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FURIOSO ORLANDO (BALLATA IN ARIOSTESCHE RIME PER UN CAVALIER NARRANTE)

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LO SPETTACOLO

Autore: Marco Baliani da Ariosto
Regia: Marco Baliani
Genere: poesie e versi
Compagnia/Produzione: Nuovo Teatro
Cast: Stefano Accorsi

Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

MORLACCHI
p.zza Morlacchi 19 - Perugia (PG)
Tel: 075 5730105
Email: ufficiostampa@teatrostabile.umbria.it Sito Web: www.teatrostabile.umbria.it


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LE RECENSIONI


La recensione di Elena Dalmasso

Una ballata tutta da ascoltare

“Dicono che a narrare storie il mondo diventi assai meno terribile, e per tal compito, in questi tempi amari dove a parlare sembra essere solo la realtà, ci siam messi all’opera, con passo volatile e leggero, ma per toccare sostanze alte e un sentire sincero”.
Marco Baliani è un teatrante eclettico: attore e regista, si sposta dal teatro civile alla letteratura con grande facilità e senza sbalzi.


L’ultimo lavoro  da regista lo vede alle prese con Ludovico Ariosto e con il suo capolavoro, l’Orlando Furioso. In scena Stefano Accorsi è narratore e protagonista delle vicende, numerose ed intricate, che si snodano lungo il poema. Sullo sfondo sempre lui, l’Amore, nelle sue sfumature, implicazioni e variazioni.
Ad accompagnare Accorsi in questa leggendaria avventura una delicata e spiritosa Nina Savary - francese ma con una pronuncia molto precisa in italiano, nonostante la difficoltà del testo - figlia d’arte ancora non conosciuta in Italia. Presenza femminile leggera e ironica, Nina Savary è la musicista e rumorista dello spettacolo. “Furioso Orlando” infatti è costruito sul testo, sulla musicalità delle rime, sulle assonanze tra le parole e sul ritmo delle sillabe, ma anche sui rumori e sui trucchi scenici. Sul palco, presenze curiose e silenziose, strane macchine vengono avviate a seconda del momento: sentiamo il suono del mare uscire da un setaccio pieno di pietruzze, il vento venire da un mulinello che sfrega contro della stoffa, il tuono liberarsi da una lastra di metallo scossa con forza.


E così, tra rimandi a Omero, Shakespeare (gli attori, in fondo, non sono fatti della stessa sostanza dei sogni?) e Dante, seguiamo Orlando nella sua disperata corsa dietro all’amata Angelica, che continuamente gli sfugge. Voliamo sull’ippogrifo con Ruggero, ci innervosiamo con Bradamante e ridiamo degli incantesimi della maga Alcina. Un tuffo in una letteratura che, troppo spesso, resta confinata a studi liceali e non più ripresa, riletta, rivissuta. Orlando Furioso è un poema ancora in grado di dirci qualcosa, di farci sorridere, di ricordarci quanto la fantasia possa farci visitare mondi lontani e conoscere eroi e mostri e maghe e cavalieri.


Baliani ha reso con semplicità esemplare, aiutato da due bravi attori, una storia basata sull’amore e sulla gelosia. Una sintesi perfetta di un lungo poema che è una pietra miliare della nostra letteratura. Non disturba che il poema sia smontato e ricostruito, adattato e integrato con versi nuovi o altrui. Anzi, lo rende completo e leggibile per il pubblico del ventunesimo secolo, senza la pretesa di restare in un’aura di poetica nostalgia cinquecentesca. E, “se poi sono riusciti ad incuriosirci”, l’invito a rileggere il testo dell’Ariosto è qualcosa che si accoglie volentieri. Un suggerimento prezioso, molto lontano degli obblighi scolastici.

Visto il 21/03/2012 a Milano (MI) Teatro: Elfo Puccini - sala Shakespeare

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Voto: Voto del Redattore: Elena Dalmasso


La recensione di Alessandro Paesano

L'empasse della contemporaneità

Su una scena spoglia, disseminata di alcuni elementi che crediamo prima decorativi e che poi, durante lo spettacolo, si rivelano dei funzionanti attrezzi da rumorista, in uno spazio ridisegnato continuamente dalle luci espressive di Luca Barbati, si muovono una dama e un cavalier cantanti che, tra versi ariosteschi, e non, ci raccontano alcuni elementi della sterminata, e impossibile da riassumere, trama dell'Orlando Furioso.

Stefano Accorsi è un giovine declamatore che ci  propone quei versi antichi col gusto di oggi, a far lui da contrappunto Nina Savary che commenta, glossa, sottolinea, produce rumori manovrando l'attrezzeria di scena, suona una chitarra, un pianoforte, canta (ci prova anche Accorsi con risultati più modesti).

Furioso Orlando è un esperimento azzardato e fondamentalmente riuscito che sa intrattenere il pubblico, che gli tributa alla fine degli applausi entusiasti, davvero sinceri, anche se siamo alla prima del debutto nazionale.

Applausi meritati per il lavoro di memorizzazione di Accorsi, per lo sforzo di Savary nel recitare in una lingua non sua (è francofona), riuscendo a rendere disinvolto anche il forte accento con cui parla l'italiano. Merito anche per la scenografia evocativa che usa oggetti costruiti sull'immaginario collettivo delle macchine leonardesche andando però ben oltre la loro funzione esornativa. Merito per il gioco tra attore/personaggio, che commenta salace gli aspetti più esplicitamente sessuali del poema, e attrice/personaggio, la quale, novella femminista, tra le altre cose, si chiede, sempre in versi, come mai si spoglino solo le donne e non anche qualche giovinetto. Merito, ancora, per il lavoro di riscrittura dei versi ariosteschi con contaminazioni alte (la Comedia dantesca) e basse (la cultura pop contemporanea).

E proprio qui ci sembra stia anche il limite di questa operazione.

La drammaturgia scalfisce appena la superficie del verso ariostesco senza provare nemmeno a riproporre in qualche modo, sebbene con gli strumenti della cultura (di massa) contemporanea, il portato che quei versi avevano nel 1500 per il pubblico cui si rivolgevano. Baliani si preoccupa più di intrattenere il suo spettatore  che renderlo partecipe dell'operazione culturale che sta per lui imbastendo. In questo, sia chiaro, non c'è alcunché di sbagliato. Però così facendo la drammaturgia invece di fare da tramite tra due mondi altrimenti poco comunicanti, intraprende la strada della rettificazione, livellando come può, assieme alle asperità della lingua di allora, che Ariosto aveva ridisegnato seguendo i precetti linguistici del Bembo, quelle di un immaginario collettivo per noi spettatori di oggi, alieno, non solo quello della cultura di corte della prima metà del cinquecento ma anche quello del mondo cavalleresco che Ariosto usava per fare un discorso altro che a noi rimane del tutto indecifrabile.

Il testo non permette di distinguere le ottave dell'Ariosto (che Baliani ha girovoltato) da quelle scritte ex novo rendendo questa contaminatio troppo intrusiva  che finisce per banalizzare il verso ariostesco.
La declamazione dei versi, che Accorsi proferisce con una recitazione che si attesta sempre su un unico registro declamatorio, poggia molto più sull'assonanza della rima baciata che sulle ferree regole toniche degli endecasillabi in cui sono scritti, dando l'impressione che il verso originale non sia sonoro o cantabile (nel senso di destinato alla declamazione) di per sé.
Il risultato è un intrattenimento efficace che manca però di quel senso della storia, intesa come passato dal quale emerge la contemporaneità, che non sa immaginarsi uno ieri che non sia a sua immagine e somiglianza.

Un limite, questo, che non risiede nell'operazione di Baliani, ma che è proprio una caratteristica del nostro presente, perso in un moderno gioco intertestuale nel quale un verso cinquecentesco e uno slogan pubblicitario hanno lo stesso spessore. Una modernità che cerca in una fraintesa radice comune una continuità storica col passato che viene così reso un eterno presente nel quale solo lo scarto tecnologico (le macchine leonardesche) o lessicale sembra differenziare l'ora dall'allora, nel nome di una metafisica stabilità che garantisca la certezza di un futuro (e di un presente) la cui mancanza non avviene a causa della crisi, morale, politica o economica che sia, ma proprio per la perduta capacità di capire il passato, di interessarci alla storia, di saperli insomma guardare non solo in termini di simile ma anche di dissimile o di irriducibilmente diverso.

E di questa empasse lo spettacolo di Baliani sembra essere proprio la prima vittima.
 

Visto il 16/02/2012 a Roma (RM) Teatro: Ambra Jovinelli

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Paesano

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