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DELITTO E CASTIGO
Delitto e castigo

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DATI DELLO SPETTACOLO

Autore: Fedor Dostoevskij
Regia: Glauco Mauri
Compagnia/Produzione: COMPAGNIA MAURI / STURNO
Cast: Glauco Mauri, Roberto Sturno, Silvia Ajelli, Mino Manni, Simone Pieroni, Odoardo Trasmondi

Descrizione
C’è molto teatro in questo primo dei grandi romanzi che resero celebre all’estero il nome di Dostoevskij e che rimane il più noto e popolare ancora oggi. Teatrali sono i grandi effetti che accompagnano una vicenda a sfondo poliziesco, ma soprattutto tali risultano essere i rapporti tra il giovane Raskolnikov, autore dell’omicidio di una vecchia usuraia (e, accidentalmente, anche della sorella di lei), e il giudice Porfiri Petrovic, incaricato dell’istruttoria di un crimine di cui conosce già il colpevole, ma aspetta che questo vada spontaneamente a denunciarsi. Ricchissimo di eventi, il romanzo di Dostoevskij (1821-1881) si dirama in una grande quantità di personaggi (tra gli altri, la giovane Sonja Marmeladova, che prostituendosi cerca di venire in aiuto alla sua famiglia; l’alcolizzato padre della ragazza che vive solo dell’ammirazione della sua seconda moglie Caterina Ivanovna) e fa del gesto di Raskolnikov lo specchio su cui si riflettono, mescolandosi, i principali motivi che agitavano l’Ottocento e la Russia in particolare: le idee sociali di Marx, ma anche le niciane lusinghe del superuomo, gli individuali tormenti esistenziali e il misticismo rinunciatario e messianico nel quale Dostoevskij tendeva a identificare l’essenza dello spirito russo.
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LE RECENSIONI


La recensione di Marcella Siano



La scena è caratterizzata da un enorme labirinto di “marmo” sospeso nell’aria; pannelli sfaccettati si intersecano tra loro e calano sul palco in modo alterno, creando suggestive soluzioni di ambienti diversi. Il tutto a cura di Alessandro Camera.
Al labirinto della scena, fanno seguito i due labirinti dell’essere umano, quello cerebrale e quello viscerale; proiezioni dell’eterno tormentoso tema della dualità dell’uomo, ovvero della incessante contrapposizione tra razionalità e istintualità.
Orgoglioso della sua intelligenza e del proprio ingegno e sicuro di un’assoluta superiorità sugli “uomini comuni”, Rodion è convinto di dover “scavalcare l’ostacolo” attraverso l’omicidio, ma, una volta commesso il delitto, egli è solo ed avverte l’inutilità di ciò che ha fatto. Comincia così un altro delirio, un nuovo incubo. Disperazione, nausea, rimorsi lo sommergono.
É su questi toni che il Maestro Mauri opera il suo adattamento dal testo di Dostoevskij, grazie a una strategia linguistica di eccezionale vivezza, sviscerando e ponendo l’accento su ciò che veniva definito dallo stesso autore il “Resoconto psicologico di un delitto”.
Eccezionale l’interpretazione di Roberto Sturno che, nel ruolo di Rodion, coniuga in maniera esemplare gestualità e gioco vocale.
Ad una voce roca e scandita egli ne contrappone un’altra dimessa e penitente; entrambe a rappresentare l’allucinante alternarsi di abbandoni e timori del protagonista.
Di grande effetto, grazie all’indiscutibile talento di Glauco Mauri, i dialoghi Rodion –Porfirij Petrovic che alternano momenti drammatici a momenti ironici attenuando la solennità della narrazione.
Sostiene il regista: “Il Teatro ha bisogno di favole da raccontare agli uomini e l’appassionante cammino, dal delitto al castigo, di Raskolnikov è una di quelle grandi favole che ci chiedono di essere raccontate perché possono aiutare l’uomo a meglio comprendere se stesso”.

Napoli, 27 marzo 2007 – Teatro Bellini
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Voto: Voto del Redattore: Marcella Siano


La recensione di Alice Avallone

RESOCONTO PSICOLOGICO
DI UN DELITTO

"L’uomo è un mistero difficile da risolvere.
Io voglio cercare di comprendere questo mistero
perché voglio essere un uomo"

Fedor Dostoevskij

Dopo centoquaranta anni dalla stesura di Dostoevskij, arriva in scena ‘Delitto e Castigo’ secondo Gualco Mauri che, come il grande scrittore russo, non giudica ma cerca di comprendere l’assassino attraverso un attento resoconto psicologico. Un Glauco Mauri nella triplice veste di autore, regista ed attore, nei panni del giudice Porfirj Petrovic, che sottile ed un poco ironico, rincorre scaltro l’inquieto Raskolnikov, sollevando nel giovane un logorante ed intenso tormento per due omicidi. Un delitto tanto perfetto quanto insensato, che va in cerca di Verità, esistenziale per l’assassino – umana per il giudice. La scena è essenziale ma efficace, con grandi pannelli che salgono e scendono, scoprendo e nascondendo l’ufficio, la stanza, la città. Di tanto in tanto, su una fascia nera in alto, appaiono alcune parole, che titolano e scandiscono i capitoli dei due atti. Lo spettacolo acceca chi è seduto davanti il palco con potenti bagliori di verità sepolte nell’anima, in eterno dissidio, in eterna lotta tra bene e male.

Torino, Teatro Alfieri - 28 Gennaio 2006
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La recensione di Francesco Rapaccioni

Roma, teatro Argentina, “Delitto e castigo” da Fedor Dostoevskij

I LABIRINTI DELLA MENTE, I LABIRINTI NELLA VITA

Impresa ardua è ridurre un romanzo corposo a drammaturgia teatrale, un labirinto di pagine in un pugno di parole, ricostruire un’atmosfera su un palcoscenico. A Glauco Mauri era riuscito benissimo con il commovente Oblomov da Goncarov, gli riesce anche con Delitto e castigo da Dostoevskij, sebbene il risultato questa volta non sia così pieno, così compiuto.
La splendida scenografia di Alessandro Camera da sola rende il significato del libro e dello spettacolo: sul lucido pavimento sono tracciate le linee di un labirinto, elementi scenici sono sospesi sopra il palcoscenico (in modo da essere specchio di quelle linee misteriose e geometriche) e scendono dall’alto a formare angoli e stanze da sfondo all’azione, combaciando con quelle linee. A volte si fermano a diverse altezze, svelano e nascondono, creano diverse e nuove prospettive, rivelano realtà concrete oppure oniriche, che condizionano l’agire del protagonista: “In che sogno maledetto mi sto gettando?”
Insomma un labirinto, un labirinto che poi è la mente umana, un labirinto che tendiamo a trasferire nella vita, rendendola anch’essa labirinto da cui è sempre più difficile uscire, se non impossibile. “Avete mai visto una farfalla girare intorno a una candela?”
“Tutti sono venuti.. aspettavo solo voi”: le parole sono scritte a caratteri enormi, una sorta di sovratitoli che scandiscono il procedere del romanzo, cioè il compimento del delitto ed il maturare del castigo, “il resoconto psicologico di un delitto”, come scrisse l’autore.
“Sono un infelice”. Sono un infelice, ripetuto più volte da Raskolnikov è forse la chiave di tutto, da cui scaturisce il delirio di onnipotenza, la tranquillità nell’accettare di eliminare dalla vita alcuni “ostacoli” che sembrano sbarrare il cammino o semplicemente renderlo più faticoso, alla fine quello che fa il protagonista, mettendosi al di sopra delle leggi per essere il più grande di tutti. Ma dovrà fare i conti con la realtà e soprattutto con la giustizia: prima con quella della propria anima, poi con quella degli uomini, infine forse con quella divina.
Ma invero Raskolnikov uccide solo per uccidere se stesso. “L’uomo è un mistero difficile da comprendere”, ma forse egli è semplicemente un sognatore, magari esasperato dai libri che legge e dalla vita stessa che vive, decidendo a un certo punto di scavalcare l’ostacolo. E invece è come se si butta da una torre: accettare la sofferenza è il castigo più nobile per ogni sofferenza.
Roberto Sturno è un lucido e tormentato Raskolnikov, perfettamente credibile in una parte ardua e nel rendere tangibile con la voce e con la mimica facciale il tormento profondo dell’intimo. Glauco Mauri si è ritagliato la piccola e significativa parte del giudice Petrovic e percorre la scena a passetti piccoli e veloci, lo stesso atteggiamento con cui il suo personaggio attraversa la vita. L’inquieto Petrovic, pieno di misteri, con la sua presenza spinge Raskolnikov a scoprire quelle verità che ha dentro di sé, fino all’accettare l’insensatezza del suo delitto (e l’insensatezza del suo delitto è la stessa dell’uomo di oggi, basta guardarsi intorno). Silvia Ajelli è una dubbiosa e generosa Sonja, Mino Manni bravissimo nel fare da spalla al protagonista con il suo Rasumichin. Con loro Simone Pieroni è Kock e Odoardo Trasmodi Ilja Petrovic. Le musiche di Arturo Annecchino contribuiscono a creare l’atmosfera asfittica e senza uscita, mentre i costumi di Simona Morresi evocano vagamente l’Ottocento.

FRANCESCO RAPACCIONI

Visto a Roma, teatro Argentina, il 24 novembre 2005.
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