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ADRIANO IN SIRIA

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LO SPETTACOLO

Autore: giovan battista pergolesi, libretto di pietro metastasio
Regia: ignacio garcia, direttore ottavio dantone
Genere: opera
Compagnia/Produzione: fondazione pergolesi spontini di jesi
Cast: marina comparato, orchestra accademia bizantina

Descrizione
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Scheda spettacolo a cura di
Francesco Rapaccioni

LE RECENSIONI


La recensione di Francesco Rapaccioni

Jesi, teatro Pergolesi, “Adriano in Siria” di Giovan Battista Pergolesi LE ROVINE DELL'AMORE La VII edizione del Festival Pergolesi Spontini si è aperta con “Adriano in Siria” di Giovan Battista Pergolesi, terza delle quattro opere serie da lui composte e andata in scena per la prima volta a Napoli nel 1734, scritta in onore del compleanno della regina Elisabetta Farnese, madre del re Carlo III di Borbone a cui l'opera è dedicata. Pergolesi esalta, attraverso i personaggi, le virtù morali e politiche dell'uomo di governo, Adriano in scena, Carlo nella vita. Ma la storia rimane solo sullo sfondo, poiché la trama è incentrata su vari intrighi amorosi. Per questo la regia di Ignacio Garcìa non mi ha convinto: lo spagnolo incentra tutto sulla denuncia della guerra e dell'imperialismo, argomenti di certo condivisibili ma che poco hanno a che fare con l'”Adriano” e ancor meno la critica alla barbarie si può applicare a quest'opera. Invece la musica è geniale e denota la padronanza di Pergolesi, avendo a disposizione un libretto liricamente perfetto come questo di Pietro Metastasio. All'apertura del sipario un falco svolazza nel teatro, forse a rimandare alla maestà di Adriano oppure alla rapacità dei romani in Siria; la scena è foderata di nero, non si capisce se notturna o fuligginosa; solo pochi elementi a caratterizzare un luogo di antiche rovine doriche. I costumi sono una mescolanza fuori dal tempo, tra romanità, medioevo e contemporaneità, brutti sostanzialmente: Sabina fa pensare a Papagena, Farnaspe all'Anna Oxa del periodo punk, Osroa a un pirata, Emirena con il muso di un orso un testa. Dopo il falco ecco in scena un pesce rosso in una boccia trasparente e un uccello in una gabbia, dei quali ho faticato a comprendere la connessione. Scene e costumi sono di Zulima Memba del Olmo. Soprattutto non convince il ricorrente simbolo del teschio: teschi ammucchiati in vari punti della scena, a momenti grondanti sangue; teschi maneggiati dai cantanti, un po' come Amleto; teschi presentati sul finale, quando tutto è lieto. Boh. Inoltre il regista ha poi troppo calcato la mano su gesti attoriali enfatici. Invece sul versante musicale le cose sono andate benissimo. La partitura è stata resa in modo eccellente dall'Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone, il quale ha mantenuto ritmi serrati per tutto il tempo, con vigore e forza. Eccellente il finale del primo atto, con l'oboe solista e Farnaspe che interpreta in modo perfetto “Lieto così tal volta”. Omogeneo e duttile il cast. Su tutti Marina Comparato, un Adriano elegante nel contegno, altero e nobile, magnifico, perfetto nella vocalità; un ruolo interpretato in modo eccellente. Virtuosa Olga Pasichnyk nel difficile ruolo di Farnaspe, nonostante le difficoltà di dizione nei recitativi. Perfetta Nicole Heaston in Sabina; adeguati Lucia Cirillo (Emirena), Francesca Lombardi (Aquilio) e Carlo Allemano (Osroa). Caloroso il successo di pubblico, che si spera seguirà il programma interessante del Festival, che ha vari momenti di eccellenza musicale in luoghi suggestivi. Visto a Jesi (AN), teatro Pergolesi, il 7 settembre 2007 FRANCESCO RAPACCIONI
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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni

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