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MEDEA
Medea

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LO SPETTACOLO

Autore: Euripide
Regia: Maurizio Panici
Genere: tragedia
Compagnia/Produzione: ASSOCIAZIONE TEATRALE PISTOIESE in coproduzione con ARGOT PRODUZIONI e TEATRO DEI DUE MARI
Cast: Pamela Villoresi (Medea), David Sebasti (Giasone), Renato Campese (Creonte), Maurizio Panici (Egeo), Silvia Budri Da Maren (nutrice), Andrea Bacci (messaggero), Elena Sbardella (prima Corifea)

Descrizione
Medea ci riporta – a partire dai tragici greci – alle donne di oggi. Sono infatti le donne a mettere in discussione la vecchia cultura facendosi portatrici di un nuovo pensiero. Ed è proprio attraverso Medea (figura totalmente inedita e significativa) che Euripide pone all’interno delle rappresentazioni tragiche un elemento di assoluta modernità.
Medea, infatti, è la prima donna a mettere in discussione i rapporti tra uomo e donna, evidenziando una situazione di forza, contestando l’esistente, aprendo un contenzioso e lasciando intravedere nuove possibilità.
Medea è per questo uno dei più estremi e affascinanti personaggi della tragedia classica e moderna in quanto, prima fra tutte, non agisce spinta da un impulso erotico o sentimentale ma per rispondere ad una ingiustizia: pur riconoscendo l’impatto del suo agire, lo persegue con determinazione e lucida consapevolezza.
Date repliche a cura di
Serena Manfrè
Scheda spettacolo a cura di
Serena Manfrè

LA LOCATION

METROPOLITAN
p.zza Cappelletti 2 - Piombino (LI)
Tel: 0565 30385


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Stagione precedente o non previste repliche al momento

LE RECENSIONI


La recensione di Alessandro Paesano

Medea discriminata, non pazza

Medea la forza della natura, Medea l'Erinni, Medea la donna ferita, dunque pericolosa. Nell'immaginario collettivo contemporaneo e moderno la figura di Medea rappresenta la donna dello scandalo, quella che per vendetta, in nome dell'amore tradito arriva a uccidere i propri figli. Una lettura del mito che riduce Medea allo stereotipo maschilista e misogino con cui la donna ancora oggi è vista, isterica, irrazionale, vulnerabile e dunque pericolosa.
Ka tragedia di Euripide ci dice in realtà ben altro, a saperla leggere anche con un occhio moderno, se, pur non prescindendo dalla propria sensibilità contemporanea, ci si mantiene aperti al testo, alla sua struttura, alle sue caratteristiche.
E' quello che fa Maurzio Panici in questa messinscena sobria ed elegante che ci restituisce una Medea di più alta statura e di più profondo interesse.
Sobria nell'allestimento con una scena scarna (di Michele Ciacciofera, elaborata da Giorgio Gori), sulla quale campeggia un enorme e splendido sole di Rame (quel Febo di cui Medea è nipote, e che alla fine della tragedia la conduce incolume ad Atene dove la aspetta Egeo) elegante nei cenni precisi e non troppo azzardati dei costumi (splendidi, anch'essi di Ciacciofera) coi quali Panici sottolinea non tanto l'universalità del mito quanto la sua contemporaneità. 
La Medea di Euripide non è infatti la vittima di un destino ineluttabile come ci hanno abituato tante regie anche importanti. Medea non è furiosa in quanto donna rifiutata, o tradita, ma in quanto donna alla quale è stata fatta una ingiustizia nonostante la legge degli dei. Giasone dispone di Medea come di una sua proprietà che può sposare e poi ripudiare arrivando a sposare un'altra donna e spiegarle che, se lo ha fatto, lo ha fatto per il suo bene (sposando la figlia di Creonte avrà potere e ricchezza dei quali beneficerà indirettamente anche Medea) e se Medea è stata esiliata coi figli da Creonte è per sua stessa colpa, per aver maledetto il re. Dinanzi questo maschilismo Medea reagisce, protesta, si staglia contro gli uomini con una consapevolezza che poco si adatta all'immagine di donna irrazionale e imprevedibile cui siamo stati abituati. Di tutte le creature che hanno anima e cervello noi siamo le più infelici (...) Separarsi è un disonore per le donne, e rifiutare lo sposo, è impossibile dice Medea alle donne corinzie consapevole del diverso trattamento che la morale riserva agli uomini e alle donne
Non donna pazza che uccide i figli per vendicarsi dell'uomo che l'ha lasciata dunque ma donna maltrattata che per reclamare la giustizia che non le è riconosciuta colpisce chiunque invece di garantire la giustizia abbia contribuito ala sua mancanza. Non si pensi che Medea usando i suoi figli come latori dei doni mortali per la figlia di Creonte li condanni praticamente a morte. I suoi figli sono già stati socialmente uccisi diventando i figli bastardi di Giasone e esiliati assieme alla madre (che colpa avevano i figli di Medea delle maledizioni per le quali Creonte ha deciso il loro esilio?). 
Non questione privata dunque, di amori non ricambiati,  ma questione pubblica. Un re non può avvallare una ingiustizia col suo comportamento e nemmeno sua figlia. La pena non può che essere la morte. I figli di Medea sono latori di doni mortali e se Medea deve ucciderli non è per vendicarsi tramite la loro morte di Giasone ma per evitare che siano i Corinzi a ucciderli per punizione: Non voglio indugiare e abbandonare i miei figli ad altre mani ben più nemiche delle mie.
Già morti socialmente Medea non esita a ucciderli per sua mano per  evitare loro una morte violenta per mano dei corinzi (come infatti è  riportato in molti fonti mitologiche tanto che Claudio Eliano e  Parmenisco affermano che Euripide sia stato pagato dai Corinzi per far  ricadere su Medea la morte dei figli e non su di loro...).
Medea donna ribelle delle consuetudini sociali che non la riconoscono come soggetto sociale ma come oggetto di privata proprietà maschile  non è solo una Medea più vicina a quella pensata da Euripide e intesa dagli spettatori della commedia attica del 400 a.C. ma un personaggio di straordinaria contemporaneità.
Una  modernità che Panici suggerisce elegantemente con gli abiti maschili che vanno dal frac e cilindro di  Creonte ai giubbotti di pelle di Giasone, dal completo bianco con bastone occhiali e capello di Egeo (interpretato dallo stesso Panici che si ritaglia un  cameo), alle scarpe da ginnastica del servo che viene a raccontare della  morte di Creonte e sua figlia a causa dei doni (avvelenati) di Medea.
Tutti diretti riferimenti alla società borghese e alla sua morale cosi antifemminista e misogina. A questi abiti maschili si contrappongono quelli femminili che sono  reinterpretazioni di quelli antichi fino all'abito di Medea,  splendido, rosso fuoco, che è un incrocio perfetto tra un antico peplo e  un moderno vestito da sera.
Panici tiene conto della contemporaneità del mito anche nella recitazione che vuole a tratti disinvolta e a tratti più classicamente declamatoria, in un continuo oscillare tra i due registri forse poco fluido ma di notevole efficacia.
Forse un po' troppo insistita l'enfasi  gesticolatoria (soprattutto in David Sebasti che usa e strausa le braccia e le mani) mentre  Silvia Budri Da Maren ha una padronanza della lingua e una presenza scenica notevoli e Evelina Meghnagi regala alla tragedia l'unico elemento in più un canto in lingua antica a sostituzione delle strofe rimate che Euripide scrive per il coro.
L'elemento essenziale senza il quale questo allestimento non sarebbe riuscito è, naturalmente, Pamela Villoresi, davvero in stato di grazia, che ci regala una delle Medee più umane e femminili. Capace di passare senza soluzione di continuità dalla rabbia più feroce all'ironia più sottile all'interno della stessa frase, Villoresi fa di Medea una persona e non una figura, con lo spessore tangibile dell'individuo e non la piattezza dell'archetipo, senza risparmiare forze ed energie usando tutta la gamma espressiva del corpo e della voce umana: si contorce e si piega, si accascia e si percuote, ma sa porsi anche con il corpo in segno di sfida sapendo di esistere, o, usando dei termini moderni, di avere dei diritti,  ponendosi dinanzi le varie autorità maschili non solo in subalternità (quando supplica Creonte di non esiliare almeno i figli)  ma anche alla pari quando riceve Egeo o  sfotte con la stessa spontaneità  Giasone.
La forza affabulatoria di Villoresi è tale che lo spettatore pende dalle sue labbra per tutto il tempo senza distrarsi mai, senza sentirsi mai a teatro ma avendo l'impressione concreta di stare vedendo Medea in carne ed ossa, una donna tradita e socialmente uccisa, condannata all'esilio da dei maschi ingiusti. Una donna che non subisce in silenzio ma prende delle decisioni commisurate alla gravità dell'inganno subito.
Così la tragedia di Euripide si staglia in tutta la sua grandezza di monito: finché il maschio tratterà la donna con ingiustizia le donne non subiranno in silenzio ma sapranno difendersi con altrettanta efficacia.
Un insegnamento che a noi uomini, tutti, non è un male ci venga ripetuto.

Visto il 08/12/2011 a Roma (RM) Teatro: Italia

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Paesano


La recensione di Donato Panìco

Tragedia al Carcano: Medea!

   Spicca un fagotto rosso al centro del palco, mentre sulla sinistra una giovane nutrice preoccupata, avvolta in una tunica chiara, è intenta a considerazioni ad alta voce, quasi rivolgendosi agli Dei. Alcuni istanti dopo sarà raggiunta da un’altra donna, in tunica lilla, ovvero il pedagogo. Due figure che con i loro dialoghi introdurranno al pubblico l’imminente tragedia ed in pochi attimi dal fagotto rosso sorgerà misteriosamente Medea, ovvero la moglie di Giasone.
 

   Siamo a Corinto e Medea, che accecata dall’amore aiutò il marito Giasone nell'impresa del vello d'oro rinnegando il proprio padre, Eeta, la propria patria, Colchide, e uccidendo persino il proprio fratello, a distanza di qualche anno viene colpita da un grave tradimento: Creonte, re della città, sposa sua figlia Glauce a Giasone, promettendo a questi la successione al trono. Medea è straziata, disperata, sconvolta. Fino alla scaltra e brutale vendetta.
 

   È la "Medea" di Euripide in scena dal 4 al 15 maggio al Teatro Carcano di Milano, per la regia di Maurizio Panici, prodotto da Argot Produzioni - Associazione Teatrale Pistoiese in collaborazione con Teatro dei Due Mari.
   L’importante opera dell’antico drammaturgo greco, parte della sua famosa “tetralogia tragica”, è inoltre una tragedia atipica, poiché solitamente è intesa quale dramma fra due diversi caratteri, mentre in quest’opera è prevalentemente interna al personaggio di Medea, divisa tra i sentimenti d’amore e di vendetta.
 

   A interpretare il ruolo di Medea, è Pamela Villoresi, nota attrice strehleriana protagonista anche di un'ottima carriera cinematografica (miglior attrice esordiente ne "Il gabbiano" di Bellocchio).
   Nel ruolo di Giasone è David Sebasti, attore argentino grande protagonista in Italia di cui si ricorda il ruolo da protagonista ne "Il quaderno della spesa" di Tonino Cervi, per il cinema, e le partecipazioni in "Un medico in famiglia" e "R.I.S. 3" per il piccolo schermo.
 

   Da segnalare l’ottima ed energica interpretazione della Villoresi, capace di tradurre attraverso le grida e gli atteggiamenti la pura disperazione di Medea e di trasmetter al pubblico duri sentimenti in maniera sconvolgente. Controversa invece la scelta di alcuni costumi moderni apparentemente in contrasto con la rappresentazione, forse da interpretare quale distorsione provocata dalla mente di Medea.
 

Visto il 07/05/2011 a Milano (MI) Teatro: Carcano

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Voto: Voto del Redattore: Donato Panìco

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