AMLETO
LO SPETTACOLO
Autore: da William Shakespeare, drammaturgia di Michele Sinisi e Michele Santeramo Descrizione
Amleto si trova in una stanza e vive in completa solitudine la sua storia. I fatti, i personaggi sono caduti davanti ai propri occhi e malgrado il suo volere e i suoi desideri deve confrontarsi con questi e prendere delle decisioni. La tragedia sta nel fatto che deve comunque risolvere la sua storia da solo, deve stare lì a parlare con personaggi che, pur portando sulla scena le dinamiche che noi tutti conosciamo del testo, sono però assenti. Amleto ha nella sua testa il fastidio di tutti. Polonio, Re Claudio, Ofelia, Laerte, la madre Gertrude, l’attore della compagnia girovaga, sono tutti assenti sulle sedie che sole gli fanno compagnia. L’unica compagnia reale sarà il fantasma del padre che in quanto tale lo metterà al corrente di ciò che veramente è successo. La storia è quella che tutti noi conosciamo e il testo scespiriano è smontato e reintrodotto sulla scena attraverso un soliloquio che vuole rendere in modo chiaro lo svolgersi della storia sino alla morte.
Scheda spettacolo a cura di
Eva Loperfido LE RECENSIONILa recensione di Eva Loperfido
"Il principe Amleto ne ha tante nel suo cuore che non starebbero in cinque atti né in tutta la nostra filosofia che regge il cielo e la terra.”
(J.Laforgue, "Amleto ovvero le conseguenze della pietà filiale")
Fiumi di inchiostro sono stati sprecati per secoli sulle velleità artistiche del principe di Danimarca Amleto. La sua memorabile “regia” de “L’assassinio del Gonzago”, nell’altrettanto memorabile atto III, ha solleticato l’immaginazione di numerosi pensatori moderni, ed in particolar modo quella di Jules Laforgue che, nel suo “Amleto ovvero le conseguenze della pietà filiale” del 1887 ha scritto di un principe abbandonato dal desiderio di vendicare l’assassinio paterno e deciso a scappare a Parigi per diventare un vero attore. Per di più la portata eversiva di questo Amleto, istrione assetato di successo, segnò profondamente la produzione teatrale di Carmelo Bene che diede vita sulla scena, a partire del 1965, a diversi principi danesi ben poco shakespeariani, spogliati di qualsiasi ombra di pietà filiale, tutti proiettati invece verso il gioco del teatro.
Anche quello di Michele Sinisi, sebbene non parta per Parigi, è un principe schizofrenico e artistoide, rimasto solo alla fine della sua stessa tragedia che si trova costretto a rimetterla in scena. Costretto dall’urgenza di interrogare, capire, forse giustificare i personaggi della sua storia, dalla smania di orchestrare, dirigere solo ora da sapiente capocomico gli attori di una tragedia che ha già vissuto. Ma in scena non ci sono attori all’infuori del mattatore Amleto, solo sedie pieghevoli e bianche con il nome di ognuno dei personaggi dipinto di rosso scarlatto sullo schienale, pezzi di legno piegati spostati, capovolti da un burattinaio onnisciente. La trama non subisce alcuna variazione, tutto procede come è stato scritto secoli fa, ma questa volta non è Shakespeare a dar vita alla regina, Claudio, Ofelia, Laerte, Orazio, Polonio ma Amleto.
Michele Sinisi, veste i panni di un Amleto disperato, in cui la pazzia e l’arte dell’attore sono indistinguibili, ma interpreta anche ogni personaggio della tragedia tentando di farne dei muti interlocutori del principe.
Bari, Auditorium Valliva, 4 novembre 2007.
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