PAPIERS
LO SPETTACOLO
Autore: Laboratorio interculturale Human Beings Descrizione
Anpalagan Ganeshu, è il nome del ragazzo cingalese di 17 anni, la cui Carta d'identità, nel giugno del 2001, finì nelle reti dei pescatori nel mare di Sicilia. Il suo nome era nell'elenco delle vittime stilato dai tamil francesi all'indomani del cosiddetto “Naufragio Fantasma” del 26 dicembre 1996, in cui morirono 283 persone: la più grande sciagura navale del Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. Alla memoria di Anpalagan è dedicato questo spettacolo, che vuole anche essere un omaggio ai Sans papiers di tutto il mondo, esseri umani rimasti senza (carte d') identità -quindi senza diritti-, fantasmi per gli Stati e le loro burocrazie.
Scheda spettacolo a cura di
Alessandro Samsa LE RECENSIONILa recensione di Alessandro Samsa
Portopalo, un'ignobile vicenda italiana È una delle vicende più oscure della storia d’Italia. A largo di Portopalo di Capo Passero, nella notte del 26 dicembre 1996, nel silenzio di un paese affaccendato nelle festività natalizie, scompariva come nel nulla un’imbarcazione carica di vite umane. Il fatto fu dapprima negato, poi parzialmente ammesso, infine accertato. Era il giugno 2001, infatti, quando una carta di identità - quella del giovane diciassettenne originario dello Sri Lanka Anpalagan Ganeshu, di etnia Tamil - riaffiorò tra le reti dei pescatori; e quel documento stava a testimoniare inoppugnabilmente che il mare aveva inghiottito decine di individui sfuggiti alle loro miserie, come i familiari denunciavano contro l’ignobile silenzio di autorità e popolazione locale. In realtà infatti tutti sapevano, ma il prevalere di banausiche forme di pensiero davano luogo ad un’omertà impenetrabile e scandalosa, ad iniziare dai pescatori - ma anche amministratori comunali, parroco e vigili urbani -, che, trovando nelle reti i cadaveri dei naufraghi, li rigettavano in mare per timore di subire blocchi alle proprie imbarcazioni. Solo uno di loro, Salvo Lupo, ebbe la forza di rompere quel muro di omertà e di denunciare lo stato delle cose, permettendo in tal modo di dare il via all’inchiesta. Anpalagan aveva un fratello - Arulagan, anche lui perito nel naufragio - ed era fuggito da una terra che gli avrebbe riservato verosimilmente un futuro tra le file della guerriglia Tamil con in braccio un fucile. La loro famiglia si ostina ancora a credere che i due fratelli non siano tra i dispersi, ma a Londra, realizzando il loro sogno di crearsi un futuro che abbia dato un senso alla loro esistenza. Fino ad ora erano due gli spettacoli teatrali che trattano la vicenda di Portopalo, quello di Giorgio Barberio Corsetti (“Portopalo. Nomi, su tombe senza corpi”, scheda Teatro.org http://www.teatro.org/rubriche/teatro_civile/portopalo_nomi_su_tombe_senza_corpi_7314) e quello di Renato Sarti e Bebo Storti (“La Nave Fantasma”, tratto dal libro di Giovanni Maria Bellu “I fantasmi di Portopalo), a cui ora se ne aggiunge un terzo: quello prodotto dal laboratorio interculturale Human Beings di Perugia. Lo spettacolo, diretto da Danilo Cremonte - dal titolo “Papiers”, gioco scenico di varia umanità, come recita la locandina - parte proprio dal ritrovamento della carta di identità di Anpalagan Ganeshu per denunciare la condizione di precarietà in cui si trovano, nelle democrazie avanzate, migliaia se non milioni di individui. Una sorta di sineddoche esistenziale secondo la quale la carta di identità si sostituisce all’identità tout court, che a volte non è nemmeno rappresentata da un documento vero e proprio ma da un semplice foglio sul quale viene apposto il riconoscimento o meno della’esistenza di un individuo. Il momento culminante è allora probabilmente quello del “ballo del burocrate”, una macabra danza a ritmo di timbro che viene apposto su macroscopiche pile di fogli, di “papiers”, che finisce per alienare anche il funzionario di turno. Ma Papiers rivolge il proprio sguardo all’intera vicenda umana dell’emigrazione, narrando l’epopea di quegli italiani che decisero di abbandonare la propria terra per destinazioni longinque, allo stesso modo dei tanti immigrati che raggiungono oggi l’Europa, per i quali la provenienza funge da sorta di inespungibile marchio di origine dando sovente luogo a pregiudizi e discriminazioni. Così la poetica dello spettacolo, che è quella che caratterizza ogni lavoro del laboratorio Human Beings, gioca su alcuni elementi - l’acqua in primo luogo, ma anche effetti personali e oggetti di viaggio quali valigie e bauli, prendendo spunto dalla frase di Hans Magnus Enzensberger “Qualcosa che rimane c’è sempre - / bottiglie, tavole, sedie sdraio, grucce, / alberi frantumati: / è legname galleggiante quello che resta, / un gorgo di parole, / cantici, bugie, residui: è rottame / che danza e che, sull’acqua, / come sughero c’insegue sguazzando” - per mettere in scena una rappresentazione umana minimalista che pone al centro della gamma dei valori l’individuo, avvalendosi anche della molteplicità di provenienza degli attori. Il risultato è che a volte ci si commuove, altre si sorride sarcasticamente. Certo è che uno spettacolo su una vicenda così triste come quella di Portopalo non è di facile realizzazione. Lo ha fatto come detto Giorgio Barberio Corsetti con un lavoro che suscitò a suo tempo diversi apprezzamenti, lo hanno fatto Renato Sarti e Bebo Storti dando luogo a qualche riserva in merito alla costruzione drammaturgica (fu definito un “cabaret tragico”). Lo spettacolo proposto dal laboratorio Human Beings - pure non nuovo al teatro civile, e in quanto tale non disavvezzo a talune modalità espressive - vede probabilmente proprio nel carattere laboratoriale il suo limite. Si ha infatti la sensazione che l’esigenza di dare coerenza strutturale ad uno spettacolo costruito su diverse individualità tenda a prevalere sul filo “narrativo” che dà il titolo al lavoro (e che in quanto tale dovrebbe rimanere sempre riconoscibile), con il risultato che, ad esempio, in più di un’occasione l’ironia, tollerabile in dose adeguata, sfocia nella comicità, entrando in conflitto con la serietà dell’argomento trattato. Allo stesso modo, alcune scene rimangono su un linguaggio didascalico che denota lo spirito non formale della realtà del laboratorio (va comunque ricordato che nessuno dei recitanti è un attore professionista). Ciò che va apprezzata è però in ogni caso la volontà di portare in teatro una vicenda come quella di Portopalo, in cui la società civile, la politica e l’opinione pubblica in genere sono stati colposamente latitanti. Ed ancora una volta, dunque, il teatro si erge a pilastro della memoria storica, impedendo che una pagina oscura venga consegnata ad un anonimo passato.Visto il 12/12/2009 a Perugia (Pg) Teatro: Brecht SOCIAL & C.SEGNALIAMOGLI ANNUNCI: NEWSLETTERIL CARTELLONEIN SCENA |