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IL PADRE
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LO SPETTACOLO

Autore: August Strindberg
Regia: Massimo Castri
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione Arena del Sole / Teatro Stabile di Bologna
Cast: Umberto Orsini, Manuela Mandracchia scene e costumi Maurizio Balò luci Gigi Saccomandi suono Franco Visioli

Descrizione
Un tema caro al grande autore scandinavo: il conflitto di coppia. Il “calvario mentale” del padre inizia nel momento in cui la moglie, decisa ad imporre ad ogni costo la propria volontà, non esita ad istillargli il dubbio circa la propria paternità. Una storia dalla parte di lui?
Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LA LOCATION

MARRUCINO
via Cesare de Lollis - Chieti (CH)
Tel: 0871 334693
Email: promozione@teatromarrucino.eu Sito Web: www.teatromarrucino.eu


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 10/02/2006 al: 12/02/2006)

LE RECENSIONI


La recensione di Vera Fossaluzza

In una apparente normale e famiglia della società borghese, padre e madre si scontrano sull’educazione da dare alla figlia. Laura desidera che Berta resti con loro in famiglia, mentre Adolf preferirebbe che studiasse in città. Un banale litigio si trasforma in uno scontro più profondo quando Laura insinua al marito il dubbio di una falsa paternità. In un serrato scambio di battute sempre più taglienti questo scontro degenera in una sorta di guerra tra i due sessi, dove il padre, in quanto uomo, è schierato contro la madre, in quanto donna. Ma nei tre atti che si succedono, Adolf sente vacillare le sue certezze sulla famiglia e sul rapporto con sua moglie, e queste insicurezze si fanno più grandi fino a schiacciarlo. La situazione precipita quando Laura, da astuta calcolatrice e disposta a tutto per vincere, assume un medico che possa visitare e verificare lo stato di salute mentale del marito. Questo silenzioso schieramento tra il padre e la madre mette in discussione la famiglia, facendone emergere un equilibrio precario e fragile e quanto facilmente i legami possano trasformarsi in catene. Il tormentato scontro vedrà il predominare solo di uno dei due genitori. La tragedia moderna vuole indagare e criticare i ruoli all’interno della famiglia e la famiglia stessa in quanto istituzione nella società borghese. Il padre, di August Strindberg, alla Corte fino al 14 febbraio Regia di Massimo Castri Con Umberto Orsini, Manuela Mandracchia e Gianna Giochetti Scene e costumi di Maurizio Balò Luci di Gigi Saccomandi Suono di Franco Visioli
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Voto: Voto del Redattore: Vera Fossaluzza


La recensione di Daniela Cohen

Si resta inchiodati alla poltrona fino all’ultimo istante e che sia uno spettacolo lungo ce lo dice il bisogno di sgranchirsi le gambe durante i due intervalli. Ma la recitazione magistrale, la bravura di tutti gli interpreti e del protagonista, l’eccellente Umberto Orsini, in gran forma al debutto milanese de “Il Padre”, di August Strindberg, appassionano e favoriscono la riflessione. Il dramma racconta di un uomo, militare di carriera, che desidera far diventare la figlia un’insegnante ma si scontra coi desideri della moglie, che non vuole farla andare in città a studiare e lasciare la casa di campagna, dove loro abitano. Trasferirsi e magari scoprire un mondo diverso potrebbe tenerla lontana forse per sempre. Nasce così l’idea di instillare nel marito il sospetto che lui non abbia il diritto di decidere perché non è il vero padre. In altri, nei vicini e nei conoscenti ma soprattutto nella governante di casa, genera dubbi sulla salute mentale di lui finché il capitano, dai modi militareschi ma colmo di affetto per la famiglia, crolla sotto il dolore di una vita disintegrata. Straordinaria l’interpretazione di Manuela Mandracchio, moglie capace di sconvolgere il marito e pentirsene, forse, quando ormai è troppo tardi. Oggi abbiamo la prova del DNA e gli spettatori single saranno confortati dall’aver evitato il rischio di simili drammi familiari.
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Voto: Voto del Redattore: Daniela Cohen


La recensione di Loredana Borrelli

Umberto Orsini è il protagonista del dramma “Il padre” di August Strindberg andato in scena al teatro Mercadante di Napoli dal 01/03 al 12/03. Il padre è il dramma per eccellenza, il testo in cui, più degli altri, Strindberg riesce a mettere allo scoperto la relazione profonda fra azione, percezione psicologica e rappresentazione. Protagonista della tragedia è infatti un militare di mezza età, ormai più dedito alla ricerca scientifica che al servizio. Si tratta dell’icona dell’uomo moderno, lontano da ogni forma di superstizione collettiva, sia essa di ordine politico, sia essa di ordine religioso. Egli rappresenta l’immagine del libero pensatore, libero da vincoli di ogni genere, fuorché da quelli della tradizione. È infatti proprio in base a questa tradizione che il padre vuol decidere del destino della propria figlia, e mandarla a studiare in città, contrariamente al desiderio della moglie. La perfezione della famiglia borghese è dunque da subito incrinata. Strindberg non conserva le apparenze, non salva le facciate; a differenza di Ibsen, i suoi protagonisti sono pienamente moderni e, dunque, è impossibile salvarli, redimerli, liberarli. Quella modernità amata e apprezzata dal padre di famiglia diviene adesso arma della sua stessa sconfitta: è appellandosi a questa modernità che la moglie vuol decidere del destino della figlia, ed è ancora in base a questa modernità che viene difeso il principio classico per cui mater sempre certa, pater incertus. Insomma, tradizione e contemporaneità, scienza e superstizione si fondono in questo dramma privo di ogni carica morale o religiosa, teso a rappresentare il dramma profondo, psicologico, dell’individuo che si vede tradito in ciò che ha di più caro, i suoi stessi affetti. Massimo Castri porta in scena une versione molto fedele del testo: le vicende vengono ambientate in grandi saloni blu e neri, spogli quanto la vita familiare che l’autore cerca di descrivere. È in questi luoghi glaciali, in cui ogni fiamma di sentimento appare smorzata nei camini spenti, che prende corpo il dramma esistenziale di un uomo da tutti creduto pazzo e infine realmente privo di lucidità. Umberto Orsini è uno splendido protagonista, in grado di modulare le infinite varietà di carattere che attraversano il percorso che conduce l’uomo dalla divisa militare alla camicia di forza. Il rapporto di amore e odio con la moglie, artefice volontaria eppure, a suo dire, inconsapevole della sua caduta; il rapporto con la balia, madre sostituiva per quel figlio nato non voluto, emblematizzano la figura di uomo-bambino che ricerca nell’autorità il modo per annullare e dimenticare le paure infantili. La scena finale, in cui la balia fa indossare al protagonista la camicia di forza facendogli ricordare il passato, diviene l’immagine per eccellenza del padre che diviene figlio di sé stesso, alla continua, disperata, incessante ricerca di una figura sostitutiva di madre. Le fasce della camicia di forza divengono così le fasce del bambino appena nato ancora bisognoso di quell’abbraccio, di vita e di morte al contempo, in cui si scioglie l’intera vicenda.
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La recensione di Francesco Rapaccioni

Macerata, teatro Lauro Rossi, "Il padre" di August Strindberg LA SALVEZZA NEL RICORDO DELL’INFANZIA August Strindberg, drammaturgo svedese fra i grandi dell’Ottocento, è autore di una vasta produzione, dal romanzo al teatro. Acuto e visionario osservatore del reale, con questo testo messo in scena nel 1887 anticipa certe tematiche freudiane, soprattutto dal punto di vista della nevrosi maschile, e affronta l’angosciosa deriva di un dissesto coniugale, mettendo a nudo i nodi irrisolti del conflitto fra i sessi e prefigurando la crisi dell’istituto familiare nella società borghese: nella lite per l’educazione della figlia si insinua il dubbio della paternità, arma feroce nelle mani della moglie (“non ho mai potuto guardare un uomo senza sentirmi più forte”) e atroce calvario mentale per un rigoroso capitano di cavalleria, condotto ad un progressivo declino fisico e mentale, fino al tracollo (“non si può conciare un’anima in tale maniera”), fino all’annientamento di sé e della famiglia, emblematicamente nell’imminenza del Natale. L’allestimento di Massimo Castri, alla prima prova con Strindberg, sposta l’accento dal conflitto tra i sessi al percorso mentale del protagonista, che aumenta sempre di più il suo scollamento con il reale fino a regredire ad uno stato infantile tra le braccia di una donna totemica replicata. Scenograficamente il tutto è reso da uno scivolamento della scenografia: nel primo atto il camino è a sinistra, la porta di fronte e la finestra a destra, nel secondo atto il camino è di fronte, la porta a destra e la finestra si suppone verso la platea (perché durante un temporale la luce si riflette sulla parete in fondo), nel terzo atto il camino è a destra e la finestra a sinistra. Cambia la prospettiva dell’osservazione di questo microcosmo malato ma la situazione rimane la stessa, incubi e inquietudini si ripetono giorno dopo giorno, prima nella mente, poi deflagrano anche nella vita: pareti color petrolio, pietra nera lavica, le grandi porte e finestre che fanno sembrare gli uomini piccoli, abituali nella cifra stilistica di Castri e Balò. Alcuni elementi in modo sapiente sono metafora di quello che accade in scena, come l’insinuarsi del dubbio dell’infedeltà, quando la luce cambia da naturale ad artificiale, diviene livida, spettrale, un temporale di avvicina e si sommano i rumori dei tuoni con quelli delle armi da fuoco. L’obiettivo del regista è quello di condurre un’analisi psicanalitica del personaggio. Quindi in primo piano c’è il percorso mentale del protagonista, che vorrebbe essere scienziato invece che miliare, per un’ansia di razionalità e una sete di concretezza che non ritrova né tra le mura domestiche, né con le persone che ama, né nel proprio quotidiano, né nel proprio animo. L’insinuarsi del tarlo della non certezza della paternità apre una falla in una mente debole e dall’equilibrio precario (“io non credo nell’eternità, la mia bambina è la mia vita”), al punto che per lui l’unica salvezza possibile è regredire al mondo dell’infanzia (“mi avete tolto la mia idea di eternità”), un mondo sereno e pieno di fiduciose aspettative, un mondo in cui lui vive tranquillo, un mondo che lui vede dominato dalle donne della sua vita (“tutte le donne sono state mie nemiche”), moglie, figlia, balia vestite in maniera identica: unica, molteplice, agognata e confusa figura materna. Al punto che accetta di buon grado di farsi mettere la camicia di forza, una camicia di forza che terribilmente affiora tra i regali sotto un enorme albero di Natale che sia lui che la moglie hanno addobbato. Straziante il momento in cui lui piange seduto sui regali messi sotto l’albero con una bambola di pezza in mano ed il prendere la camicia di forza da un pacco regalo è straziante. In un ambiente rigorosamente e gelidamente nordico, spiccano alcuni tratti dei personaggi, evidenziati a momenti in modo caricaturale e con repentini cambi di registro linguistico. Bravissimi nei ruoli del capitano Adolf e della moglie Laura Umberto Orsini e Manuela Mandracchia. Azzeccate scene e costumi di Maurizio Balò, perfette le luci naturalistiche di Gigi Saccomandi, perfetti i suoni di Franco Visioli. Visto a Macerata, teatro Lauro Rossi, l’8 febbraio 2006 FRANCESCO RAPACCIONI
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