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BAMBOO BLUES
Bamboo Blues

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LO SPETTACOLO

Autore: Pina Bausch
Regia: Pina Bausch
Genere: teatrodanza
Compagnia/Produzione: Tanztheater Wuppertal
Cast: Pablo Aran Gimeno, Rainer Behr, Damiano Ottavio Bigi, Clémentine Deluy, Silvia Farias Heredia, Nayoung Kim, Eddie Martinez, Thusnelda Mercy, Cristiana Morganti, Jorge Puerta Armenta, Franko Schmidt, Shantala Shivalingappa, Fernando Suels Mendoza, Kenji Takagi, Anna Wehsarg, Tsai-Chin Yu

Descrizione
Bamboo Blues è ispirato dalla cultura indiana, dal caleidoscopio di colori, tessuti, cibi, suoni, abiti, e molto altro ancora che ne costituiscono il fascino più profondo. Lo spettacolo è nato dall’esperienza sul campo della coreografa tedesca che in India ha più volte soggiornato: dal suo primo viaggio nel 1979 fino al quello nel 2006 con la sua Compagnia a Calcutta e nel Kerala
Scheda spettacolo a cura di
Alessandro Samsa

LE RECENSIONI


La recensione di Alessandra Zanchi

Spoleto, teatro Nuovo, “Bamboo Blues” coreografia di Pina Bausch L'INDIA SECONDO PINA BAUSCH Immensi drappi bianchi e setosi si muovono mossi dal vento e una danzatrice in lungo abito rosa e lucidi capelli corvini appare conquistando lo spazio e l’aria con movimenti ondulanti e convulsi, su note ritmate e suadenti. Tra le ultima creazioni di Pina Bausch, Bamboo Blues è arrivato a Spoleto per il Festival dei Due Mondi, ma questa volta senza di lei. È la prima italiana e la prima rappresentazione dopo la recente scomparsa della coreografa. Lo spettacolo è iniziato e sappiamo che il tema è l’India. Sfilano sul palco personaggi o meglio, stereotipi, tutti sorridenti. Donne bellissime sfoggiano capelli lunghi e abiti sgargianti uno diverso dall’altro, mentre gli uomini vestono pantaloni e camicia “all’indiana”. Danzano da soli, in coppia, in gruppo e ci mostrano frammenti di vita, messaggi rapidi, piccole scene e sequenze. Alcune donne passano le fiamme di accendini sotto i piedi di un uomo, alludendo ai fachiri; altre due sventolano un uomo mentre danza; altri si incontrano e scontrano, flirtano oppure litigano secondo i chlices di un amore bollywoodiano. Finchè le fanciulle si radunano sul proscenio con aria un po’ snob e un po’ di sfida simulando di masticare il tradizionale betel. Le sequenze che rimandano alle usanze indiane si moltiplicano via via dentro una scenografia fatta di impalcature di bambù, veli bianchi, proiezioni video con la vegetazione esotica, le danze e le divinità indiane. Una curiosa figura con un tubo blu all’altezza del naso, avanza trasportato da altri due, alludendo al dio-elefante Ganesh. Una donna immerge testa e capelli in un secchio pieno d’acqua e subito pensiamo alla balneazione nel Gange. Altri usano il consueto bastoncino per la pulizia dei denti. Un ballerino con un nebulizzatore propaga vapore come fossimo in una sauna. Poi una danzatrice si abbiglia in scena con il sari. E compare persino una donna con una testa di elefante. Tradizione eppure recente globalizzazione, giacché un ragazzo del call center di Bangalore, munito di telefono e computer a tavolino, risponde agli ordini della pizza, di pronta consegna fino a Brooklyn. Sono ricordi di un vissuto, immagini della memoria che si materializzano in scene di teatro-danza, mai prive di quella tagliente vena ironica e burlesca, tipica della coreografa tedesca. La Baush, che ha visto l’India in più occasioni, dal suo primo viaggio nel 1979 fino al quello nel 2006 con la sua Compagnia a Calcutta e nel Kerala, ha fatto di Bamboo Blues, messo in scena per la prima volta nel 2007 e a New Delhi nel 2008, un mirabile contenitore e un ipnotico mosaico di immagini nel quale si fondono colori, tessuti, cibi, suoni, abiti, profumi. Ma in tutto ciò grande e indiscussa protagonista è la danza. La simbologia ricca di riferimenti, suggestioni e citazioni, passa attraverso la gestualità delicata quanto incisiva della danza indiana (Shantala Shivalingappa ce ne regala un omaggio puntuale), assorbita però e fatta propria con vibrante fisicità dagli elementi del corpo di ballo di Wuppertal. I ballerini ripetono più volte straordinari assoli, che ci trasportano nella magia di un sogno, e coreografie di gruppo dinamiche e fluttuanti. Corse di tre danzatori con il fazzoletto sul volto, che si trascinano a vicenda e non vedono, non sanno dove vanno. Rincorse intorno ad una sedia che serve da slancio a lei per tuffarsi ripetutamente e cadere su di lui. Oppure lei che, sorretta da lui, scaccia con i piedi l’altro. Un tale trasporta sulla schiena una donna rannicchiata e legata dentro il suo vestito, evidentemente contro la sua volontà. Altri uomini ghignano mentre le donne sensualmente ammiccano con loro. E ancora una donna è respinta da un uomo e buttata a terra. Gli abusi e il rapporto conflittuale tra i sessi è, d’altra parte, un classico in Pina Bausch. Vediamo anche un uomo che cerca protezione, o forse qualcos’altro?, sotto il vestito di una donna, e un altro schiacciato a bocca aperta contro il seno di lei. I danzatori-attori della Bausch, si sà, e ci regalano squarci di surreale quotidianità, come l’accattivante e comico monologo dell’italiana Cristiana Morganti: "ho fatto un sogno. Nel sogno volavo e mentre volavo… cucinavo, e volavo volavo e intanto pulivo pulivo…”. Il conflitto individuale e sociale della donna diventa dinamica teatrale di godibilità davvero universale. Il pubblico si sente coinvolto e di fatto lo è perché chiamato più volte ad interagire e a rispondere per esempio alla danzatrice che invita la prima fila ad annusare un lungo nastro profumato di cardamomo. Uno spettacolo che coinvolge tutti i sensi. Parte della critica ha visto in Bamboo Blues un capolavoro, come sempre, nell’esprimere la condizione umana, dove però l'India appare come un raduno di impressioni e archetipi che non possono esaurire la vastità di quella nazione legata alle antiche usanze e in rapida crescita economica. Ma è davvero questo che ci interessa? In realtà la Bausch ci offre un immaginario fantastico dell'India con le sue spezie, le sue danze tribali e le sue musiche etniche e all’avanguardia (molti i brani di musicisti tra tradizione e apertura all’occidente, da Trilok Gurtu con l’italiano Arke Sring Quartett a Suphala, a James Asher and Sivamani, alla Bombay Dub Orchestra). Le immagini sono il risultato del lavoro del Tanztheater di Wuppertal sul posto, dove in occasione delle tourne con altri spteccoli, nasce l’impulso per un nuovo lavoro. Prendono vita così quelle che sono state definite “cartoline dal mondo” ovvero quele piece che negli ultimi vent’anni la Baush ha dedicato a posti diversissimi, dalla Sicilia, in Palermo Palermo del 1989, fino a Nefés del 2003 per il Festival di Istanbul, e Ten Chi e Rough Cut, dell’anno seguente, creati rispettivamente per il Giappone e la Corea. Indubbiamente in questi ultimi lavori si nota un cambiamento di stile, soprattutto un allentamento della morsa rispetto alle graffianti e ciniche composizioni del suo vastissimo repertorio, di cui vale la pena ricordare Blaubart (1977) e i successivi Café Muller (1978), Arien (1979) o Nelken del 1982. Capolavori intessuti di ironia ma dove si prende brutalmente atto di una umanità umiliata e violentata, e dove donne e uomini sono vittime e carnefici a vicenda. In Bamboo Blues si nota una diversa essenzialità e raffinatezza, non c'è nessuna distesa di garofani, di foglie secche, di acqua o di terra sul palco e nessuna folla massiccia e tumultuosa come un tempo. Rabbie, solitudini e giochi di potere in cui tutti possiamo rispecchiarci sono vivi come sempre sulla scena ma ci appaiono meno ossessivi e stemperati nel contesto delle forme esotiche. Tuttavia la natura dell’arte di Pina Baush sta nella sua eccezionale capacità creativa con e attraverso gli artisti del suo teatro, coinvolti e bersagliati di domande, in fase di composizione, per far emergere le loro qualità espressive più nascoste. Un processo lento e delicato da cui prendono vita quelle brevi sequenze e piccole scene che diventano i vocaboli intercambiabili di un linguaggio, individuale e collettivo allo stesso tempo. Vocaboli che si collegano e si intrecciano dando vita alla composizione. Per questo tutto il repertorio della Baush è sempre attuale e rimontabile. L’occasione del viaggio offre mezzi e spazi per nuove ispirazioni (le prove proseguivano poi a Wuppertal prima del debutto nella città ispiratrice) e comunque resta sempre e soprattutto un viaggio interiore. Ci pare di vedere in Bambolo Blues una maggiore serenità e una certa indulgenza e accettazione da parte della coreografa nei confronti dell’animo umano e della vita, forse proprio perché sapeva di perderla. E lo vediamo in quei baci che non sono più un ricatto ma l’occasione di un gioco di coppia con l’ula-op, oppure in quel lusinghiero abbraccio di lei e lui su un improvvisato giaciglio e ancora in quella ballerina che rotola sul suo compagno in un intrigante e originale scambio amoroso. Il cammino dell’amore è accidentato ma è quello che vogliamo in fondo. Bamboo Blues parla di sensualità e di sentimenti umani, di maschile e femminile e di rapporti sociali, senza distinzione tra reale e immaginario; laddove There is a reason critics have a difficult time critiquing her work. la composizione della danza non vuole far pensare alla realtà documentaria di quel luogo bensì far riconoscere in quel luogo gli isolati quanto universali drammi umani. Attraverso i movimenti restituiti al corpo con il fine primario di erogare emozioni sulla scena e non per dimostrare che i danzatori sanno fare cose che gli spettatori non sanno fare, si è assistito all’amore di un coreografo per i suoi artisti e per la danza. Interminabili gli applausi del pubblico entusiasta e commosso insieme ai danzatori per la mancanza della grande coreografa sul palco, eppure così presente nei cuori di tutti e già mito per l’eredità che ha lasciato. In Baboo Blues più che avere visto l’India, abbiamo riconosciuto, attraverso l’India, uomini e donne che assomigliano profondamente a noi. “Si deve trovare un linguaggio - con parole, immagini, movimenti, atmosfere - che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre”. (Pina Bausch) Visto a Spoleto (PG), teatro Nuovo, il 04 luglio 2009 Alessandra Zanchi
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Voto: Voto del Redattore: Alessandra Zanchi


La recensione di Alessandro Samsa

IL TRIBUTO DI SPOLETO A PINA BAUSCH Un'atmosfera surreale. Il clima che si respirava nell'attesissima rappresentazione dell'ultimo lavoro di Pina Bausch al Festival dei due Mondi di Spoleto - che segnava il suo ritorno sulle scene italiane dopo alcuni anni di assenza - è un misto di lutto, incommensurabile dolore per una perdita di tale portata ed al contempo di interesse per lo spettacolo destinato a rappresentare il testamento artistico della grande coreografa tedesca deceduta solo 3 giorni prima del suo debutto spoletino. Per darne conto, al contrario di quanto si fa abitualmente in una recensione, occorre partire dalla fine, cioè a dire dall'interminabile applauso in standing ovation, durato 8 minuti e 45 secondi, tributato dal pubblico. Per due sole volte i danzatori sono usciti sul proscenio a ricevere l'omaggio, lasciando poi il palco vuoto, in un gesto di grande significato simbolico, destinando l'applauso alla grande artista della danza prematuramente scomparsa. La commozione ha a quel punto pervaso il teatro, come succede quando a mancare non è un personaggio pubblico ma una persona di famiglia. Dunque lacrime vere, sentite, molte. Non vuole essere un resoconto di cronaca, bensì il racconto di un evento teatrale. Giacché il teatro è anche questo. Poi lo spettacolo. Bamboo Blues è l'affresco di un'India non scontata, lontana anni luce dagli stereotipi. Un'India concreta, concretissima, attuale più che mai. È l'India di una tradizione che è tradizione solo in quanto viene dal passato. Non è mai un'India del folklore. È l'India del presente, fatta di rapporti contrastanti tra cultura autoctona e occidentalizzazione, tra vecchio e nuovo, tra passato e futuro. È lo scontro tra una cultura delle caste e una cultura della tolleranza da assimilare senza lasciarsi stravolgere. È l'India delle danze, dei riti tradizionali, e quella dei call center e del business. È l'India di un perdurante conflitto di genere (con una donna in via di emancipazione sempre presente nello spettacolo). È l'India di fronte a un bivio di identità, ma che è. Sempre e comunque. Due ore di incanto, in un affabulatorio racconto esistenziale ed interlinguistico, splendidamente reso da una compagnia composta di danzatori superlativi aggregati da un genio del teatro-danza, che ora non c'è più. Ma che ha lasciato un ultimo colpo di pennello fatto di passione, poetica e magia. Grazie Pina. (spettacolo visto il 5/7/2009 al Teatro Nuovo di Spoleto in occasione del 52° Festival dei due Mondi)
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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Samsa

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