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ACIS AND GALATEA

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LO SPETTACOLO

Autore: g. f. haendel
Regia: saburo teshigawara, direttore leonardo g. alacon
Genere: opera
Compagnia/Produzione: fondazione teatro la fenice di venezia
Cast: joelle harvey, pascal charbonneau, grigory soloviov, orchestra del teatro la fenice di venezia

Descrizione
nuovo allestimento in coproduzione con il festival di aix en provence
Scheda spettacolo a cura di
Francesco Rapaccioni

LE RECENSIONI


La recensione di Ilaria Bellini

Tutto è danza

“Acis and Galatea” è un masque, forma di spettacolo tipicamente inglese dove convivono danza, musica, canto e dialoghi, che Händel compose su richiesta del Duca di Chandos per essere rappresentato all’aperto nella residenza estiva di Cannons. Il soggetto è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio; il libretto in inglese trae l’apporto poetico di tre librettisti illustri del tempo (John Gay, Alexander Pope e John Hugues) e narra degli amori fra il pastore Acis e la ninfa Galatea contrastati dal ciclope Polifemo che per gelosia  uccide Acis, poi  risuscitato dall’amore della ninfa e trasformato in ruscello.

Lo spettacolo in scena al Malibran è una coproduzione con il Festival di  Aix en Provence,  dove è stata presentata l’estate scorsa affidata alle voci di giovani cantanti dell’Académie del Festival nella realizzazione sceno-coreografica di Saburo Teshigawara, artista giapponese di cui avevamo recentemente apprezzato alla Fenice il masque per eccellenza “Dido and Aeneas”.
Dell’opera esistono diverse versioni, a Venezia viene proposta quella del 1718 , stilisticamente la più “inglese”, caratterizzata dal fatto che i vari cantanti siano contemporaneamente impegnati come solisti e coristi.
Lo spazio scenico, illuminato da un sapiente gioco di luci, allude con pochi tratti a un contesto bucolico riconoscibile e poetico: un verde tappeto erboso con fasci di giunchi stilizzati (un boschetto zen), uno schermo dove scorrono le immagini delle acque di un ruscello o l’ondeggiare di alberi frondosi. Ai lati della scena sorgono alti parallelepipedi neri, teche mobili in cui sono incastonati i personaggi e che, diversamente orientate e illuminate, mettono in risalto le varie situazioni psicologiche.

Tutto è danza e il fluire di musica e canto si traduce in un movimento coreografico che non conosce sosta e si declina in gesti ondulatori e fluidi fatti di ripiegamenti ed espansioni che  talvolta  esplodono in sussulti contorti che rimandano ai movimenti ciclici della natura e che nel loro armonico divenire costituiscono una rappresentazione credibile delle Metamorfosi di Ovidio.

Galatea, come il nome lascia supporre, è illuminata da una luce che ne esalta il diafano candore ed illumina lo spettacolo di una grazia e di un fremito doloroso davvero commoventi. Se pur rarefatti, Acis ha movimenti più maschili per tradurre l’ardore del sentire amoroso, l’amico pastore Damone trasmette nel suo ondeggiare fremente forza e vitalità, Coridone ha scattanti movimenti da insetto, il “cattivo” Polifemo si oppone agli altri per una presenza più sgraziata che lo rende ridicolo, come quando struscia con trasporto davanti al viso una canna di giunco mosso dal desiderio nei confronti della ninfa flessuosa.
Lo spettacolo, dove convivono in armonia poesia e astrazione, offre immagini particolarmente suggestive, in particolare nella scena della metamorfosi: dalle braccia di Acis, dal busto immobile,  iniziano a scorrere rivoli d’acqua e  gli arti  ondeggiano lentamente come rami al vento bagnando Galatea che cerca con il corpo teso come un arco e la bocca un contatto con l’acqua che accompagna con il suo scorrere infinito e senza tempo l’ultimo canto d’amore.

Nove cantanti si alternano nei cinque ruoli solisti e nelle cinque parti corali dimostrando notevole affiatamento, armonia e sensibilità interpretativa. La malinconica Galatea di Joelle Harvey emana grazia da autentica danzatrice, ma anche la voce agile e cristallina incanta e commuove. Da seguire Pascal Charbonneau, un Acis soave e al tempo stesso di notevole forza espressiva, dalla voce tenorile piena e consistente. Il basso russo Grigory Soloviov è un Polifemo dalla voce sonora e brunita, volutamente rozzo e ridicolo nella tuta di lattex nera, ma lo stile vocale è sorvegliatissimo. Il Damon di Rupert Charlesworth si impone per carisma scenico e un canto sempre a fuoco, ottimo anche il Coridon di Zachary Wilder. Completano il coro dei pastori  la sensibile Magali Arnault Stanczak, il preciso Joseph Barron ed il delicato Christopher Lowrey.

Giovane anche il direttore, il talentuoso Leonardo Garcia Alarcon, che con gesto mobile e sensibile ottiene dall’orchestra della Fenice sonorità piene che mettono in risalto il variegato ventaglio espressivo della partitura.

Un pubblico particolarmente attento ha tributato sentiti applausi dimostrando particolare apprezzamento per l’esecuzione musicale.

Visto il 30.10.11 a venezia (ve) Teatro: malibran

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Voto: Voto del Redattore: Ilaria Bellini

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