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IL SERGENTE
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LO SPETTACOLO

Autore: Marco Paolini
Regia: Marco Paolini
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: JOLEFILM
Cast: con Marco Paolini e Marco Austeri direzione tecnica Marco Busetto consolle luci Monia Giannobile consolle audio Roberto Grassi progetto scenico Andrea Violato

Descrizione
Questo spettacolo prende vita e ispirazione dal libro scritto nel 1953 da Mario Rigoni Stern dal titolo Il sergente nella neve (1953), il racconto autobiografico dell’allora sergente Rigoni, impegnato nella sanguinosa campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale. Ambientato nell’inverno 1942-43, affronta uno degli episodi più drammatici nella storia del nostro esercito: la ritirata dei soldati attraverso la taiga russa. Ormai allo sbando e circondati dall’Armata Rossa, i personaggi d
Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LA LOCATION

NUOVO GIOVANNI DA UDINE
v. Trento 4 - Udine (UD)
Tel: 0432 248411
Fax: 0432 248420
Email: info@teatroudine.it; calligaris@teatroudine.it Sito Web: www.teatroudine.it/


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Repliche passate (dal 14/11/2004 al: 14/11/2004)

LE RECENSIONI


La recensione di Mauro Favaro

Il Sergente, se anche questo è un uomo! Marco Paolini è uno dei padri del teatro di narrazione. Ne “Il Sergente” l’attore narra la disastrosa ritirata di Russia che l’esercito italiano dovette affrontare nella seconda Guerra Mondiale. Lo spettacolo è direttamente ispirato a “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern, autobiografico libro che l’allora Sergente Rigoni scrisse durante la Campagna russa nell’inverno che unì il 1942 al 1943. Il racconto è ambientato esattamente in quel periodo. L’attore segue quanto raccontato nel libro, limita le digressioni ed evita paralleli espliciti con l’attualità. Le emozioni annotate da Rigoni si intrecciano con quelle provate nel viaggio che Paolini stesso ha condotto, qualche anno fa, nei luoghi degli scontri, alla ricerca delle “facce da dispersi, degli scemi di guerra e contraddistinto della fatica di trovare un ritorno al senso delle cose”. Lo spettacolo rispetta le linee guida del teatro di narrazione, rese familiari al grande pubblico grazie allo straordinario lavoro sulla catastrofe del Vajont. Se in quell’occasione Paolini si era appoggiato al libro-testimonianza della Merlin, ne “Il Sergente” si misura per la prima volta con un pre-testo di natura squisitamente letteraria. Si rivela felice la scelta di valorizzare il racconto di Rigoni Stern, ponendo sullo sfondo gli elementi documentaristici, cifra principale di alcuni precedenti lavori di denuncia. Lo spettacolo non prevede un intervallo, tuttavia sono ben distinguibili due blocchi narrativi. Nella prima parte dello spettacolo Paolini racconta la vita di trincea, ci porta dentro le piccole “tane” coperte di neve che ospitano i soldati e ci tratteggia i caratteri delle persone che, seppur in un contesto disumanizzante, cercano di mantenere la propria dignità. La seconda parte, un po’ più breve, si snoda sulle tracce di un gruppo di soldati, agli ordini del Sergente Rigoni, smarrito nella gelida taiga russa “estranea e non misurabile”, con in tasca il gentile invito a ripiegare che cela un più tragico ordine di ritirata. All’inizio dello spettacolo viene calata una mappa Euro-Asiatica utile a prendere confidenza con le coordinate geografiche che racchiudono la Campagna di Russia. Un grande telo bianco, un po’ consunto ed ingrigito, copre tutto lo spazio scenico e consente a Paolini di camminare in mezzo alla neve, che in quella situazione non è bianca e pura, bensì grigia e sporca. Il ticchettio di una macchina da scrivere (azionata da un servo di scena che assiste Paolini) che recupera il valore palingenetico della scrittura, anticorpo alla disumanità che aveva consentito a Rigoni di sopravvivere e di difendere i propri appunti durante la lunga guerra. Lo stesso incessante ticchettio meccanico dei tasti si trasforma in colpi d’arma da fuoco quando lo scontro ha luogo ed è accompagnato da rapidi bagliori che si riflettono su tre grandi specchi sospesi alle spalle dell’attore. Una sedia sopra al palco presta il fianco all’incedere della narrazione drammatizzata, ora assecondando la propria funzione, ora divenendo uno zaino talmente pesante “da segar le braccia”. Non debbono quindi stupire alcuni giudizi negativi che hanno accompagnato l’esordio de “Il sergente”. Nelle prime uscite con un nuovo lavoro sembra che il narratore-Paolini misuri la disponibilità del pubblico ad ascoltarlo, assegnando ad esso il preciso ruolo di collaboratore, attivo e vivente, nel processo del “fare teatro”. Lo stesso è accaduto con “Il Sergente”. Ma se è vero il collaboratore più importante di chi narra è inevitabilmente colui che ascolta, è anche vero che proprio in quelle occasioni la necessità di racconto si è tramutata nel racconto vero e proprio, non già per misurare la tenuta di una storia reale, ma per riordinare uno spettacolo che, come afferma Paolini, non è un antidoto a quanto accaduto, bensì esperienza utile alla memoria, per poter addestrare e per poter istruire. Il Sergente (a Mario Rigoni Stern) Montebelluna (TV), Palamazzalovo 11 Gennaio 2006
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Voto: Voto del Redattore: Mauro Favaro

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