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MY ARM
My Arm

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LO SPETTACOLO

Autore: Tim Crouch
Regia: Fabrizio Arcuri
Genere: teatro sperimentale
Compagnia/Produzione: Accademia degli Artefatti
Cast: Matteo Angius e Emiliano Duncan Barbieri Video: Lorenza Letizia - Chant du jour

Descrizione
My Arm è il monologo di un trentenne che ha sfidato se stesso, le proprie possibilità, la propria noia e quella universale...
Scheda spettacolo a cura di
Roberto D'Avascio

LE RECENSIONI


La recensione di Valentina Scocca

"ALZO IL BRACCIO QUINDI ESISTO"

Inghilterra, Isola di Wight. Anni Settanta, un’anonima famiglia inglese della piccola borghesia.
Un bambino decide di alzare il braccio sinistro, prova a tenerlo alzato per un po’ di tempo e ci riesce, è doloroso, ma ci riesce e il mondo che lo circonda inizia ad accorgersi di lui, si preoccupa per lui, così decide, contro tutto e tutti, che lo terrà alzato per sempre quel braccio, sino alla fine, fino a morirne. È il suo personale e singolare modo per sfuggire alla quotidianità, all’insopportabile noia della vita di provincia, e dopo vari tentativi, sceglierà questo gesto alquanto radicale: vivere sempre con un braccio alzato.
Il suo è un gesto «…in assenza di fede. Nessun pensiero ne è causa né effetto»: un urlo senza significato né implicazioni, ma che comunque segnala disperatamente una presenza.

È questo il nucleo drammaturgico di “My arm” lo spettacolo tratto da un testo del drammaturgo contemporaneo Tim Crouch, attore ed autore di successo della scena teatrale inglese degli ultimi anni, che l’“Accademia degli Artefatti” ha realizzato nel contesto del progetto “Ab-uso”; in scena l’attore Matteo Angius e Emiliano Duncan Barbieri che suona una chitarra elettrica, con i contributi video di Lorenzo Letizia e la regia di Fabrizio Arcuri. Matteo Angius la storia la racconta solo e l’arto lo solleva poche volte, ma riesce a trasportarci in modo molto abile e seducente nella paradossale violenza della vicenda che ci narra.
In realtà ciò che Fabrizio Arcuri vuole mettere in scena,non è tanto la vicenda del bambino col braccio alzato, quanto piuttosto vuole porre l’attenzione sul patto che si instaura tra attore e spettatore. Infatti l’interprete, Matteo Angius racconta la surreale ed estrema storia del personaggio senza trasformarsi in esso, ma caratterizzandolo con evidenti tratti autobiografici.

Lo spettacolo inizia con la proiezione di filmini domestici, di famiglia che rappresentano un bambino e il suo fratellino, poi, improvvisamente si illumina la platea ed un giovane e curioso personaggio sulla trentina – Matteo Angius - inizia a muoversi in mezzo al pubblico parlando di sé, soffermandosi a riflettere sulla scelta delle parole che dovrà usare per raccontare la sua storia e chiede al pubblico alcuni oggetti, li sistema su un tavolino, sotto una telecamera che, riprendendoli, li mostrerà ingranditi. Angius si serve di oggetti, o meglio di segni, simboli di altre persone per raccontare la sua di storia, quella del suo personaggio. Assistiamo a una frattura tra significante e significato, ovvero il significato si stacca dalla cosa, in una dinamica di intensa tensione che conduce lo spettatore dentro e fuori da un apologo iniziato intorno al 1970, sottolineato dagli interventi di chitarra di Emiliano Duncan Barbieri, che ripropone i famosi motivi degli ultimi trent’anni della Swinging London.
Matteo Angius cerca di raccontare una storia che si costruisce nella triangolazione drammaturgica tra il suo monologo attraverso gli oggetti che manipola e che fa riprendere alla telecamere, le immagini di repertorio sullo sfondo in cui compare il fratello e la musica della chitarra di Emiliano Duncan Barbieri.

La storia è semplice: un ragazzino degli anni ’70 che decide all’improvviso di tenere il braccio alzato e che col tempo diventa un caso mediatico, un fenomeno da baraccone tra psichiatria spregiudicata, pittura d’avanguardia e conferenze spettacolo.
Le parole si ammassano, si affollano intorno al ragazzo col braccio alzato, sono le parole di genitori, amici, parenti, ma anche le sue e intanto in scena ci sono solo l’attore, il musicista, gli oggetti e un filmato dove un alter ego del protagonista dialoga con lui, lo elude, gli spiega, lo incalza, lo provoca, lo calma, lo deride…e il braccio peggiora, si atrofizza, va in cancrena, ma progressivamente diventa anche un emblema, un simbolo, un oggetto d’arte richiesto dalle gallerie, a Londra, in Germania: paradossalmente l’unica parte “malata” di un corpo è di fatto l’unica viva, significante, degna di attenzione, poiché il resto è un corpo ormai avvilito, annullato, privo d’importanza, un semplice accessorio. Il gesto si trasforma in messaggio, l’azione in comunicazione, senza possibilità di sfuggire a un circo mediatico che si appropria di ogni cosa e la scambia in merce, la fa diventare merce.

Di fatto il nucleo drammaturgico è breve e alquanto semplice, che potrebbe apparire quasi banale se non fosse che lo spettacolo, più che rappresentarlo, gira intorno ad esso, lo evoca coinvolgendo il pubblico in una serie di interrogativi che sono lampi di senso, momenti di riflessione profonda, domande che svelano l’ipocrisia e la crudeltà di un’umanità sfuggente e surreale. Angius coinvolge magistralmente il pubblico, dialoga con esso: entra ed esce dal testo, lo usa, lo maltratta, lo aggredisce, se ne distanzia, usa l’arma dell’ironia per raccontarcelo, per modificarne l’impatto e la forza, il dialogo col pubblico si alterna al suo monologare dialogando col fratello/alter ego che compare nel video alle sue spalle oppure con gli oggetti che ha chiesto al pubblico all’inizio dello spettacolo o che già si trovavano sul tavolino. Gli oggetti, di volta in volta, diventano uomini, donne, i genitori del bambino, gli amici, il neuropsichiatra che lo ha in cura: sono oggetti le persone, sono oggetti i personaggi, ovvero assistiamo al fenomeno della “reificazione”, la trasformazione in “cosa” dell’umanità che vive il nostro mondo.
È uno spettacolo amaro, a tratti inquietante nella sua fredda razionalità e ironia, nella sua leggerezza straniata, nel suo vivere “tra le righe”: una costante e complicata ricerca senza rassicuranti punti di approdo o di riferimento, una perenne tensione tra verità e finzione, tra  il “teatrino” di una vita mercificata e il paradosso di una vita tentata nel teatro per poter trovare se stessi, per poter essere autentici, veri.
Il teatro di Crounch sembra un teatro traumatizzato dalla società dello spettacolo, quasi vittima della società dell’immagine e della capitalizzazione mediatica: questo lavoro sembra raccontare la resa “politica” del teatro, delle sue possibilità sceniche e attoriali, il trionfo del vuoto esistenziale che è il palcoscenico ( e la platea).
La comunicazione verbale a tratti sembra quasi falsa, è impregnata da un’ambiguità di fondo – credo voluta e ricercata, si muove in superficie: la leggerezza di questo spettacolo assume un preciso valore politico e sociale, la potenza e la forza dello straniamento del personaggio, la profonda e angosciante tragedia quotidiana che ci racconta non fa altro che urlarci addosso con violenza quanto lontani siamo dalla possibilità di vivere autenticamente e di percepire noi stessi e l’umanità di chi ci sta accanto, meno che, non si decida di uscire dal coro, di compiere un atto estremo… come alzare un braccio.

Visto il 26/01/2011 a Bologna (BO) Teatro: Teatro di Vita

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Voto: Voto del Redattore: Valentina Scocca


La recensione di Alessandro Paesano

Tim Crouch o dell'impolitico

Accademia degli artefatti , all'interno del progetto Ab-uso, continua la sua ricerca sul linguaggio teatrale attraverso due abusi: nei confronti di se stessi, degli attori, e nei confronti degli spettatori, partendo dalla constatazione che quello che succede, nella realtà come sulla scena, è tutto vero ma impreciso, è tutto falso ma reale.
   Matteo Angius  dà voce e corpo a un monologo che coinvolge lo spettatore su diversi livelli. Uno visivo, con la proiezione di immagini sul fondo della scena, classici home video che ritraggono un pre-adolescente cicciottello, che scopriremo essere il protagonista al tempo in cui iniziarono i fatti che qui si narrano. Un secondo livello visivo, perchè, durante il suo racconto il protagonista utilizza una videocamera che proietta quando riprende su uno schermo posto su un lato de la scena, dove il protagonista racconta la sua storia.  Un terzo livello registico che conduce l'attore-personaggio tra le fila della platea a parlare col pubblico chiedendo in prestito alcuni oggetti che userà come simbolo di persone e cose, in un rapporto evidentemente arbitrario e non iconico ennesimo elemento di contrasto, contraddizione e al tempo stesso atto di mostrazione degli artifici narrativi (dove tutto sembra qualcosa ma è diverso da quel che sembra) mentre annunica che, quella sera, tratterrà il respiro fino a farsi morire.
   Annuncio falso non sarà l'attore/personaggio a farlo infatti ma una sua rappresentazione (un bambolotto stile Ken,) che dovrà trattenere il fiato. Nel frattempo il protagonista ci racconta la sua storia, partita da una scommessa tenere un braccio alzato più a lungo possibile. Un gesto che porta avanti negli anni, tra una visita medica e una dallo psichiatra, mentre il braccio si atrofizza, va in putrefazione, e diventa involontario fulcro di opere d'arte,  quadri, foto, istallazioni, comprese delle fortunate conferenza-spettacolo (come si dimostra dunque essere quella cui lo spettatore astiste). Matteo Angius è bravissimo nel portare lo spetatore in uesto racconto apiù livelli, coadiuvato dagli inserti musicali di Emiliano Duncan Barbieri alla chitarra, tra riferimenti pop e sottile ironia, mentre interagisce con lo schermo alle sue spalle che proietta un altro se stesso, le immagini della videocamera davanti la qual fa muovere gli oggetti che di volta in volta rappresentano cose e persone in un gioco divertente e divertito, mentre mette a nudo i meccanismi di significazione della nostra civiltà delle immagini, del sistema di assegnazione di valore della vita umana e della significazione anche dell'arte.
   Unica pecca di questo lavoro (ma certo la responsabilità è più dell'autore del testo Tim Crouch, che di chi lo ha messo in scena così intelligentemente) la vuotezza politica di quanto si viene raccontando, dove lo sfruttamento mediatico del bambino cresciuto dal braccio marcito, i rapporti familiari, il mercato delle merci e la mercificazione delle persone e dei sentimenti, sono raccontati in chiave individuale, personale, avulsa dal contesto storico, politico e sociale, senza alcuna analisi come se la responsabilità fosse solamente dei singoli e niente affatto politica. Svuotamento imperdonabile in una macchina performativa perfetta quello del gesto teatrale come gesto politico qui relegato al suo mero ruolo di intrattenimento.

Visto il 05/09/2010 a Roma (RM) Teatro: India

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Paesano


La recensione di Roberto D'Avascio

IL BRACCIO DI CROUCH CHE RACCONTA IL NULLA Che cos’è un pugno chiuso in un braccio sinistro alzato? Che cosa può raccontare un attore in scena? Che senso può avere oggi il teatro? E soprattutto, perché ancora il teatro per raccontare la storia di un personaggio che si muove sulla scena con un braccio alzato per dirci che non c’è nulla da narrare. Credo che bisogna partire da queste domande retoriche per descrivere lo spettacolo andato in scena al Teatro Nuovo di Napoli, My Arm, interpretato da Matteo Angius e da Emiliano Duncan Barbieri per la regia di Fabrizio Arcuri e scritto da Tim Crouch, attore ed autore di successo della scena teatrale inglese degli ultimi anni. Partono sul fondo della scena delle immagini di repertorio che mostrano dei bambini. Poi si illumina la platea ed un giovane personaggio trentenne, dalla faccia un po’ impaurita un po’ curiosa, si muove in mezzo al pubblico parlando di se, delle parole che deve usare per raccontare la sua storia e chiede al pubblico degli oggetti per potere andare avanti nello spettacolo. Poi guadagna la scena – caratterizzata da uno spazio vuoto che sul lato sinistro è riempito da una sedia, un tavolino, una telecamera con proiettore – e raccoglie i suoi oggetti in una cassetta. La storia che cerca di raccontare si costruisce nella triangolazione drammaturgica tra il suo monologo attraverso gli oggetti che manipola e che fa riprendere alla telecamere, immagini di repertorio sullo sfondo in cui compare il fratello e la musica della chitarra di un secondo attore. La storia è semplicemente quella di un ragazzino degli anni ’70 che decide all’improvviso di tenere il braccio alzato e che col tempo diventa un fenomeno mediatico da baraccone tra psichiatria rampante, pittura d’avanguardia e conferenze spettacolo. La conferenza spettacolo del famoso ragazzo col braccio alzato – il pubblico assiste al momento della sovrapposizione tra tempo narrato e tempo della narrazione – fallisce scenicamente perché non riesce veramente a far scrivere la scena a quegli oggetti presi al pubblico e che dovevano sostituire la parola per un racconto impossibile. Quello di Crouch sembra un teatro traumatizzato dalla società dello spettacolo, dal plusvalore del’immagine e dalla rapace capitalizzazione mediatica di un braccio alzato il cui pugno chiuso non ha più senso. Questo spettacolo sembra malamente raccontare la resa politica del teatro, delle sue possibilità sceniche e attoriali, e la diegesi del nulla scenico. Questo vuoto esistenziale che è il palcoscenico – che nel migliore dei casi comprende anche la platea – nei suoi risultati migliori ha saputo raccontare feroci amputazioni, altro che finte paralisi. Teatro Nuovo di Napoli – 24.1.2009
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Voto: Voto del Redattore: Roberto D'Avascio

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