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GARAGE OLIMPO

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Premesso che ho trovato lo spettacolo bellissimo e che è al suo ottavo anno di repliche,consiglierei al vostro critico di farsi uno studio approfondit...

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Premesso che ho trovato lo spettacolo bellissimo e che è al suo ottavo anno di repliche,consiglierei al vostro critico di farsi uno studio approfondit...

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LO SPETTACOLO

Autore: Marco Bechis e Lara Fremder
Regia: Carlo Fineschi
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Teatro dell'Urlo
Cast: con Vito Mancusi,Camillo Ventola,Pino Di Persio, Morgana Marchesi Marco Venienti

Descrizione
Il 24 marzo 1976, il generale Jorge Videla instaura il regime militare. Inizia la Guerra Sucia, "la guerra sporca": sequestri, sparizioni, esecuzioni sommarie e torture.
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione
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LE RECENSIONI


La recensione di Alessandro Grieco

"Da conservare per sempre". Al termine della rappresentazione, al pubblico viene consegnato un biglietto che porta stampigliata questa perentoria raccomandazione, un monito severo che ci induce a ricordare, con solenne rispetto, i trentamila cittadini sequestrati e fatti scomparire in Argentina tra il 1976 (anno di insediamento della dittatura militare di Videla) ed il 1982. La pièce, infatti, palesemente ispirata all´omonimo film di Marco Bechis, presentato con grande successo di critica al Festival di Cannes nel 1999, si prefigge l´ obiettivo, dichiarato ma solo parzialmente raggiunto dallo stesso regista (Carlo Fineschi - ndr) , di coinvolgere gli spettatori in una messinscena in grado di proiettarli all´interno dell´inferno argentino e permettere un contatto più diretto ed immediato con quelle medesime dinamiche emotive e quegli stessi stati di coscienza. L´operazione, però, certamente assai seducente ed interessante nelle intenzioni registiche, si rivela sostanzialmente incompleta e deludente nella realizzazione, abdicando incomprensibilmente all´implicito potenziale creativo ed evocativo, in nome di una rappresentazione assai più ordinaria e tradizionale del previsto, una rappresentazione che non sa, non può o non vuole osare per ragioni che, ohimè, ci sembrano legate più ad una certa acerbità performativa che ad un inspiegabile calcolo di prudenza. Il piglio severo dei cerberi sul palco non riesce in realtà a trasmettere il senso di avania e di angoscia che dovrebbe permeare ogni loro movimento e, se è incontrovertibile che gli orrori commessi in questa sentina, in questo centro clandestino, chiamato "Garage Olimpo", sono stati compiuti in nome della società cristiana occidentale maccartista, società per cui il comunismo era sinonimo di demonio assoluto ed infernale, non ci spieghiamo perché i dati ed i riferimenti marcatamente politici dell´ignominosa storia, affrontata da Fineschi, siano espressi in maniera così discutibilmente sfumata e senza l´opportuno ed auspicato impegno critico e militante . Il risultato più apprezzabile dell´intero allestimento è riscontrabile nell´operazione di raffreddamento ed astrazione della materia trattata, cifra estetica tendenzialmente funzionale a proporre una riflessione sulla banalità del male, in cui ogni eccesso spettacolare è bandito: i carcerieri guardano il calcio in tv, discutono con la moglie al telefono, proprio come"normali" ragazzi, mentre tra vittima e carnefice si instaura un rapporto di complicità, venato da una innaturale sindrome di Stendhal. Dunque, la funzione divulgativa dell´operazione drammaturgica è senz´altro da apprezzare, considerato soprattutto il fatto che questo scempio, cioè il genocidio dei desaparecidos, è potuto accadere anche grazie alla connivente indifferenza dei media occidentali ed all´atteggiamento disgustosamente corrivo dei grandi poteri economici e finanziari a cui, troppo spesso, il sistema dell´informazione soggiace con avvilente abnegazione. Roma, Teatro L´Orangerie, 20/01/09
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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Grieco


La recensione di Alessandro Grieco

"Da conservare per sempre". Al termine della rappresentazione, al pubblico viene consegnato un biglietto che porta stampigliata questa perentoria raccomandazione, un monito severo che ci induce a ricordare, con solenne rispetto, i trentamila cittadini sequestrati e fatti scomparire in Argentina tra il 1976 (anno di insediamento della dittatura militare di Videla) ed il 1982. La pièce, infatti, palesemente ispirata all´omonimo film di Marco Bechis, presentato con grande successo di critica al Festival di Cannes nel 1999, si prefigge l´ obiettivo, dichiarato ma solo parzialmente raggiunto dallo stesso regista (Carlo Fineschi - ndr) , di coinvolgere gli spettatori in una messinscena in grado di proiettarli all´interno dell´inferno argentino e permettere un contatto più diretto ed immediato con quelle medesime dinamiche emotive e quegli stessi stati di coscienza. L´operazione, però, certamente assai seducente ed interessante nelle intenzioni registiche, si rivela sostanzialmente incompleta e deludente nella realizzazione, abdicando incomprensibilmente all´implicito potenziale creativo ed evocativo, in nome di una rappresentazione assai più ordinaria e tradizionale del previsto, una rappresentazione che non sa, non può o non vuole osare per ragioni che, ohimè, ci sembrano legate più ad una certa acerbità performativa che ad un inspiegabile calcolo di prudenza. Il piglio severo dei cerberi sul palco non riesce in realtà a trasmettere il senso di avania e di angoscia che dovrebbe permeare ogni loro movimento e, se è incontrovertibile che gli orrori commessi in questa sentina, in questo centro clandestino, chiamato "Garage Olimpo", sono stati compiuti in nome della società cristiana occidentale maccartista, società per cui il comunismo era sinonimo di demonio assoluto ed infernale, non ci spieghiamo perché i dati ed i riferimenti marcatamente politici dell´ignominosa storia, affrontata da Fineschi, siano espressi in maniera così discutibilmente sfumata e senza l´opportuno ed auspicato impegno critico e militante . Il risultato più apprezzabile dell´intero allestimento è riscontrabile nell´operazione di raffreddamento ed astrazione della materia trattata, cifra estetica tendenzialmente funzionale a proporre una riflessione sulla banalità del male, in cui ogni eccesso spettacolare è bandito: i carcerieri guardano il calcio in tv, discutono con la moglie al telefono, proprio come"normali" ragazzi, mentre tra vittima e carnefice si instaura un rapporto di complicità, venato da una innaturale sindrome di Stendhal. Dunque, la funzione divulgativa dell´operazione drammaturgica è senz´altro da apprezzare, considerato soprattutto il fatto che questo scempio, cioè il genocidio dei desaparecidos, è potuto accadere anche grazie alla connivente indifferenza dei media occidentali ed all´atteggiamento disgustosamente corrivo dei grandi poteri economici e finanziari a cui, troppo spesso, il sistema dell´informazione soggiace con avvilente abnegazione. Roma, Teatro L´Orangerie, 20/01/09
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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Grieco

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