ANTIGONE
LO SPETTACOLO
Autore: Sofocle
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione LE RECENSIONILa recensione di Renzo Francabandera
Debuttò nel 442 a.C. Antigone ha quasi duemila e cinquecento anni, un dinosauro del palcoscenico verrebbe da dire, se non fosse che ad ogni rappresentazione se ne rinnova l’attualità; che i dilemmi eterni che l’hanno portata tal quale fino a noi, sopravvivendo alla caduta degli dei, non siano poi quelli in cui la nostra società si dimena.
Diritto positivo, diritto imposto ed etica. La capacità del regnante di imporre le leggi, di poter cambiare opinione o di non farlo per timore di risultare “indebolito” davanti alla pubblica opinione, il confronto pubblico uomo-donna e il sottile maschilismo del potere: cosa manca ad Antigone per essere un’opera del nostro tempo? Nulla, e questa versione per il teatro realizzata da Massimo Cacciari, con la direzione di Walter Le Moli la rinnova se possibile e la rinvigorisce di espressività.
La rappresentazione ha debuttato nella scorsa stagione e nasce, dal punto di vista dell’originazione creativa, entro un percorso di spettacoli classici e contemporanei, con traduzioni originali, e un gruppo di 12 attori guidati da cinque diversi direttori, in un progetto della Fondazione del Teatro Stabile di Torino (TST), realizzato in collaborazione con Teatro di Roma e Fondazione Teatro Due di Parma.
Traduzioni realizzate da personaggi del mondo della cultura contemporanea, con questa ‘Antigone’ che ci ritorna in verbo chiaro, essenziale, non traslato in modo pop e ammiccante per teatri di pronta beva, o peggio ancora ritagliato qui e lì per assecondare sensibilità più “contemporanee”. E’ un vino vecchissimo, ma che prende aria con l’incedere della rappresentazione e sviluppa una contemporaneità dai sapori inequivocabili propri nella sua genuinità in purezza:"Ho affrontato la traduzione tenendo sempre presente che la tragedia è un genere con il quale, come ci hanno insegnato tutti i grandi classici della filosofia europea che hanno riscoperto il tragico greco, abbiamo tagliato i ponti".
Antigone è un testo molto dialettico, pluralmente conflittuale nel suo impianto logico e nel suo sotteso concettuale, ma è di ogni evidenza che una rappresentazione in prosa con metafore e linguaggio dei tempi di questo ardimentoso autore di teatro, amico di Pericle, che battè Eschilo alla prima sfida teatrale a soli ventisette anni, rischia comunque, se non congegnata bene nella traduzione, nella regia e nell’interpretazione, di mostrare una certa età.
Invece questa Antigone è proprio contemporanea, lineare come il limpido peplo che veste in scena: lei, voce del popolo e del diritto non scritto ma per così dire etico, e Creonte voce della legge, del potente, esprimono il conflitto fra società e potere, un capolavoro di potenza affidato alla superba interpretazione di Giovanni Battista Storti, che scandisce, quasi mimandole con il viso, le parole del regnante, con le gigantesche mostrine sul petto.
Spettacolo da vedere questo, in scena la settimana scorsa al Teatro Sociale di Brescia e prossimamente ancora in replica in Italia, fino ad arrivare a maggio al Piccolo.
Antigone, figlia dell’incesto, del rapporto fra Edipo e la madre Giocasta: tocca a lei difendere i valori dell’etica di cui è idiosincratica portavoce, lei prova vivente dell’eticamente inaccettabile, che rivendica il diritto di concedere sepoltura al fratello Polinice, colpevole di aver dato l’assalto alla città di Tebe per strappare il trono a Eteocle, fratello di entrambi.
Creonte, nuovo tiranno, dopo la morte di entrambi in battaglia, concede riti funebri al solo Eteocle, lasciando insepolto Polinice, colpevole di aver attentato all’istituzione. La sfida con Antigone la vincerà Creonte e la sorda inflessibilità del diritto, ma a caro prezzo. Un dazio annunciato dall’indovino che arriva in scena a profetizzare il tragico epilogo, cui, nonostante il tardivo ravvedimento, Creonte non potrà sfuggire.
“Queste sono parole tragiche e la parola tragica è una parola che uccide e questo bisogna sentirlo chiaramente dalla scena”, diceva Cacciari della fatica della traduzione. Gliene si deve dare atto. La tragicità si sente chiaramente in una scena semplice, dove gli attori sono ostaggi dell’ombra del destino che si staglia a mo’ di prigione sul muro di pietra.
Gli umani sono piccole Cariatidi, come quelle della loggia dell’Acropoli, di un edificio di pietra e luce, ma anche di ombra, quella appunto della collettività regolata, in cui si scandiscono con lenta e raggelante violenza le parole dello czar, del tiranno, di chi comanda, a trascinare con sé la collettività che non ha il coraggio di opporsi, a segnare il destino degli imbelli.
Brescia, Teatro Sociale, da mercoledì 5 a domenica 9 marzo 2008
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