I DUE GEMELLI VENEZIANI
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 5
LO SPETTACOLO
Autore: Carlo Goldoni Descrizione
Teatro Quirino Massimo Dapporto interpreta il duplice ruolo di Tonino e Zanetto ne “I due gemelli veneziani” di Carlo Goldoni, diretto da Antonio Calenda. Capolavoro della comicità e della scrittura scenica, il testo offre al protagonista un banco di prova eccezionale, pari a pochi nella storia del teatro. Lo spettacolo – che fa omaggio al genio goldoniano nel trecentesimo della nascita – è la nuova produzione di Noctivagus e del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e ha debuttato al Politeama Rossetti di Trieste in prima nazionale il 16 novembre 2007. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diRoberto Mazzone Roberto Mazzone LA LOCATION
PAISIELLO LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Laura Mancini
Gli equivoci che animano questa commedia sono la formula segreta del suo successo ed il divertimento nasce proprio dal fatto che ognuno dei personaggi parla pensando a qualcosa mentre l’altro ascolta e risponde intendendo tutt’altro.
Massimo Dapporto – Zanetto, col suo fare goffo e impacciato, i modi avventati e poco cerimoniosi, ma, nel risultato finale, personaggio buffo e simpatico, convince e diverte forse un po’ di più del Massimo Dapporto – Tonino che dovrebbe invece conquistare donne e amici grazie alla propria spigliatezza.
Gli interpreti sono tutti bravissimi e indovinata la scelta di ciascuno nel proprio ruolo. Perfetto il Sig. Pancrazio, falso amico di famiglia, che trama alle spalle della bella Rosaura e del suo promesso sposo, plagiandoli vistosamente (e forse per un senso ironico del regista) con un gesto delle mani. Sembra davvero la rappresentazione dell’astuzia e dell’inganno fatta persona, anche grazie alla capacità del suo interprete di giocare con le intonazioni della voce. Brava l’interprete della serva Colombina, che ne sa sempre una in più del diavolo e non sta mai al posto suo. Si “sgola”, stranamente ed eccessivamente l’attrice che veste i panni di Barbara, senza che ce ne sia la necessità (ma mostra comunque disinvoltura e preparazione sul palco).
I personaggi sono tutti mossi dalle loro emozioni mutevoli e a ben pensarci, le donne ed il desiderio di conquistarle sembrano la causa di tanti intrighi, duelli, equivoci, furti, tradimenti d’amicizie e persino tragedie.
Si scherza anche nei momenti che dovrebbero risultare più commoventi, per mantenere lo spirito della commedia sempre leggero ed allegro: non si tratta di un lavoro che fa, per così dire, “piegare in due dal ridere” e il fatto che la messa in scena risulti briosa, dipende in buona parte dalla capacità del protagonista di divertirsi coi personaggi dei due fratelli e caratterizzarli: Dapporto ci riesce in modo eccellente.
Roma, Teatro Quirino, 3 Febbraio 2009
La recensione di Cristina Poggi
Questa è una delle rarissime occasioni in cui uno spettacolo teatrale non potrebbe avere fortuna maggiore: commedia goldoniana brillante e conosciutissima, narrazione ambientata a Verona e messa in scena proprio al Teatro Nuovo, attore protagonista dall’indiscusso talento artistico e amato dal grande pubblico: ci si sente spettatori di un allestimento che pare appena scaturito proprio per noi dalla penna di un genio estinto.
Si aggiunga a questa sensazione di visione privilegiata, l’introduzione di un tocco di dialetto veneto e la musicalissima cadenza tipica di questa terra, una fedele riproduzione di costumi dell’epoca e un pubblico caloroso e verace. Essendo poi alle porte del Carnevale, la presenza in scena delle maschere per antonomasia, Arlecchino, Colombina e Brighella, si contestualizza alla perfezione alla realtà d’oggi e ci sembra di rivedere le nostre strade in festa ai tempi di Goldoni.
Non ci sono coriandoli o stelle filanti, ma è impossibile non ridere di gusto nelle due ore di intrattenimento che vi propone un Massimo Dapporto protagonista-antagonista-comico e spalla, come lo definisce il regista stesso. Ed è proprio così che appare Dapporto, perfettamente a suo agio nel ricoprire ruoli e posizioni così differenti e contrastanti tra loro: che lo si ricordi per il medico di Amico Mio od il malato immaginario di Molière, non smentisce la sua padronanza scenica e si accattiva ripetutamente il plauso in sala.
Ulteriore rarità è il testo, che per muovere al riso non ha bisogno di attingere al linguaggio scurrile o volgare ma si basa sui principi della commedia degli equivoci. Un sano divertimento insomma, dove persino la struttura della trama, periodicamente dipanata dalla voce narrante di turno, è una piacevole manifestazione del teatro d’altri tempi.
Un tuffo nel buon gusto e nell’eleganza di un classico che, in quanto tale, ha sempre qualcosa da dire. Sebbene ripresa dai classici latini, la trama è avvincente e legittimo spunto d’ispirazione che rievoca il successivo Wilde in “The importance of being Earnest”: amori legittimi ed avventurosi, capricciosi, ideali più o meno aderenti ai valori immutabili della buona società e ipocrisie connesse. Il lieto fine è buonista ma non banale, con tanto di evento risolutore del tutto inaspettato per una commedia. Vedere per stupirsi.
Vivace ed armonico il lavoro di squadra di tutti gli attori in scena, sapientemente realizzata con il minimo indispensabile per far da sfondo ad un trama già molto ricca di particolari.
Una chicca irripetibile per gli amanti del pettegolezzo: tra lo scroscio degli applausi finali compare uno striscione “stile lenzuolo da stadio” in platea: “Massimo, posso stringerti la mano?”, recita. Un fantastico Dapporto ringrazia ed invita la folkloristica spettatrice ad andare nei camerini ma lei, se per l’entusiasmo o manie di protagonismo non ci è dato sapere, sale sul palco assieme a Dapporto, a dispetto degli occhi strabuzzanti delle signore impellicciate. E “Massimo” è impeccabile anche in questo imprevisto, meravigliosamente gentile e alla mano. Bravo, anzi, bravissimo.
Verona, Teatro Nuovo, 27 Gennaio 2009
La recensione di Tommaso Dotta
SEMPLICITA' ED EFFICACIA: ECCO I NUOVI GEMELLI DI GOLDONI
La semplicità: è questa la chiave della regia di Antonio Calende nel portare sulla scena una nuova versione de I due gemelli veneziani di Goldoni. Semplici sono le ambientazioni, illuminate a giorno. Semplici i costumi, mai eccessivamente vistosi. E semplice, ma davvero efficace, è l’interpretazione di Massimo Dapporto, a cui non servono né geniali artifici di regia, né funambolici cambi d’abito per poter caratterizzare con efficacia Zanetto e Tonino, i due gemelli dalle personalità così diverse: l’attore si affida solo alla sua mimica espressiva per rendere entrambi i personaggi sempre perfettamente riconoscibili.
Dichiaratamente ispirata ai Menecmi di Plauto (“fonte universale donde tutti gli altri cavaron le loro” scrisse lo stesso Goldoni), I due gemelli veneziani è una commedia degli equivoci fondata sul classico tema del doppio e sulle celebri maschere del teatro italiano (Colombina, Arlecchino, Pantalone e Brighella). Il tema è forse “rancido”, come dichiara l’autore stesso nella prefazione all’opera, ma la sua mano resta fresca ed inconfondibile, tanto nella trattazione dei personaggi (Verona appare come una città colma di uomini opportunisti e donne che mirano ad accasarsi prima possibile, in opposizione alle “sincere colline bergamasche”) quanto in quel finale tragico, così anticonvenzionale per una commedia del tempo. Eppure anche la morte di un personaggio, a cui non si può che affezionarsi durante le due ore di spettacolo, non porta tristezza: tutto il contrario. E' una morte comica. Una simile trovata non potè che accendere le ire della critica contemporanea a Goldini, eppure (ed anche grazie alla classe di Dapporto) il momento è indubbiamente tra i più innovativi e memorabili.
E’ inutile qui elencare la bravura di ogni singolo attore della compagnia, poiché, pur impegnandosi, non se ne trova uno che sfiguri. La commedia è lunga, ma scorre rapida fino al lieto (per quasi tutti) fine.
Applausi e consensi tra il pubblico, e i due volti di Massimo Dapporto (Zanetto, più zotico e “pratico”, e Tonino, virile galantuomo) restano impressi, accompagnando lo spettatore fuori dal teatro, per lo meno fino a casa, se non anche i giorni successivi.
Savona, Teatro Comunale Chiabrera, 07/02/2008
La recensione di Wanda Castelnuovo
Che il “genio comico” abbia rapito Carlo Goldoni (Venezia 1707 - Parigi 1793) appare chiaro fin dalle prime opere come “I due gemelli veneziani” (scritta nel 1747 a Pisa, dove dal 45 al 48 esercita la professione di avvocato, e portata al successo da uno straordinario attore, Pantalone Cesare D’Arbes, che essendo per sua natura dicotomico nel comportamento, tra il raffinato e il sempliciotto, ha suggerito a Goldoni l’idea di utilizzare un solo attore per le due parti) in cui sono ricalcate le strutture tipiche della Commedia dell’Arte con divertenti assurdità della trama intrecciata in modo gustoso e condita da lazzi comici e con la presenza di maschere tradizionali. Ispirata ai ‘Maenechmi’ di Plauto e con tanti emuli in ogni secolo - “rancido argomento”come ricorda Goldoni stesso nella prefazione - la commedia segna il passaggio alla ‘riforma’ con un’analisi più approfondita dei personaggi che diventano sempre più realistici con novità sostanziali come il giocare su somiglianza e diversità dei gemelli. Proveniente dal mondo rurale della Val Brembana, Zanetto - gemello sciocco, vile e codardo - ricorda la rozzezza di Zanni di cui richiama anche il nome. Cittadino e uomo di mondo, Tonino gemello intelligente, arguto, coraggioso, brillante e fedele ai valori della tradizione mercantile veneziana tanto da rappresentare l’ideale del ‘cortesan’ esemplifica quella borghesia così ben ritratta dal commediografo. I due che non si conoscono essendo vissuti l’uno nella Bergamasca e l’altro a Venezia si ritrovano per questioni di cuore a Verona e toccherà a Pancrazio astuto, impostore e disonesto pretendente mettere in atto un progetto criminoso che innesca il finale della commedia. Il regista Antonio Calenda - Direttore del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia dal maggio 1995 - ha deciso di affidare a un attore versatile, maturo, serio, intenso e di spessore come Massimo Dapporto (Milano 1945), figlio del grande Carlo, il compito di interpretare i due gemelli, identici come aspetto fisico, ma agli antipodi come carattere e ci riesce benissimo con una recitazione altamente raffinata. Pur essendo favorevole a interpretazioni fedeli allo spirito del testo, tuttavia un ritmo più serrato avrebbe esaltato maggiormente le qualità del primo attore e della commedia. Il vero filo conduttore è l’Amore nelle più diverse sfumature gioiose e melanconiche che assumono tinte tragicomiche con l’avvelenamento di Zanetto, espediente nuovo in una commedia, ma reso accettabile per l’aura di comicità che non reca nello spettatore “tristezza alcuna” come sostiene lo stesso Goldoni. Intorno ruotano personaggi e ‘maschere pensanti’ che rispettano fedelmente il testo e il momento in fieri della poetica goldoniana. Raffinati i costumi e splendida e rasserenante la scenografia dominata dalla carrozza, simbolo dei viaggi dei gemelli e perchè no del percorso esistenziale.
Milano, Teatro Manzoni, 9 gennaio 2008
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