per la precisione, di grande talento. Le loro doti sceniche permettono al regista di portare avanti una visione di questa drammaturgia shakespeariana, incentrata sul metateatro, argomento tanto caro a Shakespeare quanto a Carlo Cecchi.

La scenografia ridotta all’esenziale offre allo spettatore la visione di un grande palcoscenico in cui gli oggetti vengono manipolati e gestiti dagli attori. Gli abiti animano la scena vivacizzando con un ampia gamma cromatica lo spettacolo. Un teatro, quello di Carlo Cecci, che per vivere ha bisogno soltanto degli artisti: recitano, danzano, suonano, costruiscono in breve la storia e al tempo stesso uno spazio scenico popolato da creature fantastiche in luoghi incantati. Un sogno che si concretizza sotto gli occhi degli spettatori i quali seguono il ritmo perfetto della piéce, che dura ben due ore, senza rendersi conto del tempo trascorso.

Un’interpretazione divertente e divertita. L’intreccio di tre storie parallele determina la trama del Sogno di una notte di mezz’estate shekespeariano, il nostro regista evidenzia queste realtà attraverso il linguaggio, i gesti, gli abiti, fino ad arrivare a costruire tre mondi assolutamente definiti e diversi l’uno dall’altro. Tali cosmi si scontrano sfiorandosi in maniera più o meno cosciente per poi continuare ognuno per la propria strada. Tre fili di lana che si annodano per poi sciogliersi in un confortante lieto fine testimoniando che in fondo il fato non è né buono né cattivo ma semplicemente casualità che in qualche modo può essere sfruttata all’occorrenza.


Un plauso particolare va alle bellissime creazioni di Silvia D’amico e Luca Marinelli che, aiutati anche dalla forza dei pesonaggi che interpretano, offrono allo spettatore una lettura drammaturgica pulita, incisiva, elegante e divertente. L’intera compagnia ha dimostrato di essere composta da artisti professionisti di alto livello data la freschezza e la vivacità della messa in scena nonostante fosse il secondo anno di repliche itineranti.
Tutti bravissimi e coinvolgenti tranne l’attore Simone Lijoli che sembrava fare di tutto tranne che recitare: fuori tempo, scoordinato nei movimenti, ingessato durante i dialoghi; d’altra parte il teatro è fatto di esseri umani e non di macchine, fortunatamente, e una giornata “no” può capitare a chiunque.

 

 

Visto il 15/12/2010 a Roma (RM) Teatro: Piccolo Eliseo

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Voto: Voto del Redattore: Simona Innocenzi

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