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D'ORA IN POI - COME SAREBBE SE FOSSE DIVERSO?

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LO SPETTACOLO

Autore: Carolina de la Calle Casanova
Regia: Carolina de la Calle Casanova
Genere: comico
Cast: Paolo Rossi e Baby Gang

Scheda spettacolo a cura di
Claudio Finelli

LE RECENSIONI


La recensione di Giulia Clai

Venerdì13 Novembre il teatro Dehon ha ospitato lo spettacolo teatrale “D’ora in poi (Come sarebbe se fosse diverso)”, con Paolo Rossi e la compagnia Baby Gang. Paolo Rossi, nel ruolo del protagonista, affronta la domanda: “Esistono ancora i maestri? I poeti? Gli outsider?” Una collaborazione proficua tra la giovane compagnia e l’attore Paolo Rossi, che ha portato alla creazione di questo lavoro. Nello spettacolo dell’autrice-regista Carolina De La Calle Casanova, D’ora in poi (Come sarebbe se fosse diverso), la Baby Gang, il collettivo milanese, si misura con un testo che rende omaggio a tutti quei personaggi in grado di insegnare qualcosa, di inseguire un sogno. I rimandi a Baudelaire, Kerouac, Hendrix, Morrison, Max Stella, Cobain, Presley, Janis Joplin, Marilyn Monroe e altri ancora percorrono tutto il testo. Che fare? Raccontarne la vita? Paolo Rossi allontanandosi dalla sua vocazione cabarettistica si mette in gioco e si attiene alle regole degli interpreti della compagnia, affiatati nell’organizzare la propria azione scenica intorno alla creatività sua. Il testo, rielaborato dalla regista, ispiratasi a sua volta alla drammaturgia dell’autore spagnolo Juan Ramon del Valle-Inclàn, racconta la storia dell’ultimo giorno di vita di Max Stella, poeta spagnolo rappresentante della gloriosa stirpe dei bohémien: cieco, alcolizzato, disperato, al termine della carriera ma ancora lucido e geniale. Circondato da un gruppo di personaggi allegorici che ne scandiscono le azioni e il racconto, il protagonista crea una serie di dialoghi e situazioni al confine tra realtà e finzione , in una lettura-denuncia a più livelli della società contemporanea. Il risultato? Una società violenta, preda del bullismo,impaludata in omicidi sommersi, depauperata di valori, soprattutto quelli più antichi, che non hanno più alcuna risonanza né rispondenza nella vita reale. Il vecchio maestro riacquista la vista solo in punto di morte, e dopo un funerale “rock” avrà in un biglietto della lotteria, il passaporto per il suo riconoscimento postumo. Lo spettacolo è stato vincitore al Concorso “Nuove Sensibilità” promosso dal Nuovo teatro nuovo di Napoli. Lo spettacolo è ampiamente fruibile, gli espedienti scenici calibrati per non sfociare nel teatro di avanguardia, il messaggio immediato e di chiara (forse un po’ scontata) denuncia. La compagnia Baby Gang nasce a Milano nel 2003 presso la Scuola Civica D’Arte Drammatica Paolo Grassi, dove i suoi fondatori Federico Bonaconza, Carolina De La Calle Casanova, Valentina Scuderi e Stefano Slocovich si incontrano. Il proposito principale della compagnia è creare una rete di collaborazioni artistiche e produttive che possano aiutare a sviluppare i diversi progetti artistici ai quali decidere di aderire. Da qui la collaborazione con Paolo Rossi, già sviluppatasi in altri lavori come I Giocatori, tratto da Dostojevsky.

Visto il 13/11/2009 a Bologna (BO) Teatro: Dehon

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Voto: Voto del Redattore: Giulia Clai


La recensione di Roberto Rinaldi

Paolo Rossi - Babygang ce la mettono tutta ma...

Dopo aver visto “D'ora in poi – Come sarebbe se fosse diverso?” ci si pone la domanda: era meglio prima o adesso? Il prima sta per non essere ancora andati a teatro e aver visto Paolo Rossi insieme alla sua Babygang, giovane compagnia di volenterosi attori e attrici, impegnati con notevole sforzo nel convincere il pubblico, della bontà del prodotto. Adesso? Qui stiamo parlando del presente, dello stato d'animo, del giudizio scaturito dalla visione e ascolto, di una interminabile sequela di azioni sceniche frammentate tra loro, di sforzi ginnici, acrobatici, di parole dette e urlate. Insomma una girandola vorticosa dove al centro ruota un certo Max Stella, il protagonista: Paolo Rossi, tanto per intenderci. Il prologo sulla ribalta è forse il momento più accattivante di tutto lo spettacolo, ma non fa parte del copione, bensì un fatto reale. Lo stesso comico mette al corrente di una sua vicissitudine giudiziaria, spiegando di aver ricevuto diffide e ingiunzioni da parte del suo ex manager, per nulla d'accordo sulla decisione del suo ex cliente di recitare. La finzione teatrale diventa realtà, dai contorni anche paradossali, ma tant'è che il pubblico si schiera dalla parte della compagnia e del suo capocomico, regalando loro un sincero applauso. Poi tocca alla bara formato bonsai dove dentro sta accucciato il Max Stella, poeta cieco, dalle sembianze di un clochard, dedito all'alcol, suo fedele compagno di scorribande, impegnato a morire una volta sì e una volta no ma come la fenice sorge sempre dalle ceneri. Intorno a lui, in effetti di scorribande se ne vedono molte. I giovani sono tutti bravi e sostengono alla perfezione un testo a dire la verità, un po' sconclusionato senza arte né parte. Manca una drammaturgia di fondo capace di dare senso all'operazione. Pare di assistere più ad un canovaccio da commedia dell'arte che ad una scrittura teatrale vera e propria. Doti registiche indubbie da parte dell'autrice Carolina De La Calle Casanova, sicuramente più a suo agio nel creare l'azione scenica. Paolo Rossi di suo offre tutto il suo bagaglio comico surreale e istrionico, gioca con il linguaggio e dimostra una vis comica ancora in auge. Lo sforzo è notevole, ma alla fine si resta ancora dubbiosi. Era meglio prima o adesso?

Visto il 05/11/2009 a Bolzano (BZ) Teatro: Cristallo

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Voto: Voto del Redattore: Roberto Rinaldi


La recensione di Claudio Finelli

Le nostre scelte, i nostri atteggiamenti, i nostri gusti e le nostre decisioni sono quotidianamente orientati, in maniera più o meno consapevole, da modelli di riferimento ben determinati, la cui azione, al pari di un archetipo paradigmatico che si stagli come un polo magnetico nel quadro astrale della nostra incerta e mortale ventura, ci volge la rotta in un senso piuttosto che nell’altro. I maestri, tali perché distintisi per altezza di virtù o sproporzionata aberrazione, incommensurabile ingegno o inusitata lungimiranza, sono punti di riferimento indelebili, prototipi comportamentali ideali in confronto ai quali è possibile misurare tutte le dinamiche esistenziali e relazionali proprie del corpo sociale in cui viviamo, dal momento che si candidano ad essere immagini forti e ricorrenti, presenti ad un grado superiore nell’inconscio collettivo dell’umanità. La messinscena della giovane regista Carolina Della Salle Casanova, che è anche l’autrice del testo, partendo da riflessioni e speculazioni circa l’universalità e l’esemplarità del ruolo del maestro, intende investigare proprio il rapporto tra immaginario soggettivo, collettività e specificità del segno strutturante, presentando sulla scena un personaggio, Max Stella, che si propone come ultimo e decaduto campione di quella esaltante genìa divina che accoglie in sé tutti i più grandi maestri della cultura occidentale, da Baudelaire a Kerouac, da Joseph Roth a Kurt Cobain, passando per Marylin, Van Gogh e Marco Pantani. La pièce della Casanova inizia, è d’uopo dirlo, alimentando le migliori aspettative, infatti, con nostra grande sorpresa scopriamo che il ruolo del protagonista Max Stella è interpretato nientemeno che da Paolo Rossi, la cui presenza in incognito, benchè ci lasci qualche comprensibile perplessità (perché è in incognito? perché non inserire il suo nome sui manifesti?), ci predispone senza dubbio in modo assai favorevole nei confronti dell’intera operazione. Invece, e qua iniziano le note dolenti, la verve di Paolo Rossi, che sembra esprimersi più in termini di energia pura che di consueta e preferibile vis sulfurea, non riesce a dare alcuna robustezza drammaturgica allo spettacolo, anzi sembra quasi dilatare in sterili gigionerie da istrione l’idea, non originale per intuizione né organica nello svolgimento, da cui si sviluppa l’intera rappresentazione. Gli attori, tutti molto bravi e sostanzialmente affiatati nell’organizzare la propria azione scenica intorno alla vulcanica creatività del comico lombardo, cercano come possono di comunicare il disagio di una generazione, la nostra, ormai orba di veri maestri, ma cozzano, purtroppo, contro la disperante ovvietà di un testo sostanzialmente adolescenziale che abbina un sensibile grado di retorica ad un qualunquistico (malinteso?) tentativo di risolvere i conti aperti dai giovani d’oggi con un passato impegnato e meravigliosamente engagé mercé lo scanzonato ed ebbro funerale di un cialtrone/intellettuale (Max Stella, appunto) la cui emblematica morte (metafora di un’auspicata fine delle ideologie? Metafora di un odioso venir meno delle idee? boh...) si trasforma in un allegro e superficiale cupio dissolvi che lascia nello spettatore attento la radicata sensazione di aver assistito ad una messinscena ambiziosa ed irrisolta, il cui messaggio, offertoci alla stregua di una verità altra e piena d’attrattive, non è affatto originale, così come non sono originali, dalle nostre parti, le congetture prevedibili e banali dei pensatori improvvisati e privi d'umiltà. Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, 31/10/2008
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Voto: Voto del Redattore: Claudio Finelli

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