IL MISTERO BUFFO DI DARIO FO (PS: NELL'UMILE VERSIONE POP)
LO SPETTACOLO
Autore: Dario Fo Descrizione
Perfetto giullare dei giorni nostri, Paolo Rossi è l’interprete di questo Mistero Buffo - testo che è valso al suo autore, Dario Fo, la massima delle onorificenze possibili: il Premio Nobel per la Letteratura. Mistero Buffo è un monologo la cui peculiarità si svela soprattutto nel linguaggio, reso in un mix che arriva a creare una neo lingua fortemente onomatopeica, il grammelot che richiama i dialetti del nord Italia; una sorta di artificio linguistico utilizzato fin dal Medioevo dai giullari, attori itineranti e compagnie di comici dell'arte che recitavano nelle strade e nelle piazze usando intrecci di lingue e dialetti diversi miste a parole inventate, rafforzandola con una forte mimica e gestualità per arrivare a farsi capire da tutti. Fo, che fin dagli anni Settanta si era dedicato allo studio ed all’approfondimento della storia del Teatro Medievale ricrea a modo suo quel mondo perduto e ne riattualizza la figura del giullare, interprete dei malumori del popolo verso i detentor Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
MORLACCHI LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Roberto Rinaldi
Un Mistero molto pop che Paolo Rossi fa suo
Vita, morte e miracoli di un Cristo ridisceso sulla Terra che assume sembianze di un extracomunitario, con tutto lo sdegno di chi non sono inclini all'accoglienza e alla solidarietà. Non è un “Mistero”, sarà anche “buffo”, sicuramente è “pop”. La triade che compone l'esilarante e riflessivo spettacolo - alla maniera della commedia dell'arte - di Paolo Rossi. Mirabolante parabola capace di mescolare il sacro al profano in un mix esplosivo, confezionato su misura per questo “ragazzaccio” della scena italiana. Abile nel portare sulla scena quello che sembra un teatro di una compagnia di guitti, dove trovano spazio vangeli apocrifi, citazioni medievali, la laude in morte di Cristo, una comicità irriverente, satira che punge la nostra società italiana che il mattatore definisce da “avanspettacolo”, con tutto il rispetto per una forma di intrattenimento un tempo molto in auge in Italia. Ora il decadimento della politica è tale, da farci vergognare per le quotidiane scene a cui siamo costretti a subire. Ma per fortuna ci pensa Paolo a tirarci su di morale. Il suo Mistero buffo è confezionato con garbo e ironia sapientemente dosata. Un crescendo di gag a due: a fargli da spalla un efficace Emanuele Dell'Aquila, musicista in scena, capace di prestare il fianco al comico e regalarci dei momenti di puro divertimento, tra il dileggio e lo scanzonato, che i due si scambiano. Una rivisitazione del tutto personale che porta il nome del celebre Mistero buffo di Dario Fo del lontano 1969, presentato allora come una “giullarata popolare”, e di giullari. Paolo Rossi è un giullare che sa intrattenere la corte dei suoi spettatori (sta girando per il lungo e il largo l'Italia da un anno e mezzo) ,capace ogni sera nell'improvvisare recitando a soggetto, capace com'è di farsi coinvolgere da fatti accaduti estemporanei, situazioni colte al momento, i feedback che arrivano dal pubblico. Nelle sere di spettacolo a Bolzano ha regalato momenti di vero spasso, creando sul momento spassosissimi intrattenimenti dove l'interazione tra lui, il suo compagno in scena e le prime file degli spettatori, rivela una capacità straordinaria di cogliere il “momento” giusto e infilarci la battuta che scatena l'ovazione popolare. Perché è di pop che stiamo parlando. Non è teatro intellettuale, ma alla portata di tutti, e proprio per questo più coinvolgente. Vero. Con inserti toccanti il culto religioso: Gesù, la resurrezione di Lazzaro (che Rossi interpreta mutuando di volta in volta con accenti dialettali), l'ultima cena, la Passione. Il trait d'union tra Fo e Rossi è rappresentata da questa presa di coscienza della necessità di conservare una cultura popolare , come patrimonio storico – culturale del teatro, senza dover rinunciare al gusto della dissacrazione in chiave satirico -grottesca. Fulminanti le battute che Rossi infarcisce nel suo spettacolo, da quella che spiega l'arrivo in gommone sulla spiaggia del Lago di Garda, di un gruppo di clandestini, facendoli dire: “Scusate è Lampedusa?”, o “non tutti i nani vengono per nuocere”, perfido riferimento al presidente del consiglio italiano. “La legge sul legittimo affaticamento” fa tanto pensare ad una delle leggi ad personam. Fino a momenti di toccante commozione, divisa tra ilarità con la scena delle prove a tavolino della Passione di Cristo, tra Rossi, Dell'Aquila e una straordinaria e bravissima Lucia Vasini, stralunata e surreale nell'interpretare un'attrice svampita, salvo poi immedesimarsi in un toccante e sofferto monologo, in quella parte che fu di Franca Rame. Una prova d'attrice senza paragoni. Si esce con la sensazione di aver condiviso qualcosa di sincero, intimo e catartico, paghi delle suggestioni offerte dai tre protagonisti. Un successo buffo e pop. Visto il 16/04/2011 a Bolzano (BZ) Teatro: Comunale La recensione di Marco Catizone
Rossi e lo smembramento del divino Napoli. Il genius loci d’un teatro giullaresco, Mistero buffo, d’eloquio padano e stra-volgare, rivive ad opera d’un folletto nostrano, come Puck shakespiriano, bizzoso spiritello: Paolo Rossi è il comico. L’essenza primigenia, il corpo che s’acquatta, scatta felino, colpisce al cuore con satira puntuta; e lo spettatore è avvinto, infilzato a puntino. Mistero buffo di Dario Fo (p.s.: nell’umile versione pop), è mistero laico e prosaico d’una realtà contemporanea ormai troppo liquida per afferrarne il senso; e se il Maestro Fo agli albori dei Settanta portava in consessi operai, come adunata, il nuovo grammelot, esperanto rivoluzionario, baldanzoso e popolare, in scia delle antiche giullarate medievali, il suo epigono moderno e sincopato, ne riaggiorna il canovaccio, senza perdersi d’animo, picaro e cantore d’un Italia in disfacimento pop (almeno non si dica che ci manchi il ritmo). Il Teatro Bellini di Napoli ospita il Paolo-Rossi-pensiero, e mai foyer fu più stipato: il Mistero buffo è rivisitazione carnascialesca di saltimbanchi irriverenti, reinterpretazione vulgare di fascinazioni pagane e misteri cripto-cristiani, apocrife scritture di vangeli in cui Jesus appare stregonesco, fonte di miracoli, così lontano dall’iconografia dogmatica dell’ecclesia ufficiale. E al suono di chitarra dell’ottimo Emanuele Dell’Aquila (son vent’anni e più che accompagna il folletto di Monfalcone) il menestrello ipnotizza platea, inforca pastorale e pennello e dipinge la mediatica caduta di Papa Ratzinger (era il 25 dicembre di qualche anno orsono), quando una “matta”scompigliò le carte e giù Papa e cardinali come domino a contrario; e come tacere di “Gigetto”, alias Berlusconi, che «i miracoli li promette e non li fa»? Un carrozzone di folli troppo veri per non far paura, barnum di grottesche maschere d’italica fattura, mamuthones indiavolati a ballare sul cassero d’una Penisola floscia, che ormai affonda: il tutto condito con verve e mitologia pop (di più, plebea) di umili che si fan beffe dei potenti, di ribalderie impunite, di femmine quatrane, di ultime cene apostoliche trasformate in spettacolari giravolte prospettiche; di un Gesù troppo umano per non amarlo, che sbaglia miracoli, Lazzari mezzi risorti, cimiteri sfavillanti, moltiplicazioni che si sottraggono. Signori e signori, l’incipit, l’aleph: così nasce il guitto, il giullare di Dio, dallo smembramento del divino, corpo e sangue che si mischiano alla terra, rigenerando l’uomo nel riso degli umili, degli ultimi. Perché son sempre gli ultimi a patire la croce, e se allora, sul Golgota, risplendette il simbolo ultimo della pietas verso gli uomini, il Jesus morente ed ascendente al cielo, in quest’Italia unita e sfatta, s’immola crocifisso il corpo dell’Immigrato, l’ultimo derelitto, il simbolo più estremo. E anche oggi ai piedi del martirio, si strappa le vesti una Madonna dal volto terreo, grembo sgravato eppure avvolgente (una straordinaria Lucia Vasini nel ruolo che fu di Franca Rame), a significare che la Madre è terra di speranza per chi non ha più forza, ma soltanto fede. Laica o misterica, purché sia sincera. Spettacolo di rara intensità, un Paolo Rossi che giganteggia senza risparmio. Applausi, chapeau!
Visto il 05/04/2011 a Napoli (NA) Teatro: Bellini La recensione di Annalisa Ciuffetelli
Il mistero buffo di Paolo Rossi
Teatro pieno e in visibilio per l'unica data abruzzese dello spettacolo di Paolo Rossi. Le 2 ore e mezza di spettacolo sono passate in un soffio, tanto che al termine dello spettacolo non ci credevo che avevo riso ininterrottamente per tanto tempo. Eppure è stato così. Visto il 15/02/2011 a Avezzano (AQ) Teatro: Teatro dei Marsi La recensione di Wanda Castelnuovo
IL MISTERO BUFFO DI DARIO FO
Quando nel 1969 Dario Fo rappresentò per la prima volta il Mistero Buffo (oltre cinquemila da allora gli allestimenti in tutto il mondo), pochi ebbero coscienza di trovarsi in presenza di uno dei capolavori del Teatro Italiano di ogni epoca e di un lavoro ‘colto’ che riscopriva e riproponeva mischiandoli il ‘teatro popolare’ (quello dei giullari che dava voce alla rabbia e alla protesta dei poveri) e quello dei ‘Misteri’, sacre rappresentazioni con forte valenza didascalica. Visto il 04/05/2010 a Milano (MI) Teatro: Piccolo Teatro - Teatro Strehler La recensione di Giulia Clai
Paolo Rossi, giullare dei giorni nostri, reinventa “Il Mistero Buffo”, testo che Dario Fo presentò per la prima volta nel 1969. Dal maestro, cui lo lega una personale amicizia, è riconosciuto come l’unico in grado di rinnovare il suo capolavoro conservando la carica dissacrante di irriverenza con cui nacque. “Il Mistero Buffo” è un monologo che si svela nella peculiarità di una vera e propria lingua, creata ex novo, fortemente onomatopeica, il grammelot, un mix nel quale riecheggiano vagamente le sonorità dialettali del Nord Italia. Un artificio linguistico utilizzato fin dal Medioevo dai giullari. In “Mistero Buffo”, Dario Fo riattualizzò la figura del giullare, interprete dei malumori del popolo verso il potere e rilesse in chiave buffonesca i misteri religiosi, rovesciando il punto di vista di chi ascolta e denunciando le mistificazioni di avvenimenti storici e letterari.
“Il Mistero Buffo di Dario Fo, nell’umile versione Pop” sottolinea già nel titolo come all’opera del famoso “Giullare”, Rossi affianchi parte del suo repertorio. La narrazione viaggia ora su due percorsi paralleli: i racconti di Fo e quelli, inediti, di Rossi. La prospettiva del racconto è sempre quella della povera gente, “gli unici protagonisti veri del buono e del cattivo tempo della nostra società di ieri e di oggi”, afferma Rossi. E ancora: “In tempi come quelli che stiamo vivendo, il teatro diventa una forma di resistenza. Perciò nella stagione che sta per cominciare non solo mi misurerò col Mistero buffo di Dario Fo; ma farò anche di tutto per farlo uscire dai circuiti tradizionali. Portandolo negli asili, nelle fabbriche, nelle carceri... ovunque ci sia la gente vera.” E’ una riflessione sul lavoro dell’attore, sul rapporto con il pubblico: le contingenze economiche cambiano gli stili teatrali, ormai il teatro è uno dei tanti luoghi dove recitare. Ritorna però lo sghignazzo del giullare, quella sotterranea coscienza civile che si rigenera nel riso liberatorio e nell’irriverenza del comico. “Il Mistero Buffo” di Rossi recupera le radici profonde del teatro popolare, le storie e i canovacci. A questi aspetti vanno aggiunti gli stimoli delle epoche più creative. Paolo Rossi è uno che di senso dell'umorismo ne ha tanto e ritiene che il teatro, la cultura, debbano scendere un po' più per strada. E’ importante reagire all'ingiustizia, all'arroganza. Rossi ripropone questo capolavoro offrendone una rivisitazione e un'attualizzazione. A ben guardare, a distanza di trent’anni le cose non sono cambiate poi tanto. E questo è uno spettacolo in fieri, secondo gli insegnamenti di Dario Fo: nessun rispetto per l’autore. Non è un passaggio di testimone, le affabulazioni sono adattate all’attore stesso e alla società. Anche il linguaggio viene rivisitato in un grammelot con influenze diverse: quello di Rossi è un mix di milanese, emiliano e triestino. “Questo mio Mistero Buffo – racconta Paolo Rossi - non è mio, ma a tutti ormai appartiene, è un viaggio , questo spettacolo è a disposizione di chi ancora sogna, lotta e ha voglia di cambiare.”
Visto il 24/03/2010 a Bologna (BO) Teatro: Delle Celebrazioni SOCIAL & C.SEGNALIAMO
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