'NZULARCHIA (ITTERIZIA)
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 4
LO SPETTACOLO
Autore: Mimmo Borrelli
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione LE RECENSIONILa recensione di Alessandro Grieco
Il testo rivelazione di Mimmo Borrelli, vincitore della 48.ma edizione del Premio Riccione per il teatro, rappresenta lo spaccato di una società invertebrata e malata, in cui la violenza è padrona, “è il piatto prelibato nel pranzo succulento della vita”.
La colpa è una colpa di questo mondo e, come spesso accade, si consuma tra mura domestiche pervase da un’affettata oscurità, mura tra cui la realtà, la memoria e l’incubo del protagonista (Gaetano, un bravissimo Peppe Mazzotta, galleggiante tra cumuli di vestiti/rifiuti come una “Venere degli Stracci”) si fondono di continuo.
La sapiente regia di Carlo Cerciello dà la parola alla muta violenza psicologica cui è sottoposto Gaetano, il quale, per dare autenticità a queste visioni oniriche, ha bisogno di un testimone immaginario e lo trova in Piccirillo (un convincente Nino Bruno), un ragazzino che è un po’ il suo doppio innocente, oltre che la proiezione del fratellino mai nato.
In ‘Nzularchia tutto contribuisce ad accentuare l’astrazione visionaria del protagonista: l’ambiente surreale ed allucinato, esaltato dal gioco di luci di Cesare Accetta e costruito attorno alle suggestive scenografie di Roberto Crea; l’uso febbrile ed esasperato del dialetto flegreo che diventa lingua teatrale della contemporaneità, grazie al reiterato ricorso a metatesi, volte meschinamente ad imprecare senza bestemmiare (‘a culonna/’a maronna) ed alla parlesia, un gergo massonico usato soprattutto dai camorristi, cui è riconducibile Spennacore, il protervo genitore interpretato da un bravissimo Pippo Cangiano, un pastiche di voci, carne e sangue reso ancora più incisivo dall’inquietante e, a tratti, sinistro accompagnamento musicale di Paolo Coletta.
La struttura drammaturgica ipogea trova il suo climax nel momento in cui il figlio vindice, tentando di smuoversi dal torpore di una informe coscienza retroattiva, supera la paura (‘nzularchia, per l’appunto, significa itterizia, febbre gialla, ma anche paura) ed affronta il padre matricida ed infanticida che, come psicopompo, lo accompagnerà nell’ineluttabile cul de sac di una inane ribellione.
“Je songhe ‘a famme, ‘a peste, ‘a carestia,
je songhe ‘u cane ‘e ‘a ghiatta ‘ncumpagnia,
je songhe ‘a famme ca te fa diventa’ ‘nfame
je songhe tutto, niente, primma e doppo”.
Roma, 15 maggio 2008 (Teatro Valle)
La recensione di Gianmarco Cesario
La Nuova Drammaturgia Italiana!
Se ne fa un gran parlare, si scrivono saggi, si organizzano convegni, festivals, concorsi letterari.
Uno di questi è il Premio Riccione, che da quasi trent’anni segnala e premia copioni spianandone la strada con la produzione della rappresentazione.
“‘Nzularchia” è, in ordine di tempo, l’ultimo dei testi premiati da questo concorso.
Se si trattasse di un concorso letterario tout court, di poesia o di narrativa, saremmo pienamente d’accordo con la giuria, essendo il copione del non ancora trentenne Mimmo Borrelli, attore e cantante dalle variegate esperienze, un vero gioiello di linguistica e di letterarietà, con continui rimandi all’antico vernacolo napoletano, contaminato dall’italiano colto e dal più "chiuso" linguaggio della provincia flegrea. Un “forsennato”(come recita la motivazione del Riccione) concatenamento di parole, frasi, esclamazioni, la cui lettura, pur se non sempre di semplice comprensione, affascina e cattura.
Già, ma il teatro?
E sì, perchè, parliamoci chiaro, tutto ciò immaginato sulle tavole del palcoscenico, senza che il lungo dialogare tra Gaetano e Piccirillo, due dei tre personaggi dell’opera, porti ad un vero evolversi degli avvenimenti, che si dichiarano solo ad un quarto d’ora dalla fine della tragedia (perchè di vera e propria tragedia trattasi) con una deflagrante agnizione, rischia di diventare un lungo e verboso esercizio di stile, con punte di eccessivo compiacimento da parte dell’autore.
Ma per fortuna a rendere teatrale ciò che teatrale, siamo onesti, non è (per chi ha dei dubbi può leggere il copione disponibile da questo mese su Dramma.it), ci pensa uno tra i più geniali registi italiani, colui che ha fatto diventare teatro tutto, dal più complesso romanzo di Saramago all’opuscolo propagandistico della campagna elettorale di Silvio Berlusconi.
Quest’uomo è Carlo Cerciello.
Ed allora ecco che l’enigmatico personaggio di Piccirillo (il più che talentuoso, pur se acerbo, Nino Bruno, di cui sentiremo di certo parlare), proiezione mentale del protagonista Gaetano (un Peppino Mazzotta di viscerale e tormentata intensità, anche se ancora incerto nel vieppiù difficile compito, per un attore non napoletano, di rendere credibile il linguaggio di cui sopra) volteggia sospeso in aria, in una sacca-placenta, dalla quale sarà costretto ad uscire per scendere negli inferi della sua terribile storia, la cui verità verrà rivelata con un grande colpo di teatro che Cerciello fa letteralmente esplodere, lasciando senza parole il pubblico. Protagonista di questa terrificante vicenda di violenza, sesso, morte, e cannibalismo, è il personaggio del boss Spannacore a cui l’attore Pippo Cangiano presta un’ interpretazione tanto straordinaria che non sentiamo di esagerare nel dichiararla meritevole di restare negli annali del teatro.
Geniale Cerciello, e geniali anche i suoi collaboratori di sempre, dallo scenografo Roberto Crea, che ha ideato e realizzato la più sorprendente e visionaria delle sue sempre originali creazioni scenografiche, a Paolo Coletta, alter ego musicale del regista, che introduce, asseconda ed accompagna, l’azione scenica senza mai prendere il sopravvento, con una partitura musicale drammatica ed enigmatica. A loro si unisce la costumista Antonella Mancuso, che ha vestito i personaggi con il bianco e nero dei ricordi, dell’innocenza, del male, del dolore, e della morte.
Un lavoro di squadra che premia Cerciello & C. con il fragoroso applauso che arriva liberatorio da parte di un pubblico inchiodato sulle poltrone per le quasi due ore di spettacolo, nelle quali non ha osato nemmeno respirare. Poltrone che, per intenderci, sono sistemate a gradinata sul metà del palcoscenico, lasciando il resto di esso più la platea a disposizione di un’azione scenica vertiginosa, in uno scambio di ruoli non puramente virtuosistico, ma sostanziale nel suo simbolico intento di far sentire chi assiste compartecipe al percorso di dolore a cui è chiamato ad assistere.
Non è solo la coscienza di Gaetano, insomma, a dover gridare l’ignobile violenza che l’ha privato della madre, del fratellino e dell’innocenza, ma dovremmo farlo tutti noi, privati ogni giorno dei nostri simili, della nostra dignità e della nostra innocenza, da una violenza alla quale sembriamo assuefatti e e di cui siamo irrimediabilmente complici.
Per fortuna che ci sono intellettuali come Cerciello che ci fanno svegliare, o tentano di farlo, da questo fintamente comodo e realmente insano torpore.
Per fortuna che ci sono artisti come Cerciello, come Coletta, Crea, Mancuso, Cangiano Mazzotta, Bruno e tutti quanti hanno contribuito alla riuscita di questo spettacolo.
Finché ci saranno artisti così il teatro vivrà, anche a dispetto delle leggi capestro, dell’ ignoranza, della disinformazione e, perchè no, di una latente o, peggio, latitante “nuova drammaturgia”.
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