UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 3
LO SPETTACOLO
Autore: Tennessee Williams Descrizione
La commedia più famosa di Tennessee Williams - entrata di diritto a far parte dell’immaginario collettivo - debuttò a New York nel 1947, per la regia di Elia Kazan, con Jessica Tandy come Blanche e il quasi sconosciuto Marlon Brando nei panni di Stanley. E’ ambientata a New Orleans, dove Blanche Du Bois, da poco vedova, si trasferisce nella casa della sorella Stella, sposata al rozzo Stanley Kowalski. Il vecchio mondo che Blanche ha amato, raffinato ed illusorio, aristocraticamente ripiegato in un benessere ovattato, si è dissolto in un inevitabile declino Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diGianmarco Cesario Gianmarco Cesario LA LOCATION
I PORTICI Repliche passate (dal 06/03/2007 al: 06/03/2007) LE RECENSIONILa recensione di Gianmarco Cesario
Faticò non poco Elia Kazan, primo regista del “Tram che si chiama desiderio”, nel trovare un accordo con Tennessee Williams sugli attori che avrebbero dovuto interpretare i protagonisti della piece. Ma il personaggio che maggiormente fece penare, regista ed autore, fu quello Stanley Kowalsky, giovane e rude immigrato polacco, che utilizza la sua “animalità” per sedurre, convincere e sopraffare il mondo che lo circonda, rappresentato da sua moglie Stella, i suoi amici, e da lei, Blanche, la cognata venuta da lontano a sconquassare il suo regno, con i suoi merletti e suoi profumi, con i quali copre, in realtà, miseria economica e dolore, alcoolismo e ninfomania, ultimi viatici per sentirsi considerata ed amata. La leggenda vuole che un giovane attore si recasse a casa di Williams per leggere la parte di Stanley, e che, trovato l’autore alle prese con un guasto idraulico, si adoprasse per accomodarlo. Fu così che, in canottiera e sporco di grasso Williams e Kazan trovarono il loro Stanley e il mondo vide nascere una star: Marlon Brando.
Fare paragoni con Brando è sicuramente stupido e non pertinente, ma la storia appena narrata serve a capire quanto fosse difficile, pur senza termini di paragoni, sin dall’esordio di questo dramma, trovare un attore con delle caratteristiche tali da rendere credibile questo personaggio, di certo non positivo, ma nemmeno aprioristicamente negativo, inconsapevole del male che fa, naturale nella sua violenza e sessualità. In Italia, nelle varie edizioni del “Tram”, è sempre stato un problema ancora maggiore trovare interpreti idonei, anche il grande Vittorio Gassman (il primo Kowalsky italiano per la regia di Visconti) non aveva molto del suo personaggio, raffinato ed elegante, fisico atletico ma non certo animalesco, e dotato di una recitazione, soprattutto nel periodo giovanile, eccessivamente accademica, poi ci sono stati Mastroianni, intimista e sornione, Paolo Carlini, che certo non era un esempio di machismo, l’esotico Philippe Leroy, Massimo Venturiello, ed un attore sloveno che affiancò la grande Mariangela Melato. Infine ecco che esce dal cilindro di Lorenzo Salveti l’improbabile Enrico Lo Verso. Tratti somatici da uomo latino, fisico asciutto e dinoccolato, voce sottile, recitanzione incerta, Lo Verso è forse l’attore più lontano da quanto intendesse Williams, e costituisce, in quest’edizione del dramma, insieme alla regia di Salveti, il punto dolente della rappresentazione. Ci dispiace, perchè Paola Quattrini meritava sicuramente di più. Con la sua Blanche, pur peccando in alcuni punti di eccessivo macchiettismo, ed è una delle imperdonabili responsabilità di Salveti, la brava attrice romana affronta quello che non fatichiamo a definire il “ruolo della sua vita”. Lei è Blanche, con i suoi tic, i suoi tremori e i suoi isterismi. È Blanche quando fa la civetta con gli uomini, quando ricorda il suo doloroso passato, e quando, con rassegnata catarsi finale, decide di affrontare la sua morte civile. Degli altri interpreti poco da dire, qualcuno come Carla Ferraro (Stella) con un buon talento, ma tutti diretti con approssimata leggerezza, che va a discapito di storia e personaggi. Infatti pathos e profondità latitano, come se Salveti avesse avuto vergogna di affrontare la parte più oscura del testo, quella sociale, rappresentata dall’ integrazione e la violenza, e quella più intimistica e psicologica, in cui l’autore mise tutto il suo vissuto, i suoi sensi di colpa, la mai accettata, pur se dichiarata, omosessualità, e la follia della sorella, internata in manicomio. Salveti effettua a volte tagli imperdonabili sul testo, come quello perpetuato ai danni del secondo monologo della protagonista, quando narra a Mitch la sua odissea a Bel Reve, in cui l’autore raggiunge l’acme del lirismo, affrontando la dicotomia tra morte e desiderio, o affrettando e banalizzando il terribile gioco che si instaura tra Blanche e Stanley nei momenti che precedono lo stupro. Il finale, freddo e minimale, nonostante l’ottima prestazione della Quattrini, lascia con un inevitabile amaro in bocca. Peccato.
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