ELETTRA
LO SPETTACOLO
Autore: Hugo von Hofmannsthal Descrizione
Hugo von Hofmannsthal scrisse Elektre nel 1904. L’Elettra di Sofocle, cui essa direttamente si ispira, è datata approssimativamente al 425 a.C.: «penso - scrive il regista Andrea De Rosa - che la lontananza nel tempo sia una cifra per comprendere la seduzione che questi miti esercitano su di noi. Guardando in uno specchio rovinato ed opaco aguzziamo la vista, nella speranza di rintracciare un’origine». In questa messinscena il pubblico ascolterà lo spettacolo attraverso una cuffia stereofonica, per mezzo di una tecnica di ripresa del suono detta olofonica. «La sensazione di indossare una cuffia verrà presto dimenticata a vantaggio di una sensazione di immersione totale nello spazio scenico».
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione LE RECENSIONILa recensione di Monica Cirillo
L’Elettra che già fu di Sofocle, è stata riscritta a partire dal ‘900 una miriade di volte. La prima ristesura, di Hugo von Hofmannsthal è del 1903, musicata nel 1905 addirittura addirittura da Strass.
È a questa versione che si ispira il regista Andrea de Rosa per far rivivere Elettra.
Elettra, umiliata, incattivita dalla prigionia, dalla fame. Elettra vendicativa, che vuole far uccidere la madre Clitemnestra (Maria Grazia Mandruzzato) per riportare l’ordine in una tragedia compiuta dagli uomini e in cui gli dei paiono restare solo a guardare.
Elettra è tra noi, anche se chiusa in uno spazio ‘inscatolato’ da una vetrata che separa lo spettatore dal sogno scenico. Uno spazio che sembra reso opaco dal tempo come a sottolineare che la tragedia fatta di ingredienti forti quali l’odio, la passione, la morte, fanno parte della natura dell’uomo, e che dell’uomo attraversano orizzontalmente tutta l’esistenza. Elettra (Frédérique Lolite) esce dal suo tempo, rivive per noi, con noi. Intensa, passionale, un fascio di muscoli e nervi tesi a supportare la pressione dell’adrenalina che vi scorre.
Moira Grassi è la sorella Crisotemide. Quasi una voce fuori dal coro nel consumarsi della tragedia. Delle nefandezze umane resta spettatrice senza prendervi parte. L’unica a vestire di rosso, come se fosse il candore del bianco, tra personaggi neri, drammatici, ma vivi.
Oreste (Gabriele Benedetti) arriva, da lontano, questi uno straniero, fuori dallo spazio scenico precostituito. Quando il dramma sembra senza soluzione, ecco che Oreste rompe i confini, e soddisfa la sete di vendetta e in qualche modo di giustizia che Elettra brama.
Frédérique Lolite, si dona senza risparmiarsi.
Elettra le entra nelle vene, sotto la pelle. Eletta la trasfigura, la consuma, e lei ce la ridona viva più che mai, forte, carnale.
L’allestimento scenico (di Raffaele Di Florio) propone un teatro di rottura, al di fuori dai canoni classici, sarà il teatro del futuro, dove i sensi, tutti e cinque, e forse di più se ci aggiungiamo quelli deputati a percezioni più profonde, vengono esaltati.
Tutte le componenti diventano protagoniste. Insieme ai bravissimi interpreti, anche i suoni (di Hubert Westkemper), grazie alle cuffie olofoniche che propongono un ascolto quadrifonico, diventano palpabili, presenti sulla scena. Così la pioggia di cinque lunghissimi minuti, battente, scrosciante, arrabbiata, ti pare di sentirla addosso. E poi senti lo scalpito dei cavalli e il latrato dei cani. Puoi sentire, se ascolti bene, anche il battito del cuore degli interpreti.
Magistrali anche le luci (di Enrico Bagnoli), che esaltano, evidenziano, assumono identità anche al di là gli attori
Gli interpreti non sono più interpreti, sono personaggi che si rianimano all’interno della scatola scenica, magica, che vivi consapevole della dimensione onirica, nonostante le emozioni, l’energia che ti arriva, quella sia assolutamente reale.
Questa Elettra è pulsante, intensa, emozionante. De Rosa percorre ogni via possibile per riportarla in vita. Plasma uno spettacolo dove tutto, amore, morte, passione, tutto contribuisce a far accelerare il respiro.
Ogni componente, sottolineata dalle musiche di Giorgio Mellone, è calibrata per ritornarci una coralità che assume sfumature quasi mistiche.
Ogni elemento diventa drammaturgia. Le parti si uniscono nel tutto, un tutto di grande forza e bellezza dove trovi lo stupore dell’arte, come espressione di ciò che l’uomo è in grado di esprimere.
A quest’opera si può attribuire un solo sostantivo: capolavoro!
Piccolo Teatro Studio
Milano
21 ottobre 2006
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