PASTICCERI - IO E MIO FRATELLO ROBERTO
LO SPETTACOLO
Autore: Roberto Abbiati e Leonardo Capuano Descrizione
Un attore lombardo, che annovera fra le sue esperienze la clownerie, e un attore sardo, passionale ed estremo, e la passione comune dell’arte pasticcera, sono gli ingredienti di uno spettacolo davvero gustoso. Due fratelli gemelli. Uno ha i baffi, l’altro no; uno balbetta, l’altro no, parla bello sciolto. Uno crede che la crema pasticcera sia delicata, meravigliosa e bionda come una donna, l’altro conosce la poesia, i poeti, i loro versi e li dice come chi non ha altro modo per parlare. Uno è convinto che le bignoline siano esseri viventi fragili e indifesi, l’altro crede che le bignoline vadano vendute, sennò non si può tirare avanti. Il laboratorio di pasticceria è la loro casa. Un mondo che si è fermato alle quattro di mattina, il loro mondo: cioccolata fusa, pasta sfoglia leggera come piuma, pan di Spagna, meringhe come neve, frittura araba, torta russa, biscotto alle mandorle e bavarese: tutto si muove, vola, danza e la notte si infila dappertutto.
Scheda spettacolo a cura di
Mauro Guidi LE RECENSIONILa recensione di Riccardo Limongi
Dolce mente Accolti da un trionfo di strumenti da pasticceria, planetarie, pennelli, spatole, setacci, rulli, mixer, frullatori e sac-a-pochè, la scena di Pasticceri promette subito buoni dosaggi di originalità e sapiente mano di chef a mescolarli, soprattutto se curiosando fra gli elettrodomestici, un po' nascosti un po' no, campeggiano due foto di Frank Zappa, una tromba, due sedie a sdraio ed un orologio fermo, all'incirca sulle 16. Roberto Abbiati e Leonardo Capuano entrano danzando all'inconfondibile ritmo di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd, e vale la pena allora fare subito il punto sulla colonna sonora di questo laboratorio artigianale di dolci e di sentimenti, perchè ci troviamo via via e con grande piacere i Talking Heads, Demis Roussos, Prince, i Platters, gli Stones... I due pasticcieri senza la i, si incontrano e si scontrano, si capiscono e si punzecchiano; uno si atteggia a Maestro, l'altro fa l'imbranato (“Io arrivo prima, lui arriva dopo... molto dopo”), ed entrambi si scambiano affettuosità e screzi da classici fratelli (“Siamo discompatibili...”), sotto l'invisibile egida del padre defunto da cui hanno ereditato il mestiere. Tutto somiglia ad una lunga serie di spunti, di occasioni per volteggiare su questo rapporto come sulle loro personali difficoltà e successi, senza mai fermare una continua produzione di torte e dolci che porterà oltretutto ad un finale in cui un tavolino obliquo tovagliato di rosso verrà imbandito con tutto ciò che hanno preparato davanti agli occhi degli spettatori, i quali si intratterranno poi anche per onorare materialmente il loro lavoro, ovvero mangiando tutto. E sono davvero tanti, questi spunti. C'è la simulazione del Cyrano per immaginare un incontro appena decente con la Rossana alla quale non era riuscito a porgere cui nemmeno un bignè (ottima la scena con frase interminabile da scrivere sulla torta...), ed è a volte un Cyrano enunciato con le parole di “Giulio” Iglesias, in una storia nella storia che vedrà ovviamente anche il fratello innamorarsi di lei...; dalle due Dolci Menti escono i ricordi di famiglia, le pause da trascorrere sulle sdraio sotto un improbabile sole usando una teglia come convertitore per i raggi abbronzanti, e movimenti da danzatori fra ingredienti e strumenti da cui a volte sembra escano le forme dei dolci quasi per magia (“Non dolci ma bellezza, non suoni ma sussurri...”). Peccato solo che non fanno la raccolta differenziata: buttare il vetro in un bidoncino sarà una piccola cosa, ma da queste parti purtroppo si nota. Quello che aleggia è uno spirito a metà fra il romantico ed il comico, fra l'incantato (“è vero, non cambio la batteria dell'orologio... ma noi viviamo sempre nelle 4”) e l'umoristico (parlando di frasi d'amore: “Solo i comici possono dire certe cose...”). Delizioso, viene da dire, e lo è di certo, ma contemporaneamente non posso esimermi dal fare un appunto: proprio per questa sua collocazione a metà, per la sua potenzialità e per la sua lievezza (“Eh, ma tu devi stare attento, con le parole...”), lo spettacolo poteva raggiungere risultati ancor più straordinari, mentre in alcuni momenti è sembrato di trovarsi come fermi sulla soglia, come se non si fosse spinto sull'acceleratore di una poeticità che prende la rincorsa e poi lascia come un gusto insoddisfatto per non essere stata percorsa come avrebbe potuto e fino in fondo, tanto da chiedersi se siano davvero atti mancati, come potrebbe sembrare, oppure volutamente sfumati, ed in questo caso allora tanto simili ad una punteggiatura dal gusto d'insieme che ricorda il Pointillisme pittorico della Francia di fine '800, quello in cui i colori non si mescolavano ma si accostavano, soprattutto se complementari, proprio come due fratelli discompatibili. Visto il 24/03/2011 a Napoli (NA) Teatro: Galleria Toledo La recensione di Roberto Rinaldi
Sono attori pasticceri e sanno addolcire la vita
Castelvetro si erge sulla collina da cui si domina la pianura circostante. In posizione difensiva nei secoli scorsi, ora si pavoneggia per la sua secolare storia e tradizione. Il ridente paese ha tutta l’aria di appartenere più a un libro di fiabe che a un manuale di geografia: un piccolo gioiello urbano mantenutosi nel tempo, intatto con le sue case di mattoni abbracciate alla torre del suo Palazzo Comunale in bella compagnia tra la Torre dell’orologio, quella delle prigioni, e la Chiesa dei Santi Sinesio e Teopompo. Una piacevole atmosfera di calore domestico nelle viuzze che portano alla piazzetta, decorata da capanne con il crepitare dei bracieri, sui cui fumano corroboranti bevande calde e ristoratrici. Antidoti efficaci contro il freddo del generale Inverno. Nelle gesta della popolazione si percepiva un sentimento solidale, come solo accade nei piccoli borghi di provincia. Nel teatrino del paese due attori intenti a cucinare torte per la goduria del palato, ma anche sane risate, un piacere per la mente e per i sensi gustativi. L’arte dolciaria al servizio dell’umorismo più scanzonato. Visto il 19/12/2010 a Castelvetro (MO) Teatro: Teatrino Parrocchiale di via del Tasso La recensione di Silvia Cosentino
Quando la dolce comicità è di scena
Sentore di vaniglia, impasto per dolci, cioccolato... Pasticceri, Io e mio fratello Roberto ha inizio ancor prima del buio in sala che annuncia l'ingresso dei due protagonisti. Un laboratorio, fucina di delizie per il palato, attende in silenzio di prendere vita: sul fondo, un alto mobilio ospita i classici arnesi per la preparazione di dolci, un frigorifero, macchine impastatrici, nonché due scatti di un beffardo Frank Zappa e un orologio a muro fermo sulle quattro; al centro, due tavoli in alluminio con relativa piastra elettrica. Di lato, un alto carrello a scaffe andrà a ospitare le dolci creazioni dei due pasticceri: i due fratelli Fulvio (Leonardo Capuano), e Roberto (Roberto Abbiati) si presentano al pubblico sulle note di Sweet Home Alabama, alle prese con una coreografia buffa quanto seriamente interpretata.
Proprio la musica rock, gli Stones, Lou Reed, Prince, scandisce l'attività di questa irresistibile coppia, in cui i tempi di preparazione dei dolci coincidono alla perfezione con quelli teatrali. Fulvio, sicuro di sé, padrone del mestiere, determinato, sciolto nei movimenti, sprona, coccola e rimprovera il languido Roberto, balbuziente, impacciato non tanto per incapacità quanto per insicurezza. In uno scambio comico di opposti caratteriali, ecco il primo commuoversi imprevedibilmente come un bambino e perdere il controllo al pensiero di Rossana, bella cliente della pasticceria e proiezione dell'amata di Cyrano, i cui versi d'amore vengono snocciolati con estrema disinvoltura da Roberto, provetto declamatore.
In un continuo rovesciamento della dinamica forte-debole, tra profumo irresistibile di cioccolato fuso e guarnizioni alla panna, si va a delineare il rapporto simbiotico tra i due fratelli, inseparabili per quanto desiderosi di rivendicare la propria individualità. Il laboratorio è casa, luogo dolce (è proprio il caso di dirlo!) e rassicurante, ma anche prigione, incapacità di abbandonare la routine, di continuare a vivere oltre quelle quattro del mattino, memoria di un padre amato e ormai scomparso, seppur ancora presente nella mente e nel cuore. Tra una risata e l'altra, suscitate dai perfetti tempi comici e dalla straordinaria mimica dell'improbabile latin lover Capuano e degli occhioni sgranati di Abbiati, è impossibile non provare una punta di struggimento di fronte al delicato e intenso affetto che anima i due fratelli, ancora bambini nelle reazioni e nell'esternazione dei sentimenti.
I preparativi dei dolci, a luce piena al centro della scena, si alternano a momenti individuali di riflessione seriosa (quanto esilarante!) giocati ai lati del proscenio sotto una luce piazzata; il tutto è farcito da efficaci gag in cui i protagonisti interrompono il ritmo, fingendo lacune di memoria o intoppi tecnici. Che il pubblico cada realmente nel tranello poco importa, la risata genuina arriva comunque, stimolata dall'affiatamento della coppia e da una scientifica, ma allo stesso tempo onesta e umile, consapevolezza dei meccanismi comici.
Profitterol, pan di Spagna, bavarese, torta alla frutta, charlotte: queste alcune fra le autentiche delizie realizzate dai due nel corso dello spettacolo, che non ha una vera e propria conclusione, se non quella di offrire al pubblico intimorito il frutto del lavoro. “Puoi prenderla e portarla in fondo alla sala, è pronta per essere mangiata”, rassicura con dolcezza Abbiati porgendo una di queste meraviglie; c'è stupore di cervello e papille gustative, di fronte a bontà abilmente preparate nel corso di una finzione scenica toccante e pulita, impossibile da dimenticare.
Spettacolo visto il 21 febbraio 2009 al Teatro Francini di Casalguidi (Pistoia)
La recensione di Alice Berzi
Al Teatro Litta è in scena la dolcezza, quella vera, fatta di albumi sballottati tra granelli di zucchero e burro liquefatto, di cioccolato sciolto, di crema iniettata a piccole dosi nella pancia vuota di poveri bignè dal destino già segnato.
“Pasticceri.Io e mio fratello Roberto” è lo spettacolo che Leonardo Capuano e l’alter ego di Frank Zappa, Roberto Abbiati, hanno ideato dando un nuovo contesto all’artificio letterario del doppio già trattato nei secoli da scrittori e drammaturghi quali Diderot o nel noto Dr Jekyll e Mr Hyde di Stevenson. Il doppio sono loro, due fratelli che si destreggiano come attori e come pasticceri professionisti in un attrezzato laboratorio di pasticceria e che oltre a condividere lo stesso cognome, la stessa attività, l’amore per la stessa donna Rossana, condividono giorni e notti lì dentro, in quel laboratorio di pasticceria che, oltre a fungere da scenario viene utilizzato in tutti i suoi componenti.
Tra le musiche di Lou Reed, Rolling Stones e Prince, tra un canticchiare e un ballicchiare, i fornelli prendono vita, le piastre elettriche acquistano la temperatura ideale, il frigorifero conserva tutto l’occorrente per preparare torte, creme, panna, profiterol e pan di spagna. E così, uno da una parte e uno dall’altra, separati come il tuorlo e l’albume ma amalgamati come il burro lo zucchero e la farina, così diversi nella loro fisicità, nelle loro emozioni, nel modo di parlare ma così uguali, indispensabili l’uno all’altro come il pan di spagna ed il liquore, trascorrono le ore, le loro giornate e forse la loro vita dentro quella cucina d’acciaio.
Uno è colui che appare forte, saccente, convincente, è robusto, fa un po’ lo spavaldo e il suo linguaggio è sciolto, disinvolto anche se questa spavalderia si scioglie come burro fuso quando si commuove per un nonnulla, quando esprime ripetutamente l’affetto per il fratello che lo sta ad ascoltare con uno sguardo apparentemente spento. Si rattrista all’idea che i suoi bignè, i suoi amati bignè alla crema, verranno ingoiati senza sensibilità alcuna dal primo goloso che passerà nei paraggi della pasticceria; e così li saluta, inscena questo struggente commiato che, guardandolo dall’esterno fa un po’ ridere, mentre se ci si lascia trasportare da questa sottile sensibilità in effetti questi bignè un po’ di tenerezza la fanno.
Per fortuna però interviene il fratello, il balbuziente che smette di balbettare quando cita poesie sotto la luce di un occhio di bue, con la sua determinazione e la freddezza espressiva ribadendo al fratello che deve smetterla con queste sciocchezze e che il lavoro è più importante e che i bignè hanno un destino già segnato fin dal nascere.
La loro breve vita è predestinata, è intrinseca al loro esistere, come lo è il loro destino di fratelli pasticceri che hanno ereditato il lavoro dal padre e che come missione devono portare avanti il mestiere in suo onore. Nella vita dei due fratelli c’è anche spazio per la dolcezza del cuore e non solo di quella della crema o del profitterol, e così si innamorano, parlano della donna dei loro sogni, quella che quando entra nella pasticceria entra prima la sua femminilità e poi la sua presenza, il fratello saccente chiede all’altro di scrivere per lui le poesie alla donna che ama non sapendo che anche l’altro ama lei: Rossana. Una Rossana per due, la stessa, condividono tutto loro due, anche la donna dei loro sogni richiamando così Cristiano e Cyrano di Rostand nel suo dramma d’amore.
E così prosegue lo spettacolo, tra una realtà mescolata alla finzione, nelle parentesi in cui gli attori escono dai loro ruoli fingendo di essersi dimenticati la parte, inventando un colpo di scena durante il quale lo spettatore, ammaliato dal profumo della crema pasticcera e del cioccolato fondente fuso, non sa più cosa sta succedendo, dove si trova e si ritrova così in un teatro diventato pasticceria, di fronte ad attori diventati pasticceri che si sono dimenticati la parte e ridono tra loro.
La sorpresa arriva al termine dello spettacolo….quando il pubblico è assorto nella visione di quelle torte fresche appena “recitate” e all’unisono pensa alla fine che faranno e con un po’ di perfidia si augura di vederle morire proprio sotto i suoi denti…
Per golosi cronici e per curiosi avvezzi alle sorprese.
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