TEATRI DI VETRO
LO SPETTACOLO
Genere: festival/rassegna Descrizione
http://www.teatridivetro.it/ Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diAlessandro Paesano Alessandro Paesano LA LOCATION
PALLADIUM LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Alessandro Paesano
TEATRI DI VETRO SERATA DI GIOVEDÌ 21 MAGGIO
IL TEMPO LIBERO
Un ragazzo in boxer disteso su dei cuscini. Un uomo sui 40 attraversa la stanza. Buio. Una luce illumina solamente l'uomo che adesso parla al telefono, per effettuare l'operazione vuole un uomo in particolare, uno dei gangster migliori. Non lo ottiene, litiga col suo interlocutore telefonico.
Di nuovo nella stanza col ragazzo in boxer, l'uomo, in maniche di camicia, il vestito stazzonato, conversa col giovane di economia, di emergenza cibo planetaria, delle olimpiadi in Cina. Il giovane, a suo agio in soli boxer, lo ascolta, cerca di fare timidi commenti, ma l'altro è più propenso a parlare che ad ascoltare.
Dai loro discorsi capiamo che sono ad Amsterdam, sono entrambi italiani, il più grande, Adamo, è un cosmologo che studia la materia oscura, l'altro, Federico, un escort (puoi anche chiamarmi marchettaro, gli dice, non mi offendo).
La conversazione sul gangster, capiamo, è un brano di un monologo che Adamo è stato incaricato di scrivere. Doveva fare da consulente scientifico a un drammaturgo, ma quando hanno letto il suo monologo (scritto di getto in seguito a un'arrabbiatura perché il drammaturgo non aveva nemmeno una idea) hanno licenziato il drammaturgo e incaricato lui di scrivere lo spettacolo che racconta la storia di un ricercatore che, per procurarsi i finanziamenti per la sua ricerca, fa il gangster. Il ragazzo in boxer è più curioso del suo lavoro di scienziato, chiede delucidazioni sulla materia oscura, che pur non essendo mai stata direttamente osservata, dovrebbe costituire il 99% della materia totale dell'universo. La conversazione oscilla tra incontri con finanziatori delle ricerche di Adamo (compresi vecchi omosessuali non dichiarati), prestazioni sessuali appena ottenute e disquisizioni tra la politica l'etica e l'estetica. Il ragazzo ascolta, fa qualche timido commento che raramente trova l'approvazione di Adamo poi confessa che dietro uno specchio tiene una macchina fotografica con la quale, quando si trova con qualche cliente col quale è stato bene (e non intendo rivelare se tu sei fra quei clienti oppure no) si scatta una foto che mette poi in un libro. Gli piace pensare che dopo qualche anno qualcuno troverà quel libro e vedendo la sua foto penserà... Ma Federico non finisce la frase.
Il tempo libero è un crocevia di discorsi, di pensieri, di ricerche. Quelle che colpiscono di più non sono quelle colte, e ciniche, di Adamo che, per quanto interessanti e plausibili, fanno di Adamo il classico intellettuale troppo lucido per potersi concedere a un sentimento o a un rapporto umano, qualunque esso sia, quanto alcune caratteristiche insolite del testo. Intanto il connubio tra teatro e scienza che Gian maria Cervo cerca di spingere oltre il timido approccio tematico (anche se sdoppiato nel classico metateatro: Adamo è un ricercatore che scrive suo malgrado uno spettacolo di teatro nel quale un ricercatore per procurarsi i soldi per la sua ricerca si mette a fare il gangster...) cercando di instaurare un parallelismo tra il rapporto che lega la materia oscura a quella visibile con quello che lega l'allestimento di uno spettacolo al suo processo creativo (o le sue implicazioni a diversi livelli interpretativi): come la materia oscura non si vede e, pure, influisce sull'aspetto finale di quella visibile così il processo creativo di uno spettacolo non si vede ma ne determina la riuscita e la fisionomia teatrale.
Oppure le notazioni di costume (o sociologiche ?) che il testo fa, en-passent attraverso i discorsi di Adamo che constata che non avrebbe bisogno di pagare per fare sesso con dei ragazzi giovani come Federico che, dice, rimangono affascinati dalle sue capacità oratorie (credo che molti sono venuti a letto con me per amicizia dice a Federico) ma che, guarda caso, sa concedersi solo tramite una prestazione pagata, così come vuole un certo cliché, che vede il sesso tra uomini opportunistico, episodico, mercenario, mai pienamente vissuto anche su una base affettiva, di rapporto, di relazione.
Alla fine, di Adamo e di Federico la cui figura di Escort viene descritta semplicemente nel suo lato esteriore (anche se è un bello spettacolo vedere Federico Tolardi in boxer ci vuole altro per fare del suo personaggio un escort) quel che convince ed emoziona non sono i discorsi affrontati ma la solitudine che li colpisce entrambi la cui unica mediazione possibile, pare essere il denaro.
Un testo che spiazza e può anche ad arrivare a scandalizzare lo spettatore medio, l'italiano medio, quello che che ha la stessa naïveté di Federico ma che vorrebbe occupare la posizione di potere di Adamo, vera o presunta che sia.
Lo stato di saluto
Un attore solo sul palco, quello improvvisato e difficile di zone urbane adibite a palcoscenico, come i lotti del quartiere Garbatella. Un monologo che parte da una timida presentazione del suo officiante (mi chiamo Valerio Malonri), dei propri tic e nevrosi, e cresce, con un gesto di saluto, una stretta di mano al pubblico (democraticamente elargita a tutti cioè non proprio per tutti ma facciamo finta di sì) o un cenno di saluto, un saluto che diventa una fratellanza universale, sostenuta da un riconoscimento legale del quale Valerio si entusiasma tanto che, sulle note di Guarda che Luna si trasforma da timido performer a entusiasta del saluto e e burocrate della sua istituzionalizzazione democratica, da mettere anche nella carta costituzionale che va riscritta all'uopo. Un proclama rocambolesco e altisonante che trova uno dei suoi momenti più alti quando l'attore-proclamatore chiama una signora del pubblico per farle ripetere un proclama-saluto che ricorda una promessa di matrimonio.
Teatro genuino, diretto, nel quale l'attore performer apparentemente semplice e ingenuo e invece misurato e sollecito nel seguire l'umore del pubblico e nel fare entrare nello spettacolo anche imprevisti fortuiti (come un gatto che, placido, attraversa il palcoscenico indifferente).
Un attore che si apre col suo pubblico e accetta i rischi del contatto, della performance, il pubblico se ne accorge e applaude divertito e riconoscente (merito anche della signora del pubblico che si è dimostrata una spalla perfetta).
Primo amore
In un monologo bellissimo e straziante, la straordinaria Laura Nardi interpreta un uomo che torna al paese natio dal quale manca da tempo.
Ricordi di una storia vissuta a 15 anni affiorano, prima confusi poi sempre più precisi, specialmente quando, fortuitamente, riconosce nel cameriere di un bar un suo compagno di scuola quando erano entrambi quindicenni.
In un racconto mai totalmente lucido l'uomo rivive il primo incontro con lui (chi sei? sei un dio, un dio di 15 anni) il pervadere di un desiderio che scopre dentro di sé, cui ancora non sa dare un nome ma che comprende subito chiaramente e lo accetta senza esitazione. Il desiderio di vederlo, di toccarlo, prima in sogno, poi per davvero, un pomeriggio che li vede sopraffatti dal desiderio al punto da strapparsi i bottoni delle camicie e da prendersi a morsi, letteralmente.
Man mano che il racconto si fa più preciso ed esplicito monta nell'uomo la rabbia, perché l'altro non lo ha riconosciuto, o fa finta, e se ne resta dietro il bancone, ingrassato e schivo. E mentre ricorda i mesi di intensi e appassionati incontri amorosi, l'uomo constata di come sia diversi. Non oggi ma anche allora Perché i genitori dell'altro li sorpresero insieme e il dio di 15 anni lo lasciò solo, scomparve, non si fece più vedere. Il resto è dolore, separazione, partenza dal piccolo paese, ma con la benevolenza dei genitori. Mai pentimento, mai vergogna solo delusione perché il dio di 15 anni non lo cercò mai, perché non ha saputo resistere, difendersi.
La rabbia lo pervade e l'uomo dice che avrebbe fatto meglio a ucciderlo, ad aprirlo, sventrarlo e mangiarlo, solo così una volta, ingerito il suo corpo, quello avrebbe preso il posto del corpo suo, gli occhi del dio rinati come suoi occhi, solo così, una volta rinato in lui, il dio si sarebbe salvato.
Sopraffatto dall'ira, mentre dà sempre più in escandescenza tanto da attirare l'attenzione degli altri avventori del bar, l'uomo ne rompe la vetrina e mentre le forze dell'ordine lo trascinano via il cameriere dal suo punto di vista si fa piccolo piccolo...
Di spettacoli a tematica omosessuale se ne sono visti parecchi ma primo amore li sorpassa tutti per la capacità che ha di cogliere l'eccitazione, il desiderio, la foia, ma anche l'affetto, l'amore, la meraviglia, la gioia e la rabbia che può provare un ragazzo di quindici anni quando si scopre attratto da un suo coetaneo che ai suoi occhi appare un dio, non perché stucchevolmente bello (come vuole tanta letteratura gay) ha anzi le unghie sporche, le gambe storte, né è particolarmente coraggioso o intelligente, ma perché è un ragazzo, un quindicenne come lui.
Senza incentrare il monologo sul sesso (ma senza nemmeno far finta che non ci sia) il monologo di Letizia Russo è quasi una poesia, l'elegia di un sentimento, di una condizione, di uno stato esistenziale, quello del quindicenne. Infatti il primo moto di rabbia che l'uomo ha nei confronti del suo antico amore è proprio quella di essere ingrassato e invecchiato, di non essere rimasto per sempre un dio di 15 anni (fa che io non debba mai vederti trentenne).
Primo amore usa anche metafore inedite come il cannibalismo per esempio quello concreto durante la prima volta (tu sanguini e io ho i denti sporchi di sangue) e quello simbolico quando, consapevole e deluso dalla loro diversità, l'uomo avrebbe voluto mangiarlo per far reincarnare il suo amato in se stesso (solo così avrei potuto salvarti). Il cannibalismo come amore che divora non perché omoerotico ma perché primo amore, assoluto e disperato.
Sorprende nel racconto la totale estraneità dell'uomo, e del quindicenne che fu, dai cliché e dalle categorie classiche messe in ballo nei racconti a tematica: l'uomo non è particolarmente sensibile, né infelice perché ha scoperto un desiderio omoerotico in sé. Se è sopraffatto non è dal ludibrio altrui ma dalla vigliaccheria dell'altro, dalla facilità con cui il dio si è tirato indietro. Perché per essere uguali non basta essere entrambi adolescenti quindicenni, non basta avere lo stesso orientamento sessuale. Il dolore che l'uomo prova nello scoprirsi diverso non è già nell'orientamento sessuale ma nella capacitò di affrontare una presunta diversità e riaffermarla come propria condizione di normalità che lui ha e il suo amato no. perché una volta tanto il vero nemico prima ancora della società è dentro se stessi i primi a non avere coraggio sono proprio i giovani gay che schivano la diversità non per tema del giudizio altrui ma per sottrarsi al giudizi proprio che sanno essere dello stesso parere. Ecco perché ci si dice orgogliosi di essere gay. Perché almeno in chi lo è il pregiudizio omofobico è davvero assente.
Solo una donna poteva scrivere un testo di tale intensità senza lasciarsi distrarre dalla tentazione di farne un resoconto sessual-gastronomico, solo un'attrice poteva entrare così dentro un personaggio e rendere con tale incisività un personaggio maschile, perché mentre di solito gli uomini agiscono le donne sanno.
Primo amore è il più riuscito, il più toccante, il più doloroso testo a tematica omosessuale (maschile) che sia mai stato scritto, un risarcimento morale per tutti i ragazzi che hanno percorso lo stesso itinerario del protagonista della piéce, un modo schietto e diretto per tutti gli altri di capire cosa si prova ad avere 15 anni ed essere innamorato di un ragazzo come te.
Festival QDA (Viterbo)
IL TEMPO LIBERO
Di Gian Maria Cervo
Con Vito Mancusi, Federico Tolardo
Regia di Carlo Fineschi
Valerio Malorni (Roma)
LO STATO DI SALUTO
Di e con Valerio Malorni
Laura Nardi (Roma)
PRIMO AMORE
Di Letizia Russo
Con Laura Nardi
Regia Luigi Saravo
Roma, teatro Palladium, visto il 21 maggio 2009
La recensione di Alessandro Paesano
teatri di vetro
serata del 16 maggio
Pharmakos movimento II Atto Barbaro
"All’epoca in cui compariva in teatro Edipo (V sec. A.C.) esisteva ancora un rituale antichissimo di indubbia derivazione orientale: Il Pharmakos. Ogni anno la comunità ateniese sceglieva uno dei suoi membri marginali, afflitto da deformazioni fisiche o psichiche, e lo metteva al bando, accompagnandolo in processione alle porte della città affinché con lui venisse espulso l’insieme delle contaminazioni presenti nel gruppo sociale” (J.P. Vernant, L’uomo greco). Il Pharmakos deve attirare su di sé tutta la violenza malefica per trasformarla, con la propria morte, in violenza benefica, pace e fecondità. In greco classico la parola che ne deriva, pharmakon, significa al contempo "male" e "rimedio", "veleno" e "antidoto", in una fase arcaica in cui le cose "sacre" contenevano il puro e l'impuro come varietà del medesimo genere. (dal sito Città di Ebla)In un ambiente quadrato, un cubo rivestito di pannelli di plastica trasparente, che isolano l'ambiente dal resto della scena, una giovane donna giace su un lettino di ospedale, la padella appesa sotto il ripiano, dei tubi di gomma che pendono dal soffitto le legano polsi, gomiti, vita, cosce e caviglie. La donna chiama la madre mentre in sottofondo si sente l'audio di un programma che parla di bioetica. Una infermiera entra nella stanza. Poi la donna si libera del lettino, libra nell'aria usando i tubi di gomma sui quali fa leva cambiando posizione, facendo forza sui legacci dei polsi, ora del bacino, ora arrampicandosi a forza di braccia. Poi una forbice cala dall'alto e la donna recide i tubi, uno dopo l'altro. Dai tubi fuoriesce del liquido che la bagna compitamente. La donna, che indossa uno slip color carne e una fascia che le comprime i seni, così bagnata, attraverso la plastica che la separa dalla platea, sembra nuda. La donna inizia a ipotizzare diverse storie ("facciamo che..."), indossa un vestito bianco, interagisce con un pannello di metallo riflettente, usandolo per rimandare la luce che piove dal soffitto in platea. Poi inizia a percuotersi l'inguine, si insanguina, incespica sul lettino, cade a terra. Seduta di spalle uccide qualcosa. Ne mostra i resti (una colomba?), li schiaccia, dà loro fuoco con una sorta di fiamma ossidrica in un rito sempre più angosciante. Alla fine la ritroviamo nella stessa posa con cui l'avevamo trovata entrando in sala, sul lettino. L'infermiera accende la radio, entra con una mascherina nella stanza e si mette a ripulire. Questo, riassunto al massimo, il rito mostrato in questo splendido Pharmakos II secondo di una suite di 5 movimenti diversi nel quale si incrociano esperienze performative e racconti mitici di diversa provenienza. Sacrificio, creazione, nascita, sangue, delirio, morte, il corpo della giovane Valentina Bravetti diventa un crocevia di suggestioni e percorsi tra corpo sacrificale e corpo medico. Un percorso di ricerca che sa dosare bene performance. allestimento e drammaturgia forse troppo sbilanciata nella parte a terra e parca delle circonvoluzioni in aria, appesa ai tubi di gomma che, per chi scrive, costituiscono la parte visivamente più suggestiva di una messa in scena che colpisce e tiene col fiato sospeso senza annoiare mai ma angosciando tanto. Una messa in scena completa perfetta che avviene completamente dentro uno spazio delimitato e inesorabilmente isolato dalla platea (anche gli applausi vengono presi all'interno della struttura scenica). Un allestimento che, una volta visto, è impossibile dimenticare e che lasciano ocn la curiosità e il desiderio di assistere agli altri quattro movimenti. Cabaret Godot Nel cortile di uno dei lotti del quartiere Garbatela di Roma, un palco improvvisato, una scena costituita da una vecchia poltrona di cuoio e una parete di quinta con un frigorifero davanti, una voliera per uccelli, dentro la quale prende posto un musicista (la tastiera di sbieco, una tromba nella parte alta della voliera). Un giovane ragazzo barbuto entra sul palco improvvisato ...per uscirvi subito dopo. L'entrata si ripete varie volte. L'emozione non riesce a farlo parlare. L'emozione gioca lo stesso scherzo al suo partner di scena ma basta un suggerimento del primo al secondo ("signore e signori questa sera...) perché la parola si faccia strada tra i due che, di rimbalzo, iniziano un funambolico gioco di rimando, di rimpiatto, sui suoni e sui significati delle parole. Cabaret Godot ha un riferimento beckettiano che costituisce un sostrato culturale sul quale si stagliano le personalità artistiche del duo che non hanno bisogno di padrini o di riferimenti per emergere in tutta la loro statura artistica. I due performer sono il cantautore pluripremiato Ettore Giuradei (sue sono le canzoni, cantate dentro al frigo, dello spettacolo, la splendida Prendimi in un mazzo di fiorellini, tratto dal suo secondo album, il cui ritornello recita: arrampicarmi su una pianta, gialla e stanca, che mi guarda il pancino) e l'attore Michele Beltrami che alterna la sua ricerc ateatrale con la direzione di laboratori creativi per i bambini. Dalla passione per la scomposizione della parola e della ricerca di un significato ad ogni costo al non-sense che nasce da un candido stupore e dall’inadeguatezza di chi non sa spiegarsi quel che succede Cabaret Godot costituisce un percorso di ricerca teatrale basato sullo studio della parola come testo e come gioco approntando una forma di comunicazione che coinvolge lo spettatore in un gioco teatrale di “comprensione improvvisa”. Ne nasce un cabaret molto preciso, intelligente, colto quasi, senza darlo a vedere. Beltrami e Giuradei allestiscono uno spettacolo-divertissement nel quale indagano sugli usi della parola, da Rodari a Mario Lodi, nella quale l'acrostico (dove FIORE sigifica Forse in ogni rapporto esistono false ipocrisie o reali emozioni) diviene una forma di scomposizione e ricerca di singnificati altri in una in un approccio laico alle parole, dunque al pensiero e quindi alla vita, toccando sempre una aspetto dell'uomo e del suo comportamento, la sua solitudine, la sua difficoltà a resistere in un mondo dove ci si rassegna subito a un vivere conformista. I due attori, che portano lo spettacolo in giro per l'Italia già da un paio di anni, sanno resistere anche al pubblico occasionale, distratto e pieno di bambini vocianti e che non stanno mai fermi, con una disinvoltura e una capacità di adattamento straordinarie tanto che anche il continuo andirivieni dei piccoli in prima fila o le urla strazianti di un bambino che piange in uno dei palazzi del lotto, entrano a far parte dello spettacolo. Cabaret Godot è una felice dimostrazione di quella cultura italiana intelligente, semplice ma non per questo meno profonda, che costituisce un'iniezione di ottimismo, una dose di ossigeno per il cervello, in un periodo sempre più asfittico e oscuro. Assistere a Cabaret Godot vuol dire farsi del bene. Interno Abbado Terzo e conclusivo spettacolo della serata, presentato dalla compagnia Itermini, Interno Abbado si rifà sia alla casa della famiglia Abbado (alcuni ammennicoli della quale sono disseminati sul pavimento nel palcoscenico vuoto) sia all'interno della psiche di Carlo Abbado, diventato sua moglie Rosa, della quale ha preso il posto dopo averla eliminata. Una telefonata della polizia che risponde alla denuncia della scomparsa di Carlo fatta da Rosa dà il via, durante il monologo parossistico, alla scoperta di Rosa di essere in realtà Carlo che ha preso il posto di sua moglie. Un gioco di specchi espresso in un continuo delirio verbale sostenuto con straordinaria bravura da Giandomenico Capaiuolo che, da solo sul palco, sostenuto da timidi, e francamente esornativi, interventi musicali di Lucas Waldem Zanforlini, dà voce e corpo a un personaggio ispirato al Norman Bates di Hitchock. Un percorso ossessivo che Capaiuolo costruisce con l'ausilio di Andrea Barraco, che firma con lui il testo, e da solo la regia. Lo spettacolo, vincitore M'Arte Live per la sezione teatro, si impone più per l'alta performance del suo interprete che per la novità del testo. La storia e le motivazioni di Carlo e Rosa sono infatti quelle classiche della coppia eterodiretta dai ruoli sessuati ben determinati (lei che cucina lui che subisce le sue scelte culinarie, il suo apparire donna sciatta e casalinga, il suo odore di cucina) senza mai entrare in profondità con le realtà descritte, impiegandole per il loro coté grottesco piuttosto che per quello tragico cui, pure, il testo fa allusione senza sviscerare nel delirio dell'uomo fattosi donna le contraddizioni di una società sessista ancora ferma agli anni 50 come quella italiana. Ma forse chiediamo troppo a un monologo che ha il grande pregio di sviluppare l'idea di un personaggio doppio in maniera precisa e riuscita. Tre spettacolo molto di versi che esprimono tutti lo stato di salute confortante della creatività italiana, nonostante un panorama politico e culturale non certo edificante. Teatri di vetro 3 dimostra di saper inserire la sua proposta culturale nel territorio muovendosi tra spettacoli sul palco (al prezzo politico di 5 euro a serata) e quelli nei vari lotti del quartiere Garbatela (a ingresso gratuito) ottenendo senza sforzi l'attenzione e la partecipazione del pubblico che presenzia numeroso un evento che tasta il polso alla parte creativa del Paese. Città di Ebla (Forlì) PHARMAKOS movimento II - Atto barbaro Con Valentina Bravetti e la partecipazione di Elisa Gandini Parole Elisa Gandini Corpo del suono Elicheinfunzione Traiettorie Valentina Bravetti Direzione tecnica Luca Giovagnoli ideazione, luci e regia Claudio Angelini produzione Città di Ebla, Comune di Folrì, teatro Diego Fabbri Beltrami/Giuradei (Brescia) CABARET GODOT Di e con Ettore Giuradei e Michele Beltrami Al pianoforte Marco Giuradei Itermini (Roma) INTERNO ABBADO Di A. Baracco e G. Cupaiuolo Con Giandomenico Cupaiuolo Regia Andrea Baracco Musiche dal vivo Lucas Waldem Zanforlini Disegno Luci Camilla Piccioni Roma, teatro Palladium 16 maggio 2009 teatri di vetro
Serata di domenica 17 maggio 2009
Corpo a Corpo
Mentre gli spettatori prendono posto in sala, sul palco il musicista Marco Giannoni sistema alcuni sensori collegati al pc sul corpo di una danzatrice, a seno nudo, mentre tre figure, due danzatrici e un danzatore, attendono, in posa, in fondo alla scena. Luce diffusa, un telo bianco retroilluminato che copre tutta la parete di fondo e poche altre luci che individuano alcune aree chiare in una luminosità crepuscolare costituiscono la scena.
Il musicista inizia a ottenere suoni dal corpo della danzatrice, trattato come un qualsiasi strumento musicale, suoni tecnologicamente processati che diventano materiale compositivo, sfruttando le sonorità del corpo stesso come il battito del cuore ma anche la capacità del corpo umano di trasmettere vibrazioni sonore, ed emettere suoni se opportunamente percosso e stimolato.
Una composizione musicale dal vivo ma non estemporanea alla quale fa da contraltare la composizione coreografica delle due danzatrici e del danzatore, i quali, influenzati dalla musica si lasciano pervadere dalle sue vibrazioni traducendone la tessitura armonica in movimenti del loro corpo subito tradotti in posture coreografate che diventano via via più complesse e libere. I tre corpi procedono ora all'unisono ora in una ricerca individuale di soluzioni coreografiche all'interazione con la musica. Lo spettatore è lasciato libero di osservare la progressione coreutica oppure l'azione del musicista (chino sulla donna come un violista sul suo strumento o come un vampiro sulla sua preda). C'è qualcosa di osceno in questo corpo bello e desiderabile ignorato come tale e toccato come mero strumento musicale.
All'inizio la connessione donna suonata/danzatori è pervasa da un certo disagio, un impaccio, voluto, a testimoniare l'autenticità di un incontro tra composizione musicale e composizione coreutica, che si scioglie man mano in un passo a due tra macchina musicale e corpo di ballo.
Poi ben presto il musicista libera la donna-strumento e la musica non è più prodotta dal vivo ma riprodotta.
La ballerina-strumento raggiunge i compagni di danza il palco viene illuminato pienamente e continua lo sviluppo coreografico di una ricerca libera e scevra da consuetudini: le danzatrici trovano soluzioni individuali non cercando, come nella prima parte, l'unisono, anzi sviluppando in diverse direzioni le stesse intuizioni iniziali. Sono corpi femminili forti, plastici, che sostengono l'intera coreografia lasciando l'unico danzatore, giovanissimo, vestito con dei pantaloni immacolati che ne legano in parte i movimenti, da parte, in disparte. Ora imbastisce una danza simmetrica con una delle tre danzatrici, mai identica ma sempre diversamente sviluppata, a seconda del corpo diversamente sessuato, ora attende come a inizio spettacolo, ora si cerca, poggiato su una parete, coprendosi con la mano un occhio. E' incredibile come la sua bellezza virile venga regalata all'occhio dello spettatore. Una attesa, una dolcezza, una calma alle quali il danzatore non resiste ma si lascia sensualmente andare fino all'incontro scontro con alcune delle danzatrici. Una partitura coreografica dinamica sempre in cambiamento nella quale il centro di equilibrio è in continuo spossamento, ora su un movimento, ora su un corpo, ora su una tradizione rovesciata (le danzatrici portate da altre danzatrici e non dal danzatore).
La coreografia sorprende per il profluvio di spunti, idee e intuizioni coreografiche ognuna delle quali, da sole, avrebbero potuto costituire una coreografia a sé. Si donano invece in una coreografia unica, legata da uno viluppo senza soluzione di continuità, con un grandioso impiego delle luci (di Umberto Fiore) consumando il corpo delle danzatrici fino al parossismo mentre il corpo angelicato del danzatore non viene mai davvero
stancato. E allo spettatore intrigato da un allestimento che gli chiede sempre di scegliere cosa privilegiare, quale movimento coreografico, quale danzatrice seguire, in uno scambio mai ripetitivo e sempre nuovo.
Loredana Parrella è in stato di grazia creativo e proprio mentre si regala senza remore sa controllare la sua coreografia con una intelligente misura che non impedisce gli eccessi ma li sa contenere con eleganza.
Il pubblico applaude entusiasta facendo uscire le danzatrici e il danzatore più e più volte.
Cie Twain continua a stupire per la precisa e unica fisionomia che la distingue nel mondo della danza contemporanea con una firma personale, inconfondibile e splendida.
MKBèT
Giovanni Magnarelli ha presentato, al suo primo debutto, lo spettacolo MKBèT rilettura per una sola voce recitante della tragedia shakespeariana.
Da solo, indossando solo un paio di slip e due stivali di gomma, con l'ausilio di rari oggetti di scena (una maschera napoletana, un cappello, un fantoccio raffigurante un neonato, due tessuti che fungono ora da mantello ora da vestito di Lady Macbeth) Magnarelli dà una lettura informale ma precisa, disinvolta ma proprio per questo drammatica del racconto shakespeariano con l'ausilio dell'opera omonima di Verdi le cui arie fungono da tappeto sonoro, a tratti monotono e insistente, quando ripetuto a loop, per cellule musicali ripetute, proprio come alcune frasi della tragedia riprese e ripetute dall'attore dubbioso di una intonazione, di una giusta restituzione drammaturgica. Ne deriva una lettura laica, non dogmatica che avvicina invece di allontanare anche un pubblico di profani come quello che popola il lotto 16 (un aggregato di case popolari del quartiere storico di Garbatella a Roma) costituito per metà dagli spettatori della rassegna e per l'altra dagli inquilini del lotto che guardano osservano e capiscono. L'ambientazione da teatro da strada (con due microfoni omnidirezionali a captare la voce dell'attore) conferisce alla tragedia una sottile ironia di fondo che non è mai irrisione ma leggerezza drammaturgica, la mancata pretesa di prendere quel che si recita maledettamente sul serio (come criticava a suo tempo Carmelo Bene l'attorume nerovestito a proposito di Amleto), senza per questo ignorare la serietà del mestiere dell'attore. Un'operazione del genere funziona solamente se l'attore ha le forze per sostenerne il discorso e Magnarelli è maledettamente bravo a restituire il dramma di Macbeth impiegandolo al contempo come il viatico per illustrare la condizione di un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sula scena e dal quale poi non si ode più nulla fino al sipario come recitano le note di regia. Uno dei più autentici Macbeth portati di recente in scena.
Le muse orfane
Presentato sotto forma di studio (uno spazio vuoto, col suolo ausilio di due sedie) contando solo sulla verve recitativa dei suoi quattro interpreti (impeccabili) quello che lascia indifferenti è proprio la scelta del testo di una autore del Quebec (Michel Marc Bouchard) che imbastisce un altro polittico familiare tra lesbiche, figlie ritardate e madri onnipresenti. I soliti corrivi luoghi comuni sulla famiglia borghese in una letteratura teatrale che ormai non sa più dare o dire alcunché di nuovo e che finisce per succhiare energia al teatro che pure con tanto amore e professionalità si ostina a metterla in scena.
Messa in scena precisa, recitazione adeguata ma il testo sa di già visto e mentre banalmente annoia conferma pericolosamente nello spettatore i più triti luoghi comuni su ruoli sessuati dell'uomo e della donna.
Ma esiste anche questo teatro ed è giusto portarlo in scena anche solo a testimoniarne la sempre meno urgente necessità.
Cie Twain (Ladispoli – RM)
CORPO A CORPO
Coreografia/ Regia di Loredana Parrella Musiche originali Marco Giannoni
Allestimento tecnico/ Disegno luci Umberto Fiore Costumi Loredana Parrella
Performance/ Installazione musicale dal vivo Marco Giannoni Interpreti Vittoria Maniglio, Anna Basti, Enza Carrozzino, Yoris Petrillo
Coproduzione OFFicINa di triangolo scaleno teatro
Debutto a TDV3 in forma di studio
Giovanni Magnarelli /Teatro inForme (Roma)
MKBèT
Di e con Giovanni Magnarelli
Reggimento Carri/Roberto Corradino (Bari)
LE MUSE ORFANE
di Michel Marc Bouchard
Con Beatrice Ciampaglia, Roberto Corradino, Tatiana Lepore, Simona Senzacqua
Allestimento Roberto Vorradino /reggimento carri
Coproduzione Festival Castel dei Mondi 2009
Coproduzione OFFicINa di triangolo scaleno teatro.
Debutto a TDV3 in forma di studio.
Roma, Teatro Palladium, 17 maggio 2009
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