IL RAZZISMO È UNA BRUTTA STORIA
LO SPETTACOLO
Autore: Ascanio Celestini Descrizione
Un nuovo spettacolo di Ascanio Celestini che questa volta affronta, con il suo consueto impegno civile e la sua straordinaria capacità affabulatoria, il tema del razzismo.
Scheda spettacolo a cura di
Simona Cremonini LE RECENSIONILa recensione di Roberto D'Avascio
Celestini e il razzismo, drammaturgia del cerchio Il razzismo è una bella storia, quando a raccontarla è la parola piena di talento di Ascanio Celestini, che ha presentato recentemente alla Galleria Toledo di Napoli il suo ultimo spettacolo, “Il razzismo è una brutta storia”, un lungo monologo teatrale accompagnato da un palcoscenico spoglio e dalle note e dal ritmo di una chitarra acustica. Dopo avere raccontato con grande efficacia drammaturgica la guerra, la fabbrica e il manicomio, Celestini fa un passo ancora in avanti nella sua personale indagine antropologica della nostra società e dei suoi componenti per arrivare al problema del razzismo, al cuore di tenebra che lega le relazioni tra gli individui ed alle dinamiche di potere che scaturiscono in queste stesse relazioni. Il suo racconto parte da una luce che lo illumina e da un leggio che sostiene le sue prime incerte parole amplificate, che portano gli spettatori molto lontano, in quell’Africa/giardino abitata da africani/topi che infestano le tranquille case del mondo occidentale. Sfumata questa suggestione esotica, che si presenta carica di pericolo, Celestini avanza verso il proscenio per accomodarsi su una sedia e procedere nel suo buffo e crudele racconto della nostra società. La voce di Ascanio Celestini alterna brevi pause e silenzi a parole scaricate sul pubblico come lo sparo ripetuto di una mitragliatrice o con la tensione melodica di una musica per narrare piccole storie in cui sembra risiedere la radice del razzismo, della violenza e della sopraffazione di una democrazia malata. Con questo spettacolo, la sua drammaturgia sembra avere acquisito una forte consapevolezza teatrale che supera definitivamente alcuni limiti della sua figura di semplice cantastorie. Nel narrare la storia del piccolo paese in cui vige la regola assoluta ed inviolabile della fila indiana, quella della gerarchia e dell’immobilismo, quella degli individui classificati secondo una numerazione che depaupera l’essere umano di dignità e personalità, Celestini sembra riferirsi all’immagine del cerchio non solo per descrivere una forma di relazione sociale non tollerata, ma soprattutto per parlarci di una possibilità drammaturgica ed estetica scandalosa da mettere in atto, per tentare di scardinare la forma costretta che la fila indiana impone. Ascanio Celestini elabora, dunque, una scrittura della scena a partire da questa immagine, per dialogare brechtianamente con il pubblico e per creare una comunicazione vera - quindi teatrale - capace di scavalcare quella del violento binarismo perfetto della chiesa, del supermercato o dello stadio. La sua parola diventa il veicolo straniante di questo rapporto scenico che si oppone alle categorie sociali ed ai confini, non solo geografici, che imbrigliano e mistificano la realtà. In questa drammaturgia della circolarità il ritmo del suo narrare con la parola diventa baricentro della sua recitazione, degli estratti sonori fuori campo, dell’accompagnamento della chitarra, ed infine della complessiva scrittura scenica. La figura del cerchio rende gli uomini uguali e le loro relazioni più giuste, il suo teatro sembra sollecitare questa direzione per scompaginare l’egemonia del pensiero dominante, a partire dalla comunicazione teatrale. Lo stesso Celestini, in un pubblico dibattito tenutosi negli stessi giorni al teatro Pierrot di Ponticelli ed organizzato da Arcimovie dopo la proiezione del film “La pecora nera”, aveva raccontato al folto pubblico presente in sala tutti i limiti delle forme di pensiero di una società che si struttura e si auto-rappresenta attraverso i confini, l’opposizione tra il dentro ed il fuori, la necessaria creazione del nemico. Il suo teatro sembra invece porsi come riscatto della realtà, quella terribile realtà che esiste davvero, che sfrutta e che elimina il diverso, attraverso la messa in scena del suo racconto.
Galleria Toledo di Napoli, 12.12.2010 Visto il 12/12/2010 a Napoli (NA) Teatro: Galleria Toledo La recensione di Roberto Rinaldi
Bella la realtà peccato che esiste. Suggerimento al pubblico: “Non sta succedendo niente…respira…”, sono parole dal manuale d’istruzioni per l’uso ad ascolto ragionato. Parola di Ascanio Celestini. Oltre alla visione polarizzante e magnetica che ti cattura e t’inchioda alla tua bella e comoda poltroncina rossa del teatro, il cui il rischio chiusura per una bieca anti-politica culturale, incombe da un momento all’altro. Se calasse il sipario definitivamente sul teatro storico, patrimonio cittadino qual è il Duse, il danno per la cultura sarebbe irreparabile. Prima dell’inizio, l’attore invitato dall’Arci (solo dieci le recite in tutta Italia), nell’ambito della stagione ITC (Teatro dell'Argine) e Teatro San Lazzaro, fa salire sul proscenio una delegazione di studenti universitari, per dare loro voce al movimento nazionale di protesta contro il decreto di riforma delle università, firmato ministro Gelmini, seguito poi da un lavoratore del teatro con un appello accorato in difesa del suo luogo di lavoro. Parla con fervore e le sue parole risuonano nella sala con intensità da far pensare a una richiesta di grazia al fine di evitare una sentenza di “morte”: “Con amarezza e rabbia ci chiediamo come sia possibile come Bologna possa permettere la chiusura del palcoscenico più amato della città. Garcia Lorca diceva che un popolo senza teatro è un popolo morto”. Il “respiro” diventava allora condizione d’obbligo per aprire la mente e il cuore a un racconto che appartiene a tutti, a chi auspica ancora in un futuro di civiltà e aborra ogni forma di intolleranza e discriminazione. Sono “brutte storie razziste”, il materiale grezzo di cui Ascanio Celestini si avvale per destrutturare con analitica precisione drammaturgica, stereotipi, pregiudizi, comportamenti incivili e barbarici ahimè noi, divenuti azioni quotidiane spesso legittimate nel comportamento e peggio ancora nel pensiero comune di molti italiani. Forme di sottocultura cresciute su terreni fertili dove l’ignoranza - causa la mancanza se non assenza di forme partecipative educative - s’interfaccia con un’ideologia politica responsabile di fomentare istinti di odio razziale. Il disincanto che serpeggia nella narrazione del protagonista, accompagnato musicalmente da Matteo d’Agostino alla chitarra, è la cifra stilistica coinvolgente da restare attoniti. Il fraseggio poetico di Celestini, a cerchi concentrici, capaci di ricondurre sempre a un nucleo originario da dove prende forma la sua sintassi, crea effetti stranianti ma non per questo meno crudeli nella loro estemporanea quotidianità. Un minuzioso lavoro certosino di scavo negli abissi più reconditi dell’animo umano capace di ferire, offendere, insultare e respingere un essere umano. Celestini non raccoglie storie per farne spicciola cronaca, dove è fin troppo facile incollarci un giudizio personale e suscitare approvazione nel pubblico. Fa altro. Riunisce fatti realmente accaduti, come le miserie umane di cui si rendono pessimi protagonisti amministratori pubblici e rappresentanti delle istituzioni, accomunati da un comune senso di impudenza, a un raffinato e intelligentissimo eloquio che fa del nonsense un meta -linguaggio dei tanti episodi che ammorbano la società di oggi. Così entrano in scena dialoghi registrati da comizi della Lega dove ascolti slogan, violenze e minacce di espulsione a calci nel sedere a chi ha la sola colpa di venire da nazioni povere, uomini e donne affamati, vittime di guerre fratricide, definiti con evidente e non celato disprezzo: epiteti irripetibili. La tensione è alleggerita (da qui si comprende come Celestini riesca benissimo a parafrasare la drammatica realtà), grazie alla sua stupefacente arguzia e maestria ironica fatta di tanti piccoli capolavori di narrazione surreale esaltata da una musica che si ripete e ipnotizza per darti la sensazione di "sognare" le "brutte storie". La classe di bambini dove un’impettita maestra insegna loro l’educazione di stare in fila indiana al fine di salvaguardare le diversità di censo e razza. Un’educazione obbligatoria per non mettersi in cerchio “altrimenti si rischia di diventare tutti uguali”. L'Otello di Shakespeare secondo un sedicente "Cous cous Klan" è un dramma di stampo razzista. Variazioni sul tema, ora in chiave grottesca, ora sarcastico, sempre con un portato di lucidità intellettuale che fa di Celestini un esempio per molti. Racconta con delicata serietà nel suo giocoso affabulare portandoti a sorridere senza mai rinunciare alla riflessione, amara: quanto a volte la realtà supera la fantasia. “Bella la realtà, peccato che esiste per davvero”. Eh sì, peccato che esista! Quella in cui Ascanio Celestini e tutti gli uomini di buona volontà sognano di cambiare in cambio di un mondo diverso, dove c’è spazio per tutti. Anche se è diverso da te. Lunghissimi e liberatori applausi congedano lo straordinario cantore di rara sensibilità ed esci quasi consolato. Visto il 28/11/2010 a Bologna (BO) Teatro: Duse SOCIAL & C.SEGNALIAMO
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