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Autore: Alex Ollé e David Plana
Regia: Alex Ollè
Compagnia/Produzione: La Fura dels Baus
Descrizione
Lo spunto del nuovo lavoro del gruppo catalano La Fura dels Baus, che ha debuttato in prima mondiale il 6 marzo 2008 a Murcia, Spagna, e che il Teatro Comunale di Bolzano ospita in prima italiana il 29 e 30 maggio nell’ambito di SpringEmotions è l’attentato terroristico avvenuto nel Teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre del 2002 durante la rappresentazione del musical “Nord-Ost”. La drammaturgia del Boris Godunov prende le mosse da fonti reali: le trascrizioni dei fatti attraverso le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla strage che secondo il regista del gruppo Alex Ollé confermano la manipolazione della realtà da parte dei media, come ad esempio l’erronea notizia riportata dell’entrata in teatro di due persone durante l’assedio che successivamente sarebbero state uccise dai sequestratori. Ma i dati reali sono solo lo spunto per la messa in scena che punta all’universalizzazione del tema scottante, e attualissimo, del terrorismo. Ecco perché La Fura ha in primo luogo inventato un
Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione
teatro sperimentale |
Massimo
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Stagione precedente o non previste repliche al momento
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v. Perasso 3 - Benevento (BN)
Tel: 0824 42711- 316559
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LE RECENSIONI
La recensione di Maria Ricca
Benevento Città Spettacolo
Applausi per l’anteprima, inutilmente sconsigliata agli “impressionabili”
“La Fura dels Baus”: spettacolo intenso e originale, ma non “sconvolgente”
Finalmente in scena. “Lo straniero” è arrivato. E il Festival di Benevento Città Spettacolo 2008, diretto da Enzo Moscato, è iniziato, al Massimo, con “Boris Godunov” de “La Fura dels Baus”, allestimento ispirato alla terribile esperienza degli spettatori del Teatro Dubrovka di Mosca, prigionieri dei terroristi per tre interminabili giorni. Ampiamente avvolto dall’aura di “evento”, lo spettacolo, in unica data per il Sud Italia, è stato annunciato quale messinscena forte e sconsigliata agli impressionabili di una Compagnia che delle sue performances estreme ha fatto il suo punto di forza.
E, in effetti, una certa atmosfera d’attesa si è avvertita nell’aria e nel gran dispiego di energie di addetti ai lavori, alla sicurezza, alle emergenze sanitarie, a qualsiasi cosa girasse intorno all’ “evento”. E non si è potuto fare a meno di provare una sottile inquietudine. “Arriveranno – pensi - gli attori “terroristi”, occuperanno il teatro, fingeranno così bene di volerti tenere in ostaggio per un tempo indefinito che finirai per crederci.”
Ma quando poi le luci si sono spente e successivamente riaccese, a tratti, per consentire la “presa” del Teatro, con tanto di kalashnikov, bombe a mano e passamontagna da parte dei “terroristi”, la “magia inquieta”, tanto attesa, non si è materializzata completamente. Oddio, c’è stata pure qui e lì qualche giovanetta che, svenevole, ha pregato il fidanzato premuroso di condurla fuori dalla sala, dopo aver incrociato lo sguardo degli attori “armati” e incappucciati, ma la maggior parte degli spettatori ha seguito con attenzione e cortesia, con il giusto coinvolgimento da riservare ad un’opera d’autore ben interpretata, il dramma rappresentato. Inevitabile, certo, il disincanto e il distacco, date le anticipazioni fornite al pubblico nei giorni precedenti, circa l’irruzione armata in teatro, ma sinceramente eccessiva è apparsa la premura di sconsigliare vivamente la visione dello spettacolo ai minori di quattordici anni, ai cardiopatici e alle donne incinte, come richiesto dalla Compagnia in scena.
Detto questo “La Fura dels Baus”, con la sua “esplosiva” rivisitazione di “Boris Godunov”, di Alex Ollé e David Plana, è apparsa quella che è: un gruppo di attori professionalmente serissimi, impegnati in una messinscena particolarmente creativa ed emozionante in certi momenti, grazie anche al sapiente utilizzo della multimedialità. Intensi i dialoghi, a cui lo spagnolo sottotitolato ha conferito particolare veridicità, credibili e toccanti le interpretazioni degli attori, che hanno restituito in pieno umanità e sofferenza dai diversi punti di vista. Nelle fila dei terroristi la donna che perde marito e figlio e cerca vendetta è stata immagine straziante, così come irritante è stata quella del vice-capo sbruffone ed esaltato, e commovente la spavalda, ma sensibile giovane attrice, che cerca visibilità e riscatto per la propria patria.
Si perdona, infine, all’allestimento, qualche crudezza di troppo, che, diciamolo, non ha aggiunto nulla alla forza dell’interpretazione. In conclusione “Boris Godunov” è stato uno spettacolo interessante, commovente, originale, un “evento”, forse, ma non troppo. . .
Voto:
La recensione di Roberto Rinaldi
E’ in corso la rappresentazione di uno spettacolo teatrale, quando nella sala irrompono i terroristi armati di kalashnikov e minano la platea. E’ l’inizio di Boris Godunov , il nuovo allestimento della Fura dels Baus che rievoca e re-interpreta la follia e il dramma che nella tragica realtà si consumò a Mosca nell’ottobre 2002, quando un gruppo di terroristi ceceni assaltò il teatro Dubrovka in cui novecento spettatori assistevano al musical Nord – Ost. Il lieto fine si commutò in un tragico epilogo: centossettanta persone furono uccise di cui novanta dal gas utilizzato dalle forze speciali russe per liberare gli ostaggi. Tra le vittime anche quarantadue terroristi. La Fura dels Baus riporta in scena con una carica drammaturgica e visiva, ben congeniata, com’è suo solito, mutuando il titolo originale dello spettacolo rappresentato nel teatro russo, con il Boris Godunov, dramma teatrale di Aleksàndr Sergeevič Puškin scritto nel 1825 da cui Modest Musorgskij, pietra miliare della scuola russa ottocentesca, che tanto influenzerà la musica europea del Novecento. Boris è lo Zar di tutte le Russe, asceso al trono dopo l’uccisione, avvenuta in circostanze misteriose, dell’erede legittimo al trono, Dmitrij, spodestando, di fatto, il successore legittimo, il figlio Fëdor II considerato mentalmente inabile per regnare. Boris si rivela un dittatore capace di far precipitare la Russia nel caos e nella povertà. Un giovane monaco si farà passare per il falso Dmitrij e riuscirà ad organizzare l’invasione della Russia da parte di truppe polacche, dopo aver sposato una nobile di quel paese e convinto il re a legittimare il suo matrimonio. Lo zar assillato dai sensi di colpa e in preda ad allucinazioni precipita nella follia e muore. La regia di Alex Ollé e David Plana che firma anche il testo, partono dalla rappresentazione storica di questo dramma e lo catapultano nella realtà odierna creando una sorte di rappresentazione su più livelli, virando la finzione scenica in un’estemporaneità di azioni che si susseguono senza tregua. La raffica di mitra irrompe in platea invasa da decine di terroristi, mentre nel pubblico si mescolano comparse che interpretano i ruoli di spettatori presi in ostaggio. Tutto è così verosimile che le emozioni provate dal pubblico si mescolano tra suggestione provata per la straordinaria prova corale della compagnia e il rimando alla tragica fine subita dal pubblico russo. La fisicità degli attori è sorprendente e fa da specchio con le immagini riprodotte da un circuito di videocamere in tutto il teatro e un assemblaggio d’azioni visive pre- registrate, sempre nel teatro in cui in quel momento va in scena lo spettacolo. La Fura dels Baus proietta nelle coscienze dello spettatore la ferocia del Potere, un tema ricorrente nella lunga carriera di questo gruppo di Barcellona. “Chi detiene il Potere?” – si domandano gli autori dello spettacolo – “Chi detiene le armi”, è la risposta. Ma i ruoli si possono ribaltare in ogni momento. Nessuno è migliore dell’altro asceso al potere. La critica è feroce e si rivolge anche ai politici russi riuniti per decidere le sorti degli ostaggi. La resa scenica del loro cinismo è esemplare allorché sullo schermo che si compone e si scompone come delle quinte, gli attori recitano le riunioni del comitato. Se i politici n’escono male, non sono da meno i media russi, colpevoli di manipolare e distorcere a fini di audience, ciò che succede dentro il teatro. Uno spettacolo a tratti surreale, ma volutamente, in cui sembra anche prendere forma anche l’ispirazione pirandelliana del teatro nel teatro. Dramma a tinte fosche nel tentativo di condannare la violenza e il terrore. Magnifiche le scene realistiche e visionarie di Alberto Pastor e gli apparati tecnici di Xavier Xipell.
Bolzano Teatro Comunale 29 maggio 2008
Voto:
La recensione di Francesco Rapaccioni
Bologna, teatro Comunale, “Boris Godunov” di Modest Mosorgskij
LA PLEBE IGNORANTE E' MOLTO FACILE DA SOBILLARE
Musorgskij scrisse Boris Godunov nel 1869 ma i teatri imperiali russi lo rifiutarono perchè mancante di una protagonista femminile, tanto che il compositore ne modificò l'impianto, aggiungendovi un intero atto, quello chiamato “polacco”, ed il personaggio di Marina (una leggenda dice che in Italia avrebbe dovuto interpretarlo anni fa Milva). Così l'opera andò in scena nel 1874 e fu un grande successo, ma, nonostante ciò, fu oggetto di numerose revisioni ed orchestrazioni, la più eseguita delle quali è a tutt'oggi quella di Rimskij-Korsakov (al San Carlo di Napoli nel gennaio 1970). Solo negli ultimi anni si è tornati agli originali, nonostante Gianandrea Gavazzeni ne sosteneva la necessità già negli anni Trenta. Ma, in qualunque veste, è indubbio che il Boris Godunov è una delle partiture capitali del teatro musicale di tutti i tempi. Secondo Aaron Copland è una delle tre opere riconosciute come pietre miliari nello sviluppo della musica moderna (insieme a “Pelléas et Mélisande” di Debussy e “Le sacre du printemps” di Stravinskij).
A Bologna è giunta per la prima volta la versione originale, nota come Ur-Boris, nello splendido allestimento dal fortissimo impatto visivo del Teatro Nacional de Sao Carlos di Lisbona. La rigorosa regia di Toni Servillo è caratterizzata da una monumentale scenografia, che punta su un impianto iconostatico, come se le figure che animano la storia fossero i personaggi di un grande polittico, icone che si muovono dando corso al racconto, posizionate sui diversi piani in cui è dislocata la scena, a rappresentare simbolicamente una costellazione del potere, con al centro Boris, in alto la Duma e i principi bojari, in basso il popolo. I tre registri di un polittico, con l'azione che si svolge negli scomparti. Al centro si apre uno spazio profondo in prospettiva, illuminato da un bagliore accecante di bianco oppure di oro, lo spazio ieratico di Boris, non velato dal tulle che invece ammanta tutto il resto di una soffusa atmosfera.
Il tema dominante è quello dell'uomo che raggiunge il massimo del potere politico, ma è schiacciato dal peso della stessa politica e del rimorso, essendo arrivato al vertice con un omicidio, uno straordinario percorso interiore: Boris è in continuo rapporto con il senso di colpa e consente un'alta riflessione sul potere politico, sul senso contraddittorio del potere. Estremamente moderno, nella distanza delle istanze della politica da quelle del tessuto sociale. Inquietante (per l'agghiacciante attualità) è il convincimento che Shujskij esprime a Boris “La plebe ignorante è molto facile da sobillare”.
Il personaggio chiave è lo jurodivyj, il “folle in Cristo”, il veggente che legge la storia non secondo la cronologia (come il monaco Pimen) ma attraverso illuminazioni e profezie, che suonano come denunce. Un fool shakespeariano, diretta espressione del sentimento popolare e per questo in proscenio insieme ai bambini, personaggi che vivono al di fuori della consapevolezza della Storia come processo politico e sociale.
Il nucleo fondante dell'Ur-Boris è una drammaturgia impostata in sette scene fulminanti, che toglie il respiro, molto asciutta e per questo altamente drammatica, serrata, ruvida, potente, come la solitudine del protagonista. Così è la partecipata lettura musicale che ne dà il maestro Gatti, drammatica ed essenziale, tagliente e ruvida, ma capace di improvvisa dolcezza, a cominciare da quello struggente, indimenticabile inizio, affidato a un fagotto solitario a cui si aggiungono i lamentosi violoncelli, lunghe arcate vibranti a dare da subito la tinta dell'opera, cupa e solenne, intrisa di profonda religiosità. Peccato che il alcuni momenti la musica tendeva a soverchiare le voci. Peccato che con questa opera il talentuoso Daniele Gatti lascia Bologna.
La regia di Toni Servillo è profondamente rispettosa della musica, legata indissolubilmente al testo, e il russo è una lingua così musicale.. Servillo è uno dei più grandi registi di prosa di oggi (memorabili “Tartufo”, il pluripremiato “Sabato, domenica e lunedì”, “Le false confidenze” ancora in turnè con lo stesso Servillo, Anna Bonaiuto, Andrea Renzi e uno stuolo di bravissimi comprimari), conosce alla perfezione i meccanismi teatrali ed ha l'intelligenza di applicarli alla lirica, che ha tempi diversi, adattandoli alla perfezione. Una regia che si fonde mirabilmente con la partitura, e che, secondo la consueta cifra stilistica di Servillo, si basa su gesti appena accennati, su un dito inanellato che si alza, su mani che si incrociano davanti al petto ppure si aprono lentissimamente, su movimenti impercettibili di sopracciglia, su sguardi carichi di significato, un lavoro curatissimo dei dettagli che assumono significati ulteriori, denotando alla perfezione l'interiorità dei personaggi. Da augurarsi che Toni Servillo sia spesso chiamato alla regia lirica.
L'indimenticabile scenografia, che da sola è uno spettacolo nello spettacolo, un'emozione incancellabile, è dello stesso Servillo e di Daniele Spisa. I costumi, sontuosi e perfetti, sono di Ortensia De Francesco; le luci caravaggesche (danno una patina giallastra agli scomparti del polittico,come le tavole dei dipinti medioevali, mentre accecano nel bianco splendente del riquadro centrale) sono di Pasquale Mari; regista collaboratore è Marinella Anaclerio. Il coro, in pratica protagonista (seppur con caratteri diversi, quasi opposti rispetto a Pushkin), è stato ottimamente preparato da Paolo Vero, le voci bianche da Silvia Rossi.
Boris è un superbo Vladimir Vaneev; con lui Lucia Cirillo (Fedor), Elena Monti (Ksenija), Maxim Paster (Shujskij), Valerij Ivanov (Shelkalov), Dmitij Ageev (Pimen), Vsevolod Grivnov (Grigorij), Alexander Meliga (Varlaam), Viktor Vikhrov (Misail), Juri Batukov (Nikitic), Barbara di Castri (ostessa), Debora Veronesi (nutrice), Luca Visani (bojaro), Cristiano Cremonini (Jurodivyj, applauditissimo), Roberto Tagliavini (Mitiuch).
Da registrare un'inaspettata, felice novità: anche il Comunale di Bologna ha cominciato a stampare gli utilissimi programmi di sala; nella copertina del primo, questo appunto del Boris, campeggia un cipollotto di Tropea, forse perchè i supplicanti di Puskin usavano le cipolle per piangere, sostituite in Musorgskij da persuasive scudisciate. Oppure un vago accenno alle cupole delle Russie. Un'immagine comunque accattivante.
Visto a Bologna, teatro Comunale, il 27 febbraio 2007
FRANCESCO RAPACCIONI
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