ALCESTI O LA RECITA DELL’ESILIO
LO SPETTACOLO
Autore: Giovanni Raboni Descrizione
Alcesti o la recita dell'esilio ha tutti i requisiti di un copione teatrale senza averne il difetto principale, l'orizzontalità prosaica. In questa commedia concentrata, che si basa liberamente sulla famosa opera della tragedia greca, quello che risalta è la verticalità della storia che ci viene raccontata. Ma questa verticalità è allusa, non detta esplicitamente. La scena si apre in un teatro di nome e di fatto. Vi sono capitati tre personaggi, un uomo anziano, suo figlio e la moglie del figlio, che è anche un'attrice che un tempo aveva recitato in quel teatro. I tre aspettano l'ordine di imbarcarsi su una nave. Intorno, la città è a ferro e fuoco, la solita dittatura è subentrata alla democrazia, e i miliziani cercano i tre personaggi per liquidarli. Questi personaggi hanno un'unica colpa, di amare la libertà. In attesa di imbarcarsi verso la salvezza, i tre cominciano a disputare tra loro. Specie il padre e il figlio si rinfacciano torti passati, inadempienze, attriti sentimentali e morali. La donna è sconvolta da tanta stupidità. Padre e figlio, invece di solidarizzare, sembrano volersi distruggere. A un tratto il custode del teatro annuncia che sulla nave della salvezza c'è posto solo per due persone. Uno dei tre dovrà sacrificarsi per la vita degli altri due. Questo è il vero nucleo della tragedia. E sarà la donna che alla fine decide di sacrificarsi per i due uomini. Una scelta alta, anzi altissima, che Raboni mantiene su un piano di misteriosa trascendenza."
Scheda spettacolo a cura di
Mario Panelli LE RECENSIONILa recensione di Mario Panelli
Le lacerazioni della storia e la poesia di un implacabile dramma d’amore in Alcesti o La recita dell’esilio di Giovanni Raboni, per la regia di Cesare Lievi. Questo spettacolo presentato nel corso della Rassegna Contemporanei 2004/2005, dal CTB Teatro Stabile di Brescia è un lavoro, che ha tutti i requisiti di un copione teatrale senza averne il difetto principale, l'orizzontalità prosaica. In questa commedia concentrata, che si basa liberamente sulla famosa opera della tragedia greca, quello che risalta è la verticalità della storia che ci viene raccontata. Ma questa verticalità è allusa, non è detta esplicitamente.
Il mito di Alcesti, la donna che muore per amore del marito, affonda le sue radici non in una saga religiosa, ma bensì in un antichissimo motivo folklorico, che ritroviamo in civiltà e in epoche fra loro assai lontane: è il tema del sacrificio per amore, che si svolge secondo alcuni moduli fissi. Arriva la morte a reclamare la vita della propria vittima, ma quest'ultima, con uno scarto nel meraviglioso, che è tipico dell'elemento fiabesco, ottiene di poter continuare a vivere, a patto che qualcuno accetti di morire al posto suo. Inizia così una penosa ricerca, nel corso della quale le persone legate dai vincoli affettivi più intensi, come gli stessi genitori, oscillano senza esporsi al sacrificio, o addirittura rifiutano recisamente: alla fine, è la donna amata ad offrire se stessa al sacrificio, consegnandosi alla morte.
La scena si apre in un teatro di nome e di fatto. Vi sono capitati tre personaggi, un uomo anziano, Simone (Gianfranco Varetto), suo figlio, Stefano (Roberto Trifirò), e la moglie del figlio, Sara (Ester Galazzi), che è anche un'attrice che un tempo aveva recitato in quel teatro. I tre aspettano l'ordine di imbarcarsi su una nave. Intorno, la città è a ferro e fuoco, la solita dittatura è subentrata alla democrazia, e i miliziani cercano i tre personaggi per liquidarli. Questi personaggi hanno un'unica colpa, di amare la libertà. Nell'attesa di imbarcarsi verso la salvezza, i tre cominciano a disputare tra loro. Specie il padre e il figlio si rinfacciano torti passati, inadempienze, attriti sentimentali e morali. La donna è sconvolta da tanta stupidità. Padre e figlio, invece di solidarizzare, sembrano volersi distruggere. Ad un tratto il custode del teatro, interpretato da Francesco Vitale, annuncia che sulla nave della salvezza c'è posto solo per due persone. Uno dei tre dovrà sacrificarsi per la vita degli altri due. Questo è il vero nucleo della tragedia. Sarà la donna che alla fine decide di sacrificarsi per i due uomini. Una scelta alta, anzi altissima, che Raboni mantiene su un piano di misteriosa trascendenza.
Una peculiare triangolazione, che Raboni sfrutta abilmente anche allo scopo di tracciare, in modo nuovo e attento al dato psicologico, l'opposizione fra padre e figlio, quasi geloso, quest'ultimo, della complicità che esiste fra gli altri due. Un'invenzione interessante che accresce il fascino di questo dramma: ultima creazione letteraria nella lunga storia di Alcesti. Una tragedia del sentimento dove riecheggiano le lacerazioni della storia, ma anche e soprattutto le intermittenze del cuore.
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