FIGLIDIUNBRUTTODIO
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 5
LO SPETTACOLO
Autore: Paolo Mazzarelli e Lino Musella Descrizione
FIGLIDIUNBRUTTODIO: è, nel metodo, un tentativo di scrittura scenica integrale a due. Siamo cioè due attori che, nel farsi autori/interpreti di un pezzo di teatro, si concedono una maggiore libertà/responsabilità, e nello stesso tempo si obbligano al continuo confronto con un “altro” col quale dividere, all'interno della creazione scenica, ogni passaggio. FIGLIDIUNBRUTTODIO: segue questa strada per una sola ragione: perché assieme sentiamo l'esigenza di mettere in scena l'oggi, ed il qui: Italia 2010. Ci guardiamo attorno, la Realtà ci investe, e noi cerchiamo, col nostro lavoro, di fissarne un frammento su un palco. Per poterla vedere e capire un pò meglio. Continua http://www.campoteatrale.it/eventing/view-86.html
Scheda spettacolo a cura di
Chiara Mironici CAMPO TEATRALE LE RECENSIONILa recensione di Riccardo Limongi
Figli di nessun Dio
Paolo Mazzarelli e Lino Musella. Per una volta, si vadano a pronunciare anzitutto due nomi, a riconoscere lo stretto legame attore/autore che hanno creato con Figli di un brutto Dio. L'apertura, con i due falliti della vita -giusti echi autoriconosciuti di Uomini e Topi di John Steinbeck- tocca varie corde, che anziché nel patetico riescono a sorprendere ed anzi anche a commuovere, fra dettagli come una copia nella valigia dei due clochard di Umanità Nova, il periodico di anarchismo sociale e percorsi autogestionari soffocato nel Ventennio, e soprattutto lo sguardo che non c'è, quello di Paolo Mazzarelli, il fallito certificato non solo dalla società, ma anche dalla sua stessa mente. L'altro, intanto, aggiusta telefoni o calcolatrici, inventa arti di sopravvivenza fra idraulica ed elettronica, commenta l'inanità di tutto ciò che passa invano, dalle guerre in poi, e tiene da conto la loro comune valigia di compagni di viaggio: da una parte le cose da mangiare, dall'altra le cose da vestire, da un'altra ancora le cose da aggiustare. E' soprattutto qui, che Mazzarelli e Musella, oltre a dare prova di eccellente sintonia, fanno qualcosa che oggi non è molto frequente trovare sui banchi del mercato delle sensazioni: emozionano. Loro sono le frattaglie della vita; anzi della civiltà, anzi meglio, di un certo tipo, di civiltà, quella del consumo e dell'immagine, sottolineati dai video proiettati sulla musica dei This Will Destroy You e con suoni di didgeridoo che sembrano veri e propri rimproveri ancestrali.
Subito dopo, gli occhi sembrano ingannarsi, per essere trasportati da un teatro alle scanalature mercificatorie dell'ormai ex tubo catodico, a spiare (reality nel reality...) il colloquio fra il povero abitante del 21° secolo del Regno di Sua Emittenza ed il presentatore di successo che deve selezionare gli aspiranti cerebrolesi certificati del suo reality, in cui imperano regole studiate per l'effetto über alles (“Non si possono avere rapporti sessuali completi... vabbè, insomma, ci siamo capiti, no? Basta che alla fine, ti fermi un attimo prima...”). Il vicedirettore reality e soft-news fa il bilancio di produzione, destreggiandosi fra ricavi consolidati netti, risultato operativo al netto di ammortamenti e ridimensionamento del TFR, fino ad un blaterare osmotico con impronunciabili parole inglesizzanti, fino ad ammutolirsi: è il vero e proprio Rosario con cui il marketing prende possesso delle anime con ogni mezzo, anche insegnando ad un fratricida di fresco lutto come passare da “lutto, nero, ombra” magica e subitanea Luce, tutto per bucare lo schermo, come si dice oggi, con quel richiamo al buco che sembra tanto significativo. Oggi saranno meno di cento, gli ultimi Magi, mentre la maggioranza divenuta utente sembra soffrire di telepensiero eterodiretto, come se il massimo numero dei canali fosse anche una cifra corrispondente al senso della vita: il raffinato ritorno ai due clochard nel finale serve allora per rinchiudere dentro le loro stesse follie le tracimazioni del fallimento della società, ed a contestualizzare concetti come la perdita delle speranze, l'essere figli illegittimi della realtà, che al di fuori della barbarie illusoria simbolizzata oggi dalla televisione, riacquistano così, nella loro realtà materiale di ingiustizia, nella mancanza di lavoro, nella povera considerazione del dover campare, e nei gesti e negli sguardi dei due esemplari protagonisti, la medaglia della Poesia. Visto il 20/01/2012 a Napoli (NA) Teatro: Elicantropo La recensione di Elena Dalmasso
Lo squallore del fallimento
Cosa succede quando la saggezza è della strada e l’inutilità si riversa in televisione? Cosa succede quando a darci insegnamenti di vita sono persone semplici, poveri cristi senza casa e senza lavoro, che abitano sotto i ponti e passano le giornate a rovistare nella spazzatura per trovare oggetti da riutilizzare? Cosa succede quando uno dei riferimenti culturali più forti della nostra epoca, la televisione, basa la sua esistenza su format che mettono in mostra e sviscerano ogni bassezza umana senza vergogna? I punti in comune tra le due storie e le due coppie di personaggi? “Fanno ridere, ma non lo sanno; non hanno speranze, ma sono convinti di averne; sono figli diversi, e illegittimi, di una stessa Realtà, di un comune Tempo, di un brutto Dio”, scrivono i due registi e attori. Le differenze? Chi non ha come paradigma la televisione e i suoi sistemi sa ancora capire il valore delle piccole cose, dei sogni, di una vita fatta di attese che non è detto si avverino; chi al contrario basa la propria realizzazione sull’effimero successo mediatico, arriva a compiere azioni terribili e senza senso, che scavalcano ogni etica (come rinnegare o uccidere un fratello che era diventato di ostacolo alla scalata televisiva). Si ragiona sostanzialmente sul concetto di fallimento, chiedendosi se sia meglio fallire sognando, ma senza pretese e con umiltà, o fallire con l’inganno e l’illusione di raggiungere un mondo dorato attraverso la fama ma venendo, in fondo, derisi. “Figlidiunbruttidio” è uno spettacolo da vedere per vari motivi. Prima di tutto per il piacere di vedere due attori recitare in perfetta sintonia e con uno spirito di gioco e complicità fuori dal comune. In secondo luogo perché la scelta di affrontare il tema della nostra attuale società – di per sé banale – dai punti di vista di un reality e di una vita passata ad aspettare che qualcosa cambi in meglio permette agli autori, molto più di tanti discorsi retorici, di far emergere a pieno la mancanza di ideali e di etica. I personaggi funzionano molto bene in scena e a livello drammaturgico; quattro caratteri complementari e riconoscibili che permettono agli spettatori di entrare immediatamente nello spirito della regia e di godersi le sfumature della recitazione. Visto il 08/03/2011 a Milano (MI) Teatro: Tieffe Menotti SOCIAL & C.SEGNALIAMOGLI ANNUNCI: NEWSLETTERIL CARTELLONEIN SCENA |