ASPETTANDO GODOT
LO SPETTACOLO
Autore: Samuel Bekett Descrizione
Da diversi anni Gianfranco Pedullà, regista e storico del teatro del novecento, col suo Teatro Popolare d’Arte, frequenta il carcere circondariale di Arezzo, dove ha realizzato spettacoli con i detenuti, che si sono sempre distinti per la cura e il disegno drammaturgico, riuscendo a contemperare in profondità il disegno teatrale con la condizione esistenziale di quegli attori particolari. Lo scorso anno con loro ha messo in scena “L’Apocalisse secondo Beckett” uno spettacolo omaggio al grande drammaturgo irlandese dove Pedullà, ha scelto di leggere se è possibile "in positivo" l'aspetto tragicomico dei personaggi e delle situazioni beckettiane, fuori insomma dal canone che ambienta in paesaggi postatomici le sue figurine smarrite e tristi. Una scelta risultata particolarmente vitale. Gianfranco Pedullà ha deciso di dare il medesimo tipo di lettura anche a questa nuova versione di “Aspettando Godot” del Premio Nobel irlandese, in scena al Teatro Dante di Campi Bisenzio (FI)
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione LE RECENSIONILa recensione di Marianna Venturini
Teatro Popolare d'Arte si cimenta con il più famoso testo di Samuel Beckett, Aspettando Godot e allo stesso tempo il Teatro Libero ospita un classico del teatro di tutti i tempi, uno spettacolo che fa riscoprire il piacere e l’obbligo di interrogarsi sul senso della propria ed altrui esistenza. Il testo, infatti, appartiene al genere “teatro dell’assurdo”, che parte dal presupposto che la vita degli esseri umani sia senza senso e senza scopo e che l‘incomunicabilità e la crisi di identità siano la costante nelle relazioni fra le persone. E la regia di Gianfranco Pedullà non scorda questo fattore.
I due protagonisti sono collocati fuori dalla Storia, in un non luogo dal quale affrontano i più disparati argomenti: la religione, la poesia, la fame, l'amore, le malattie, le scarpe che fanno male, il suicidio, la vita e la morte. Intanto aspettano qualcuno, Godot appunto, che non arriverà mai. Nonostante questo proseguono la loro attesa.
Su un telone di rosso illuminato spicca un albero, un salice piangente ormai privo di linfa e i personaggi si muovono sullo spoglio palcoscenico riempiendolo di parole, punti di domanda ed esclamazioni fragorose.
Con lo spettacolo si riscopre il piacere della parola, il senso di ascoltare delle storie e di ascoltarle assieme ad altri, arte un tempo assai familiare alla nostra cultura, ma ormai trascurata se non del tutto dimenticata.
Se solo in sala al Libero facesse meno caldo…
Milano, teatro Libero 14 aprile 2009
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