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L'ALTRO MAGNIFICO JERRY
L ALTRO MAGNIFICO JERRY

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LO SPETTACOLO

Autore: Massimo De Matteo e Sergio Di Paola
Regia: Peppe Miale
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Le Pecore Nere in collaborazione con Napoli Teatro Festival Italia
Cast: Massimo De Matteo, Michele Danubio, Sergio Di Paola, Salvatore D’Onofrio, Bruno Tramice e con Carmen Annibale, Simona Barattolo, Paquito Catanzaro, Andrea Cioffi, Noemi Coppola, Michelle Cuevas, Silvio De Luca, Viola Forestiero, Lorena Leone, Daniele Mattera, Arturo Scognamiglio. Sonorizzazioni: Luca Urciuolo. Scenografie: Luigi Ferrigno. Coreografie: Lorena Leone. Costumi: Alessandra Gaudioso. Disegno luci: Ettore Nigro. Aiuto regia: Michele Danubio. Assistente regia: Genny Marano. Assistente scenografo: Armando Alovisi.

Descrizione
Nel 2006 un lavoro appassionato di esplorazione sulle “maschere del ‘900” ci aveva portato ad indagare, dopo aver messo in scena uno spettacolo sui fratelli Marx scritto e diretto da Lucio Allocca, sulla figura artistica che lo stesso Groucho aveva indicato come suo successore: Jerry Lewis.Venimmo a conoscenza di una storia incredibile ambientata nella Germania nazista, storia raccontata in un film, “The day the clown cried” diretto ed interpretato dal divo di Hollywood.Il tormento che ne accompagnò la realizzazione ci ispirò l’idea di scrivere un testo teatrale che narrasse le vicende del personaggio e le vicissitudini accadute all’attore nel periodo di lavorazione del film.Provvedemmo a recuperare la sceneggiatura originale del film e la facemmo tradurre, studiammo approfonditamente il percorso umano e artistico di Jerry nonché il contesto storico.Nacque così “L’altro magnifico Jerry”.Il lavoro giunge alla forma definitiva,uno spettacolo che utilizza tutti i linguaggi possibili.
Date repliche a cura di
Alessia Coppola
Scheda spettacolo a cura di
Alessia Coppola

LA LOCATION

MULINO PACIFICO
x - Benevento (BN)
Tel: x


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Stagione precedente o non previste repliche al momento

LE RECENSIONI


La recensione di Antonio Lepre

c'era una volta il picchiatello

Impressionante. Non si cerchi a questo aggettivo una connotazione positiva o negativa. "Jerry" è stato solo impressionante. Al Teatro De Poche la regia di Peppe Miale ha dato vita ad una forma di spettacolo canalizzatore di molte forme artistiche: avanspettacolo, cinema, cabaret. La parola è stata messa in secondo piano. A farla da padrone è stato il corpo: linguaggio proprio, che ha fatto proiettare la dozzina di spettatori dal piccolo spazio del De Poche ai fastosi teatri americani, ai set cinematografici di Parigi prima e Stoccolma poi. Ma andiamo per ordine. Lo spettacolo prevedeva due fasi, una prima "apollinea" una seconda "dionisiaca", e non a torto si prendono a prestito i termini adottati da Nietzsche. Nella prima sala si è svolta una scena corale: sette elementi hanno frullato dinanzi agli spettatori in piedi, con gli elementi che hanno reso celebre la comicità di Lewis. Vale il termine "apollineo" perché questa scena riflette la creatività illusoria dell'arte: in una luce piena si è danzato, cantato, ballato, recitato, tutto però secondo i classici canoni dello "spettacoloso". Lo spazio ristretto della sala non è stato d'impaccio allo svolgersi di questa proiezione di spettacoloso, e i sette ragazzi - che indossavano esclusivamente maglie bianche e pantaloni jeans - hanno fatto immaginare di assistere ad un gran fasto scenico. Tutta la scena di questa prima fase si è svolta in una sala quadrata nera, con orpelli di mani e pellicole in plastica, mentre sul fondo di scena è stato proiettato un filmato dell'artista a cui si intendeva recare omaggio. La seconda fase dello spettacolo ha condotto gli spettatori ad allontanarsi dalla prima sala quadrata e luminosa per scendere in uno spazio sottostante. Si è passati dalla luce alle tenebre, non a caso. Lo spettatore nella seconda fase si è trasformato da "assistente" a "partecipante". E infatti, nel buio più totale, i dodici spettatori hanno occupato la parte centrale della sala, mentre tutto intorno si svolgeva la "caduta di un pagliaccio". Il contrasto tra tragedia e riso si è sviluppato in senso ciclico, modulando dalla polemicità del protagonista alla comicità grossolana, e di seguito dal mercato dell'arte all'idelizzazione dell'essere, sino alla morte del comico, qui inteso come pagliaccio. In questa seconda fase "dionisiaca" lo spettatore ha preso parte ad uno show comico, traversando l'intimo dell'individuo-attore e aderendo alla realzzazione e poi alla messinscena del film. La ricchezza della scena e i più registri hanno dislocato l'attenzione, e prevenuto il possibile impigrirsi del momento teatrale, frequente piaga del teatro moderno. Non è importante sapere ciò di cui tratta la pellicola alla quale il protagonista sta lavorando e alla quale gli spettatori del De Poche stanno assistendo in fase di costruzione. Ma è necessario focalizzare l'attenzione su due procedimenti: il primo sulla realizzazione del gioco scenico di teatro nel cinema, il secondo sull'impronta relistica dell'unione tra maschera e persona. Il primo punto ha dato vita ad un gioco comico alquanto interessante, dal momento che ha permesso allo spettatore di entrare in alcuni meccanismi che non sono di sua pertinenza, dal moento che di uno spettacolo o di una pellicola si consoce esclusivamente il risultato finale, mentre con questo evolversi dello spettacolo lo spettatore si è reso partecipe del prodotto. In secondo luogo il picchiatello è diventato maturo. La scelta del Lewis personaggio permette quella congiuntura in cerchio dei due punti estremi di un segmento: il riso e il tragico. La caduta del pagliaccio è ciò da cui scaturisce il riso, ma in questa sequenza è ciò che dà morte. Il medesimo punto d'insieme ha due lati: l'apollineo e il dionisiaco come si è detto. Noi spettatori siamo caduti con lui. Ci siamo rialzati per ricrollare con lui.

Visto il 28/01/2010 a Napoli (NA) Teatro: Theatre de Poche

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Voto: Voto del Redattore: Antonio Lepre


La recensione di Alessia Coppola

“L’altro magnifico Jerry” si presenta come una ricostruzione della vita artistica di Jerry Lewis, nel periodo in cui il “picchiatello”, così come era definito, non riscuoteva più il successo di un tempo e decide di dedicare anima e corpo alla realizzazione di un film dedicato alla figura di un Clown. Il testo nasce dalla penna e dall’estro di grandi professionisti quali Massimo De Matteo e Sergio Di Paola. La direzione è affidata alla maestria di Peppe Miale che ha restituito il prestigio dovuto ad un grande artista qual è Jerry Lewis ed ha dipinto l’attore nel suo profilo inedito, scoprendo il suo animo malinconico e silenzioso. Per chi non conoscesse il grande e ineguagliabile Jerry (spero siate in pochissimi!!!), egli è stato, e lo è tuttora, un grande attore comico che, attraverso la semplicità e quell’estrema ingenuità che aveva viva sul volto, ha segnato la storia della comicità. Questo progetto teatrale mette a nudo tutta la sua essenza di attore comico (..e che attore!) e di uomo correlato dai sentimenti, dai dubbi e dalle sfumature che lo hanno reso così complesso e unico nel suo genere. Quello che si presenta sulla scena è un testo da cui molti registi e attori dovrebbero prendere spunto: non ha fronzoli inutili, arriva dritto al cuore dello spettatore per la semplicità con cui viene messo in scena, facendo risaltare il genio che era Jerry Lewis e mostrando attenzione anche ai particolari più insignificanti della sua vita, che in realtà celano i lati più interessanti del suo essere. Il testo tratta, tra l’altro, l’aberrante storia della Shoa, in cui i bambini sono i protagonisti, e passa all’analisi sviscerale del Clown, personaggio tanto amato da grandi e piccini. Proprio la figura del Clown, che Jerry decide di fare propria, sta a testimoniare come la vita possa assumere i colori più accesi anche nei momenti più bui: egli deve far divertire i bambini nei campi di concentramento di Auschwitz e, attraverso i suoi giochi e le sue goffaggini, concede loro ancora una speranza per sognare, anche quando li accompagna nel loro ultimo viaggio! Lo spettatore assiste ad uno spettacolo nello spettacolo, ad una favola meravigliosa in cui gli attori hanno un duplice copione da seguire, il cui comune denominatore è di far divertire il pubblico e trasmettere le emozioni così come avrebbe fatto Jerry Lewis. Ognuno degli attori, tra cui emerge la figura di De Matteo che impersona Jerry, è vissuto nel mito e nella pura comicità del grande Lewis; per ognuno di loro Jerry Lewis ha rappresentato qualcosa e le emozioni che egli ha trasmesso nei loro animi, che siano gioia, divertimento, malinconia, tenerezza o ammirazione, li ha condotti, in modo unanime, a custodire un po’ di Jerry dentro di loro. Tutto ciò, traspare con nitidezza per tutta la durata dello spettacolo e, in particolar modo, nella performance di Massimo De Matteo. L’attore, infatti, si è calato perfettamente nel personaggio e, grazie alla versatilità che lo contraddistingue, emula il grande Jerry nel suo lato comico e in quello più malinconico. Esalta gli elementi più nascosti del personaggio che era Lewis, quale frutto dell’accurato studio avvenuto sulla sua persona e sulla sua comicità. Traspare l’onore e la profonda ammirazione che De Matteo nutre nel portare in scena un tale mito e la sua impresa - sarà grazie all’emulazione dell’anello al mignolo, da cui Jerry non si è mai separato, o alle sue goffe espressioni o a quei costumi caratteristici nei modelli e nei colori, su cui Jerry basò la sua immagine - ha avuto il risultato sperato: attirare l’attenzione del pubblico su un attore troppo presto dimenticato! A dare voce e sentimento ai bambini di Auschwitz c’è la piccola Viola Verticilo. Davvero bella la sua esibizione sulla scena, nonostante la tenera età. Il suo personaggio, Mela, risulta complesso da interpretare perché è attraversato da sentimenti opposti quali la gioia e la tristezza: Viola è stata abilissima a dosare i diversi ruoli e non si avverte finzione quando ride o piange; si ascoltano risate a crepapelle e pianti disperati come soltanto la purezza di una bambina può generare! La scena è semplice ed efficace: una coppia di rotaie compone un tratto di binario e alle spalle si presenta un muro dai toni spenti, da cui si aprono porte e realtà ai limiti dell’immaginario. La musica fa da sfondo ad ogni passo del copione, dipingendo la scena con note appassionate o più velate, ricreando le ambientazioni e accompagnando lo spettatore in un lungo viaggio di emozioni. I toni alla fine si smorzano, le luci si spengono e il viaggio finisce ma Jerry Lewis resta nei cuori di ognuno di noi, che sia l’attore brillante di sempre o un malinconico comico vestito da Clown. Infondo, come diceva sempre Jerry, “Non c’è niente di più drammatico di un comico!”. Napoli, Auditorium Teatro Bellini, 05 marzo 2008
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Voto: Voto del Redattore: Alessia Coppola

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