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LO SPETTACOLO

Autore: creazione di Rodrigo Garcia
Regia: di Rodrigo Garcia
Genere: teatro sperimentale
Compagnia/Produzione: La Carniceria Teatro
Cast: con Juan Loriente

Scheda spettacolo a cura di
Teatro i

LE RECENSIONI


La recensione di Cristina Loizzo

Un uomo e una valigia. La sua. Apparentemente vuota, con solo un lume. In realtà ricchissima di pensieri, emozioni, frasi udite e proferite. Un uomo qualunque, seduto a parlare davanti al mare, quella distesa di acqua di cui è intenzionato a scoprire il “di dentro”, ricco di molteplici colori, sebbene superficialmente omogeneo. È affascinato dalla pesca, Juan; è, infatti, una metafora dell’esistenza..una lenza dispensa agli uomini la vita e la morte senza alcun criterio preciso, lasciando chi vive nel mare in balia della mano casuale di colui che siede ed aspetta, che giudica a chi togliere o risparmiare la vita. Eppure Juan non è un uomo qualunque; dalle frasi sconnesse si intuisce un dolore profondo che ha voluto dimenticare. Ma non si dimenticano certe cose. Sebbene sembri un puro, quasi un ingenuo, Juan è vittima dell’ironia della lenza, preso anch’egli nella rete dei pesci piccoli di un Altrove lacerato dalla delazione e dalla dittatura. È un desaparecido, scappato da Altrove e rifugiatosi Qui, dove non rischia di incontrare militari con in braccio il fucile che sparano ai passanti, dove non va a comprare all’edicola l’unico Diario diffuso, dove gli occhi della gente che lo circonda non nascondono un che di inquisitorio. Qui l’unica persona che incontra e che decide di incontrare è un pescatore, silenzioso e di cui non conosce nemmeno la nazionalità, ma quotidianamente presente sulla roccia da cui pesca. Ha bisogno di sfogarsi Juan, di raccontare; ha bisogno di «non sentirsi di troppo», è «una statua di pezzi spezzettati», ma vuole farsi conoscere, per non scomparire definitivamente. E il pescatore è il suo diario vivente, cui narra, con sempre maggiore chiarezza man mano che i ricordi si ricompongono nella sua memoria, la sua vita ad Altrove. Il suo lavoro, i suoi colleghi, la sua famiglia, gli sconvolgimenti politici accaduti, tutti parte integrante della sua Storia. Quella di uomo che, adeguandosi al mondo circostante, va continuamente in giro «con un sorriso malmesso e faccia bianca», sebbene candidamente non si renda conto di essere al centro di una rivoluzione. I suoi giorni si ripetono uguali nel tempo, con il suo sorriso malmesso guarda ingenuamente il degradarsi della situazione, quasi non accorgendosi di nulla. Finché una mattina nel Diario di Altrove scorge una foto segnaletica a lui nota; è quella del padre, silenzioso genitore, fisicamente identico a lui. Pensa immediatamente ad un errore, specie perché nella didascalia è inserito il suo nome e non quello del padre; perciò, come tutti i giorni, si reca a lavoro. Qui, però, gli sguardi dei colleghi e dei passanti sono diversi dal solito, identificano in lui il ricercato della foto. Juan scappa e va a casa dei genitori, dove lo attende una dolorosa verità; la foto del padre sul camino non c’è più, la madre lo accoglie silenziosamente e ad occhi bassi, colpevole di aver consegnato alla giustizia quel figlio incapace di reagire alla dittatura, reo di aver avuto paura. Per salvare il marito rivoluzionario, infatti, è stata lei ad aver indicato nel figlio uno dei sovvertitori dell’ordine costituito; del resto «ci si ricorda di popoli che non hanno reagito, non di singoli che non hanno reagito». Nessuno la potrà biasimare; suo figlio è un codardo, punibile, dunque, per questo. La polizia irrompe in casa e prende prigioniero Juan, «goccia d’olio in un mare di gocce d’acqua»; durante la prigionia lui sbriciola i ricordi, non vuole ricordarsi di sé. Eppure tutto gli è restato dentro, compresa la paura, attaccata addosso come una macchia di vino. Cade il regime e Juan scappa da Altrove recandosi Qui, a guardare il mare e a raccontarsi, felice di poter finalmente indossare un solo vestito e una vita..è desaparecido. Un testo forte, emozionale, recitato come fosse una cascata d’acqua, in cui le parole scorrono veloci, strumenti del racconto di una vita in cui ogni frammento è parte integrante dell’intero organismo. Un fluire di parole reso in modo cantilenante, come la musicalità di un accento spagnolo può aiutare a fare, sebbene con il rischio di rendere il tutto una litania del dolore. Ma del resto «il mondo è abile a fare finta di niente. A scorrere senza guardare. Come i titoli di un giornale. Scorri e passi avanti». E forse, questa monotonia del parlato agevola il ricordo delle parole di Juan in profondità, ricordando amaramente come sia facile che l’inchiostro di alcuni racconti si trasformi in sangue. Laboratoriumteatro Via Leopoldo Ruspoli, 87-93 Roma Dal 7 al 9 aprile 2006
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