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LA PAROLA AI GIURATI
La parola ai giurati

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LO SPETTACOLO

Autore: Reginald Rose
Regia: Alessandro Gassman
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile d'Abruzzo/Società per Attori
Cast: Alessandro Gassman, Manrico Gammarota, Sergio Meogrossi, Fabio Bussotti, Paolo Fosso, Nanni Candelari, Emanuele Salce, Massimo Lello, Emanuele Maria Basso, Giacomo Rosselli, Matteo Taranto, Giulio Federico Janni

Descrizione
L'interesse per il lavoro di regia è stato per me un naturale approdo dopo più di venti anni di teatro militante in qualità di attore. Man mano che le mie sicurezze interpretative andavano consolidandosi, sentivo emergere e gradualmente rafforzarsi il desiderio di affontare un progetto interamente mio: ne La parola ai giurati l'impianto drammaturgico si basa sullo svolgimento di un dramma giudiziario. (...) La vicenda è incentrata su due capisaldi del sistema giuridico anglosassone: la preseunzione di innocenza e la dimostrabilità della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. In un'epoca in cui il mondo è afflitto da ideologie contrastanti che si nutrono di assolutismo e che spesso scadono a pregiudizi, il "ragionevole dubbio" è una preziosa arma di difesa"
Alessandro Gassman
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LE RECENSIONI


La recensione di Federica Riano

Siamo nella New York degli anni cinquanta e una giuria popolare di dodici uomini ha in mano le sorti di un giovanissimo ragazzo accusato di parricidio. Inizialmente tutti sono per la sua colpevolezza tranne uno che, cominciando a fare tutta una serie di considerazioni sul caso, trasforma le più solide certezze, su cui si basa la tesi degli altri giurati, in “ragionevoli dubbi”. Così facendo, spinge anche gli altri componenti della giuria a fare dei ragionamenti che vanno oltre ciò che è emerso dal processo arrivando alla conclusione che il ragazzino può non aver commesso l'omicidio. Ma, nei discorsi di questi dodici uomini, così diversi tra loro, nei loro scontri-incontri, nei loro interrogativi si nasconde molto di più, un di più che li condurrà unanimemente alla scelta definitiva. Questi uomini, che in qualche modo rappresentano le mille sfaccettature di una società, riescono infatti, in una situazione claustrofobica, chiusi un' intera giornata in un'aula di giuria, a guardare dentro se stessi specchiandosi negli altri, nelle loro vite, le loro tragedie, le loro infinite banalità e i loro istinti più bestiali. E' in questo modo che si accorgono di avere una cosa in comune: essere degli uomini che, nella loro naturale imperfezione, non possono arrogarsi il diritto di condannare a morte nessuno colpevole o innocente che sia. Un testo che attraversa le coscienze, estremamente attuale eppure “La parola ai giurati” è un dramma scritto da Reginald Rose nel 1957 per la radio e poi portato sullo schermo dal regista Sidney Lumet con il titolo “Twelve angry men” , ossia “Dodici uomini arrabbiati”. Le incantevoli scene di Gianluca Amodio e i costumi di Helga H. Williams rendono esattamente l'atmosfera di una New York anni cinquanta e contribuiscono a dare ancora di più alla rappresentazione quell'aspetto “thriller” dai toni crescenti che Rose da al testo. Sempre sorprendente e elegantissimo nella recitazione Alessandro Gassman, regista e attore dello spettacolo, accompagnato da un cast eccezionale dalla grande forza comunicativa, emoziona e appassiona la platea che non riesce a trattenere gli applausi. Teatro Mercadante - Napoli, dal 25 Marzo al 5 Aprile 2009
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Voto: Voto del Redattore: Federica Riano


La recensione di Mauro Guidi

Lo spettatore è rilassato. Sa che la trama del testo teatrale è piuttosto semplice: dodici giurati si ritrovano in camera di consiglio per pronunciare un verdetto di colpevolezza che pare facile , scontato, quasi una formalità burocratica e presumibilmente si espliciterà in pochi minuti . Ma uno di loro, però, ha un ragionevole dubbio e, confutando le prove indiziarie a carico del sedicenne parricida , a poco a poco riesce ad insinuare i dubbi anche nella mente degli altri giurati, fino a raggiungere un verdetto di innocenza. Alla fine dello spettacolo però le anime dei giurati ,dilaniate dalle aspre discussioni , visibili sui loro volti emaciati e sconvolti , riflettono lo stato d’animo degli spettatori che in un crescendo rossiniano cavalcano l’incremento delle tensioni emotive che portano mano a mano a scardinare certezze retoriche sul vissuto personale di ciascun interlocutore. Un lavoro teatrale che aiuta a riflettere sulla pena di morte ma anche più semplicemente sui nostri comportamenti quotidiani, quando ,in particolare per ruolo ( insegnante , medico, giornalista,ecc.) siamo chiamati a giudicare gli altri , non in base ai semplici fatti ma ripetendo solo una opinione comune acquisita spesso tramite canali mediatici non sempre disinteressati. Lo spettacolo è giocato sul contrasto fra i caratteri dei personaggi, così diversi fra loro e così magistralmente pennellati dai bravi attori mentre il regista in scena ( Alessandro Gassman ) sacrifica perfino la propria verve mimica e declamatoria sedendo intorno al tavolo in modo da volgere le spalle al pubblico. Non un gesto irriverente , anzi un’attenzione ulteriore per porre maggiormente in luce la fitta trama, che dipanandosi in scena , fa lievitare nel pubblico sopite consapevolezze etico-morali. Ottima e geniale la scenografia di Gianluca Amodio che ci regala anche preziosismi scenici di stampo cinematografico. Un’ ovazione finale da parte del pubblico saluta gli attori che corrono per il proscenio quasi a compensare la lunga e protratta tensione emotiva , mentre il bravissimo Alessandro Gassman ringrazia con non celata soddisfazione. Teatro Goldoni Livorno - Spettacolo del 15 gennaio 2009 -0re 21
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Voto: Voto del Redattore: Mauro Guidi


La recensione di Wanda Castelnuovo

Un crescendo di tensione e di pathos e un’attenzione che resta tesa come una corda di violino per lo spettatore di “La parola ai giurati”, l’intenso lavoro ottimamente diretto e recitato da Alessandro Gassman, interprete del giurato controtendenza e ‘seminatore di dubbi’ che nella torrida estate del 1950 si ritrova tra “dodici uomini arrabbiati” - scelti dalla sorte come membri di una giuria popolare variegata per classe sociale, età e origine, ma senza una donna - a dover decidere se mandare a morte un giovane ispano-americano accusato di parricidio. Dalla piéce teatrale scritta dal grande sceneggiatore Reginald Rose (New York 1920 - Norwalk/ Connecticut 2002) come frutto di un’esperienza diretta è stato tratto nel 1957 un film indimenticabile interpretato da Henry Fonda in modo magistrale: qualità che possiede questo adattamento (patrocinato da Amnesty International) con la traduzione di Giovanni Lombardo Radice. Le modifiche relative all’origine di due giurati di cui uno venuto dall’Est e un italo-americano - impensabili nell’America razzista e conformista degli anni ’50 in cui in giuria non potevano esserci né neri, né ebrei, né donne - nulla tolgono in efficacia, anzi attualizzano il quadro sfaccettato dei comportamenti umani superficiali, mutevoli, contradditori fondati spesso su false certezze, se non pregiudizi che paiono ancora più radicati in un momento così importante come quello di avere nelle mani la vita altrui. Una gruppo di attori bene amalgamato dà forza a una recitazione collettiva in cui peraltro ognuno riesce a trasmettere il proprio dramma coinvolgendo lo spettatore in una solidarietà umana anche quando non ne condivide idee e comportamenti. Straordinaria la scenografia grazie a un impianto scenico (a impostazione fissa) che ben rende la situazione claustrofobica in cui i giurati sono costretti a vivere per alcune ore che scorrono infinite quasi fagocitate dai ritmi della natura rappresentati da magnifiche nuvole che fluiscono veloci e da uno splendido effetto pioggia. Milano, Teatro Manzoni, 5 novembre 2008
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Voto: Voto del Redattore: Wanda Castelnuovo


La recensione di Petra Motta

In questo clima di moratoria sulla pena di morte, non poteva mancare nei teatri italiani uno spettacolo che toccasse l’argomento da vicino, addirittura con il patrocinio di Amnesty International. La scelta per la seconda prova alla regia di Alessandro Gassman è caduta su un testo ricco di possibilità e riferimenti, che aveva già fatto il successo del giovane Sidney Lumet nel lontano 1957: La parola ai giurati (Twelve Angry Men), di Reginald Rose. New York. Anni ’50. Il 15 agosto di una torrida estate metropolitana, dodici uomini sono chiamati a comporre la giuria in un processo per omicidio di primo grado e decidere della colpevolezza o meno dell’imputato, un ragazzino di sedici anni accusato di avere pugnalato il proprio padre. Quando i dodici si riuniscono in camera di consiglio, chiusi a chiave per raggiungere un verdetto unanime, tutto sembra già deciso. Il quartiere di provenienza del ragazzo, la sua estrazione sociale, la sua ‘razza’ mai esplicitamente dichiarata, la violenza della ‘gente come lui’ depongono a suo sfavore. Neppure l’avvocato difensore ha fatto nulla per cercare di smontare le prove indiziarie e le dubbie testimonianze contro il suo assistito. Tutti sembrano d’accordo per la piena colpevolezza (e la sedia elettrica) oltre ogni ragionevole dubbio. Tutti tranne uno. Quell’unico giurato, il numero otto interpretato da Alessandro Gassman, riesce a smontare le certezze degli altri undici, instillando all’interno delle loro sicurezze, dei loro pregiudizi, delle loro ottuse mentalità di benpensanti americani il ‘ragionevole dubbio’, unico argine alla pena capitale. La regia di Alessandro Gassman, talentuoso figlio del ‘mattatore’, sempre più deciso a staccarsi dall’immagine paterna interpretando figure di uomini qualunque, così lontani dalle roboanti prove d’attore del padre, ha più di uno spunto cinematografico. Gli attori, riuniti attorno a un tavolo, danno spesso le spalle al pubblico in sala; le luci permettono di evidenziare dialoghi ‘a parte’ tra i diversi personaggi anche quando si ritrovano a scambiarsi opinioni davanti allo specchio della toilette; l’incalzare del tempo che passa è scandito dalle lancette di un orologio a parete e dal mutare della luce del paesaggio newyorkese al di là di un’ampia finestra a piccoli riquadri; per non parlare dei titoli di coda e dei nomi degli attori proiettati su uno schermo trasparente, mentre una luce ‘occhio di bue’ illumina, nel buio, il volto degli attori, uno dopo l’altro. Tutto evoca il cinema dei tempi d’oro di Hollywood: i costumi alla Bogart e le acconciature impomatate; la scenografia curata ed essenziale capace di ricreare l’atmosfera di quegli anni; l’ambientazione fumosa e opprimente di quando la sigaretta era ancora ‘politically correct’ (e di sigarette se ne accendono davvero tante). Ma il ‘pezzo forte’ della messinscena è la caratterizzazione dei personaggi. Nonostante gli spettatori non arrivino mai a conoscere i nomi dei dodici giurati, ma solo il loro numero e talvolta le loro professioni, ogni personaggio è vissuto con tale partecipazione e realismo da ogni attore, da costituire un unicum inconfondibile. L’architetto, il pubblicitario scanzonato, l’orafo raffinato, il rassicurante presidente di giuria, il timido bancario, il manovale immigrato dall’Europa dell’est, l’italo-americano, l’anziano saggio, il piccolo imprenditore avvelenato dalle proprie vicende familiari, il fanatico razzista, il beffardo tifoso di baseball, l’inossidabile colpevolista. Seguendo le loro supposizioni, i loro battibecchi, le loro accuse e le loro esternazioni più o meno violente, il pubblico impara a conoscerli, a distinguerli, ad amare coloro che si lasciano coinvolgere dai dubbi del giurato numero otto e a disprezzare quelli che continuano a sostenere incrollabilmente i propri preconcetti e le proprie fanatiche convinzioni di colpevolezza. Dopo tre ore passate velocemente come raramente accade a teatro, lasciarli è come salutare dei conoscenti, dei vecchi amici, dei compagni di viaggio insieme ai quali si è riso e sofferto e si è un po’ cresciuti nella strada verso la verità. Bellissimo. Bergamo, Teatro Creberg, 10 gennaio 2008
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Voto: Voto del Redattore: Petra Motta

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