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IL MISTERO BUFFO DI DARIO FO (PS: NELL'UMILE VERSIONE POP)
Il Mistero Buffo di Dario Fo (PS: nell umile versione pop)

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LO SPETTACOLO

Autore: Dario Fo
Regia: Carolina de la Calle Casanova
Genere: comico
Compagnia/Produzione: La Corte Ospitale – Compagnia del Teatro Popolare
Cast: Paolo Rossi

Descrizione
Perfetto giullare dei giorni nostri, Paolo Rossi è l’interprete di questo Mistero Buffo - testo che è valso al suo autore, Dario Fo, la massima delle onorificenze possibili: il Premio Nobel per la Letteratura.

Mistero Buffo è un monologo la cui peculiarità si svela soprattutto nel linguaggio, reso in un mix che arriva a creare una neo lingua fortemente onomatopeica, il grammelot che richiama i dialetti del nord Italia; una sorta di artificio linguistico utilizzato fin dal Medioevo dai giullari, attori itineranti e compagnie di comici dell'arte che recitavano nelle strade e nelle piazze usando intrecci di lingue e dialetti diversi miste a parole inventate, rafforzandola con una forte mimica e gestualità per arrivare a farsi capire da tutti. Fo, che fin dagli anni Settanta si era dedicato allo studio ed all’approfondimento della storia del Teatro Medievale ricrea a modo suo quel mondo perduto e ne riattualizza la figura del giullare, interprete dei malumori del popolo verso i detentor
Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LA LOCATION

MORLACCHI
p.zza Morlacchi 19 - Perugia (PG)
Tel: 075 5730105
Email: ufficiostampa@teatrostabile.umbria.it Sito Web: www.teatrostabile.umbria.it


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Stagione precedente o non previste repliche al momento

LE RECENSIONI


La recensione di Roberto Rinaldi

Un Mistero molto pop che Paolo Rossi fa suo

Vita, morte e miracoli di un Cristo ridisceso sulla Terra che assume sembianze di un extracomunitario, con tutto lo sdegno di chi  non sono  inclini all'accoglienza e alla solidarietà. Non è un “Mistero”, sarà anche “buffo”, sicuramente è  “pop”. La triade che compone l'esilarante e riflessivo spettacolo - alla maniera della commedia dell'arte -  di Paolo Rossi. Mirabolante parabola  capace di mescolare  il sacro al profano in un mix esplosivo, confezionato su misura per questo “ragazzaccio” della scena italiana. Abile nel portare sulla scena quello che sembra un teatro  di una compagnia di guitti, dove trovano spazio vangeli apocrifi, citazioni medievali, la laude in morte di Cristo, una comicità irriverente, satira che punge la nostra società italiana che il mattatore definisce da “avanspettacolo”,  con tutto il rispetto per una forma di intrattenimento un tempo molto in auge in Italia. Ora il decadimento della politica è tale, da farci vergognare per le quotidiane scene a cui siamo costretti a subire. Ma per fortuna ci pensa Paolo a tirarci su di morale. Il suo Mistero buffo è confezionato con garbo e ironia sapientemente dosata. Un crescendo di gag a due: a fargli da spalla un efficace Emanuele Dell'Aquila, musicista in scena, capace di prestare il fianco al comico e regalarci dei momenti di puro divertimento, tra il dileggio e lo scanzonato, che i due si scambiano. Una rivisitazione del tutto personale che porta il nome del celebre Mistero buffo di Dario Fo  del lontano 1969, presentato allora come una “giullarata popolare”, e di giullari. Paolo Rossi è un giullare che sa intrattenere la corte dei suoi spettatori (sta girando per il lungo e il largo l'Italia da un anno e mezzo) ,capace ogni sera nell'improvvisare recitando a soggetto, capace com'è di farsi coinvolgere da fatti accaduti estemporanei, situazioni colte al momento, i feedback che arrivano dal pubblico. Nelle sere di spettacolo a Bolzano  ha regalato momenti di vero spasso, creando sul momento spassosissimi intrattenimenti dove l'interazione tra lui, il suo compagno in scena e le prime file degli spettatori, rivela una capacità straordinaria di cogliere il “momento” giusto e infilarci la battuta che scatena l'ovazione popolare. Perché è di pop che stiamo parlando. Non è teatro intellettuale, ma alla portata di tutti, e proprio per questo più coinvolgente. Vero. Con inserti toccanti il culto religioso: Gesù, la resurrezione di Lazzaro (che Rossi interpreta mutuando di volta in volta con accenti dialettali), l'ultima cena, la Passione. Il trait d'union tra Fo e Rossi è rappresentata da questa presa di coscienza della necessità di conservare una cultura popolare , come patrimonio storico – culturale del teatro, senza dover rinunciare al gusto della dissacrazione in chiave satirico -grottesca. Fulminanti le battute che Rossi infarcisce nel suo spettacolo, da quella che spiega l'arrivo in gommone sulla spiaggia del Lago di Garda, di un gruppo di clandestini, facendoli dire: “Scusate è Lampedusa?”, o “non tutti i nani vengono per nuocere”, perfido riferimento al presidente del consiglio italiano. “La legge sul legittimo affaticamento” fa tanto pensare ad una delle leggi ad personam. Fino a momenti di toccante commozione, divisa tra ilarità con la scena delle prove a tavolino della Passione di Cristo, tra Rossi, Dell'Aquila e una straordinaria e bravissima Lucia Vasini, stralunata e surreale nell'interpretare un'attrice svampita, salvo poi immedesimarsi in un toccante e sofferto monologo, in quella parte che fu di Franca Rame. Una prova d'attrice senza paragoni. Si esce con la sensazione di aver condiviso qualcosa di sincero, intimo e catartico, paghi delle suggestioni offerte dai tre protagonisti.  Un successo buffo e pop.
 

Visto il 16/04/2011 a Bolzano (BZ) Teatro: Comunale

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Voto: Voto del Redattore: Roberto Rinaldi


La recensione di Marco Catizone

Rossi e lo smembramento del divino

Napoli. Il genius loci d’un teatro giullaresco, Mistero buffo, d’eloquio padano e stra-volgare, rivive ad opera d’un folletto nostrano, come Puck shakespiriano, bizzoso spiritello: Paolo Rossi è il comico. L’essenza primigenia, il corpo che s’acquatta, scatta felino, colpisce al cuore con satira puntuta; e lo spettatore è avvinto, infilzato a puntino. Mistero buffo di Dario Fo (p.s.: nell’umile versione pop), è mistero laico e prosaico d’una realtà contemporanea ormai troppo liquida per afferrarne il senso; e se il Maestro Fo agli albori dei Settanta portava in consessi operai, come adunata, il nuovo grammelot, esperanto rivoluzionario, baldanzoso e popolare, in scia delle antiche giullarate medievali, il suo epigono moderno e sincopato, ne riaggiorna il canovaccio, senza perdersi d’animo, picaro e cantore d’un Italia in disfacimento pop (almeno non si dica che ci  manchi il ritmo).

Il Teatro Bellini di Napoli ospita il Paolo-Rossi-pensiero, e mai foyer fu più stipato: il Mistero buffo è rivisitazione carnascialesca di saltimbanchi irriverenti, reinterpretazione vulgare di fascinazioni pagane e misteri cripto-cristiani, apocrife scritture di vangeli in cui Jesus appare stregonesco, fonte di miracoli, così lontano dall’iconografia dogmatica dell’ecclesia ufficiale. E al suono di chitarra dell’ottimo Emanuele Dell’Aquila (son vent’anni e più che accompagna il folletto di Monfalcone) il menestrello ipnotizza platea, inforca pastorale e pennello e dipinge la mediatica caduta di Papa Ratzinger (era il 25 dicembre di qualche anno orsono), quando una “matta”scompigliò le carte e giù Papa e cardinali come domino a contrario; e come tacere di “Gigetto”, alias Berlusconi, che «i miracoli li promette e non li fa»? Un carrozzone di folli troppo veri per non far paura, barnum di grottesche maschere d’italica fattura, mamuthones indiavolati a ballare sul cassero d’una Penisola floscia, che ormai affonda: il tutto condito con verve e mitologia pop (di più, plebea) di umili che si fan beffe dei potenti, di ribalderie impunite, di femmine quatrane, di ultime cene apostoliche trasformate in spettacolari giravolte prospettiche; di un Gesù troppo umano per non amarlo, che sbaglia miracoli, Lazzari mezzi risorti, cimiteri sfavillanti, moltiplicazioni che si sottraggono.  Signori e signori, l’incipit, l’aleph: così nasce il guitto, il giullare di Dio, dallo smembramento del divino, corpo e sangue che si mischiano alla terra, rigenerando l’uomo nel riso degli umili, degli ultimi.

Perché son sempre gli ultimi a patire la croce, e  se allora, sul Golgota, risplendette il simbolo ultimo della pietas verso gli uomini, il Jesus morente ed ascendente al cielo, in quest’Italia unita e sfatta, s’immola crocifisso il corpo dell’Immigrato, l’ultimo derelitto, il simbolo più estremo. E anche oggi ai piedi del martirio, si strappa le vesti una Madonna dal volto terreo, grembo sgravato eppure avvolgente (una straordinaria Lucia Vasini nel ruolo che fu di Franca Rame), a significare che la Madre è terra di speranza per chi non ha più forza, ma soltanto fede. Laica o misterica, purché sia sincera. Spettacolo di rara intensità, un Paolo Rossi che giganteggia senza risparmio. Applausi, chapeau!

 

Visto il 05/04/2011 a Napoli (NA) Teatro: Bellini

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Voto: Voto del Redattore: Marco Catizone


La recensione di Annalisa Ciuffetelli

Il mistero buffo di Paolo Rossi

Teatro pieno e in visibilio per l'unica data abruzzese dello spettacolo di Paolo Rossi. Le 2 ore e mezza di spettacolo sono passate in un soffio, tanto che al termine dello spettacolo non ci credevo che avevo riso ininterrottamente per tanto tempo. Eppure è stato così. 
Paolo Rossi è un grande. Artisticamente parlando è un attore meraviglioso, indipendentemente dalle opinioni che sostiene e dalla satira che fa, eviscerando concetti, facendo ironia e smontando pezzetto a pezzetto i fatti con lo scopo tanto di far divertire (facendoci guardare noi stessi), quanto di far aprire gli occhi alla gente. Accompagnato alla chitarra elettrica da Emanuele Dall'Aquila, ha passato in rassegna il teatro moderno degli albori, cioè la commedia dell'arte, toccando la Bibbia, esempi celebri o meno di clandestini e condito il tutto con gli ultimi eventi (e scandali) politici, economici e culturali dell'Italia odierna. Lo scopo era quello di rispondere alla domanda: ma se tornasse adesso Gesù in Italia, come reagirebbe? Ma l'altro tema affrontato era quello diametralmente opposto: come reagiamo noi quando leggiamo la Bibbia? Si tratta di tanti temi forti (della vita pratica quotidiana, più che argomenti filosofici attinenti alla religione o alla politica), ma che il giullare-Rossi ha fatto passare con leggerezza... e forse ha lasciato a qualcuno il buonsenso di rifletterci sopra. D’altronde, come ha spesso dichiarato Paolo Rossi recentemente, la cultura serve per difendersi.
Mistero Buffo è una performance di solito attribuita a Dario Fo, amico di Paolo Rossi. Ma vedere questo spettacolo significa assistere a qualcosa di nuovo; ecco perchè tra parentesi nel titolo c'è scritto P.S. nell'umile versione pop. Certamente c'è il ben noto linguaggio grammelot, sopratutto nel primo tempo dello spettacolo, e c'è pure la nascita del giullare e il racconto della resurrezione di Lazzaro. Ma rivisitati da Paolo Rossi acquistano un sapore particolare. E non solo perchè l'attore triestino ha dichiaratamente sostituito il grammelot varesotto-inglese di Dario Fo con una sua variante piuttosto composita in triestino-pugliese-inglese, ma anche per il valore satirico sociale contemporaneo che Paolo Rossi, com'è nel suo stile, gli ha aggiunto, tra finti invalidi, scandali politici e riattualizzazioni di fatti biblici, passando per una “preghiera del comico”. Insomma, egli ha usato una tecnica antica per parlare di temi attuali!
Lui, Paolo Rossi, è un attore bravissimo, e si vede. E' un attore di una versatilità incredibile. All'inizio dello spettacolo aveva avvertito che ci sarebbero stati dei cambi di tono, dal comico al serio, ed io avevo avallato la cosa come normale routine del lavoro di attore. Invece, sono stata enormemente sorpresa nel trovarmi di fronte uno dei migliori attori degli ultimi decenni. Non si possono descrivere a parole tutte le variazioni tonali, enfatiche, timbriche e dialogiche che è riuscito a produrre con naturalezza, utilizzando la sua sola voce. Oppure la maniera in cui, con tutta semplicità, è passato in un baleno dal comico, al serio, al poetico o al satirico, dal dialetto all'italiano, da una dizione più quotidiana, ad una a dir poco perfetta e "teatrale". Si può dire che lui sia un uomo molto intelligente ed abituato ad osservare: un bravo attore serio, un comico pungente e un cabarettista accattivante, tutto insieme.
Senza parlare poi dell'impostazione fisica. All'inizio dello spettacolo, con intento satirico, ha analizzato mimicamente una caduta, con tutti i minimi gesti che servono per realizzarla fino all’arrivo al pavimento. Davvero esilarante! In altri momenti dello spettacolo, senza fare salti mortali o passi di danza particolarmente impegnativi, si evinceva il suo background attoriale, derivato da anni di mimica o arlecchinate.
Davvero un delirio comico, lo spettacolo era esagerato anche nella stessa struttura del palco. Infatti, sul palcoscenico c'era un altro palco: quello che usavano anticamente i comici della commedia dell'arte. Alla sua destra, un manichino del clandestino Goran (crocifisso alla fine dello spettacolo). Ancora più a destra, sul palco vero, era posizionato un tavolino con un paio di sedie, location di un racconto del tradimento di Giuda a Gesù, in chiave contemporanea.
In conclusione, si è trattato di uno spettacolo veramente bello.

Visto il 15/02/2011 a Avezzano (AQ) Teatro: Teatro dei Marsi

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Voto: Voto del Redattore: Annalisa Ciuffetelli


La recensione di Wanda Castelnuovo

IL MISTERO BUFFO DI DARIO FO

Quando nel 1969 Dario Fo rappresentò per la prima volta il Mistero Buffo (oltre cinquemila da allora gli allestimenti in tutto il mondo), pochi ebbero coscienza di trovarsi in presenza di uno dei capolavori del Teatro Italiano di ogni epoca e di un lavoro ‘colto’ che riscopriva e riproponeva mischiandoli il ‘teatro popolare’ (quello dei giullari che dava voce alla rabbia e alla protesta dei poveri) e quello dei ‘Misteri’, sacre rappresentazioni con forte valenza didascalica.
Dario Fo nel suo Mistero Buffo - risultato di ricerche effettuate su moltissimi di testi da lui raccolti nelle varie regioni italiane - ripropose la ‘mimica’ come mezzo teatrale di espressione e traduzione del pensiero e recuperò il ‘grammelot’, linguaggio inventato dai comici dell’arte e dai giullari per aggirare un duplice ostacolo: la diversità dei ‘dialetti’ incontrati nel loro peregrinare e il divieto di recitare in lingua (per evitare la diffusione di idee spesso eterodosse).
Paolo Rossi (Monfalcone 1953), che definisce questo Mistero Buffo di Dario Fo (PS: nell’umile versione pop) - in programma al Piccolo Teatro Strehler fino al 30 maggio - un omaggio all’amico e Maestro (con cui debuttò nel 1978 in Histoire du Soldat), crea uno spettacolo in parte nuovo, comunque diverso, anche nel ‘grammelot’ utilizzato.
Protagonista è sempre il sentire della povera gente, degli umili, dei ‘diversi’ angariati dai Potenti, ma i racconti sono rivisitati perché dal 1969 sono passati oltre quarant’anni e si sono aggiunte nuove problematiche, nuove insicurezze e nuove - a volte false - paure.
Accanto ai racconti di Fo vi sono quindi quelli di Rossi e l’attualità italiana con le tragiche storture di un Potere che non ama chi cerca giustizia e che incita all’odio verso i diversi non può non essere oggetto di rapide, ma incisive battute.
Una domanda è sottotraccia lungo tutto lo spettacolo: Chi sarebbe oggi Gesù Cristo? Probabilmente - dice Rossi - ‘oggi arriverebbe non su un somarello, ma su un gommone.’
Paolo Rossi dà al suo Mistero Buffo un carattere fortemente popolare - frutto anche delle sue ricerche su tale tipo di teatro - proponendosi di cambiarlo con il mutare della società. Solo la necessità di un giullare che dia voce alla rabbia e alla disperazione dei poveri e degli ultimi e alla speranza di un avvenire migliore resta immutata.
Lo spettacolo grazie all’ottima regia di Carolina De La Calle Casanova scorre con buona tensione drammatica per circa due ore. Semplici e significative le scene di Andrea Cavarra e belle le musiche originali di Emanuele Dell’Aquila, elemento innovativo rispetto all’opera di Fo in cui erano quasi del tutto assenti.
Sul giullare Paolo Rossi c’è poco da dire: trascina e coinvolge il pubblico rendendolo protagonista, un’interpretazione magistrale. Ma se Rossi è uno degli attori più versatili e completi del nostro Teatro, una piacevole sorpresa - almeno per me - è stata Lucia Vasini interprete di un monologo di eccezionale potenza e struggente bellezza.
Ripetuti applausi a scena aperta e lunga ovazione finale da parte del pubblico che gremiva lo Strehler: l’auspicio è che la partecipazione alle tematiche del Mistero Buffo non finisca varcata la soglia del Teatro.
 

Visto il 04/05/2010 a Milano (MI) Teatro: Piccolo Teatro - Teatro Strehler

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Voto: Voto del Redattore: Wanda Castelnuovo


La recensione di Giulia Clai

Paolo Rossi, giullare dei giorni nostri, reinventa “Il Mistero Buffo”, testo che Dario Fo presentò per la prima volta nel 1969. Dal maestro, cui lo lega una personale amicizia, è riconosciuto come l’unico in grado di rinnovare il suo capolavoro conservando la carica dissacrante di irriverenza con cui nacque. “Il Mistero Buffo” è un monologo che si svela nella peculiarità di una vera e propria lingua, creata ex novo, fortemente onomatopeica, il grammelot, un mix nel quale riecheggiano vagamente le sonorità dialettali del Nord Italia. Un artificio linguistico utilizzato fin dal Medioevo dai giullari. In “Mistero Buffo”, Dario Fo riattualizzò la figura del giullare, interprete dei malumori del popolo verso il potere e rilesse in chiave buffonesca i misteri religiosi, rovesciando il punto di vista di chi ascolta e denunciando le mistificazioni di avvenimenti storici e letterari. “Il Mistero Buffo di Dario Fo, nell’umile versione Pop” sottolinea già nel titolo come all’opera del famoso “Giullare”, Rossi affianchi parte del suo repertorio. La narrazione viaggia ora su due percorsi paralleli: i racconti di Fo e quelli, inediti, di Rossi. La prospettiva del racconto è sempre quella della povera gente, “gli unici protagonisti veri del buono e del cattivo tempo della nostra società di ieri e di oggi”, afferma Rossi. E ancora: “In tempi come quelli che stiamo vivendo, il teatro diventa una forma di resistenza. Perciò nella stagione che sta per cominciare non solo mi misurerò col Mistero buffo di Dario Fo; ma farò anche di tutto per farlo uscire dai circuiti tradizionali. Portandolo negli asili, nelle fabbriche, nelle carceri... ovunque ci sia la gente vera.” E’ una riflessione sul lavoro dell’attore, sul rapporto con il pubblico: le contingenze economiche cambiano gli stili teatrali, ormai il teatro è uno dei tanti luoghi dove recitare. Ritorna però lo sghignazzo del giullare, quella sotterranea coscienza civile che si rigenera nel riso liberatorio e nell’irriverenza del comico. “Il Mistero Buffo” di Rossi recupera le radici profonde del teatro popolare, le storie e i canovacci. A questi aspetti vanno aggiunti gli stimoli delle epoche più creative. Paolo Rossi è uno che di senso dell'umorismo ne ha tanto e ritiene che il teatro, la cultura, debbano scendere un po' più per strada. E’ importante reagire all'ingiustizia, all'arroganza. Rossi ripropone questo capolavoro offrendone una rivisitazione e un'attualizzazione. A ben guardare, a distanza di trent’anni le cose non sono cambiate poi tanto. E questo è uno spettacolo in fieri, secondo gli insegnamenti di Dario Fo: nessun rispetto per l’autore. Non è un passaggio di testimone, le affabulazioni sono adattate all’attore stesso e alla società. Anche il linguaggio viene rivisitato in un grammelot con influenze diverse: quello di Rossi è un mix di milanese, emiliano e triestino. “Questo mio Mistero Buffo – racconta Paolo Rossi - non è mio, ma a tutti ormai appartiene, è un viaggio , questo spettacolo è a disposizione di chi ancora sogna, lotta e ha voglia di cambiare.”

Visto il 24/03/2010 a Bologna (BO) Teatro: Delle Celebrazioni

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Voto: Voto del Redattore: Giulia Clai

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