RE LEAR
LO SPETTACOLO
Autore: William Shakespeare Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diAlessandro Paesano Alessandro Paesano LA LOCATION
GOLDONI Repliche passate (dal 30/01/2013 al: 31/01/2013) LE RECENSIONILa recensione di Mauro Guidi
La recensione : un atto d'amore , non un commento Fare la recensione di uno spettacolo coinvolgente e travolgente come Re Lear è un atto d'amore , non un commento . Un atto d'amore prima di tutto verso colui ( Shakespeare ) che molti secoli fa è riuscito a dare origine ad una psicoterapia di gruppo reiterabile nello spazio e nel tempo , un atto d'amore per il coraggio di un attore ( Michele Placido ) che in un periodo di così basso profilo storico-politico-economico e morale della nostra contemporaneità ha trovato il coraggio di mettere in scena “ l'emozione dell'essere “. Si può sintetizzare secoli di storia,di pulsioni emotive spirituali e sessuali , una saga familiare , la lotta per il potere , l'eterno passaggio del “testimone della vita “ e del potere dai vecchi ai giovani ? Michele Placido c'è riuscito . Entrando in sala molto in anticipo ho notato subito la scena aperta a luci spente : mi sono seduto comodamente e nella iniziale solitudine ho potuto “ leggere “ il progetto scenico realizzato da Carmelo Giammello . Con l'inizio dello spettacolo il proscenio ha cominciato a popolarsi dei vari personaggi , ma lei , la scenografia, era già lì per accoglierli come il tempo è “ preesistente “ alle nostre vite . Quella scena farà girare in tre ore la ruota dei secoli : dal 1500 ai tempi nostri . Su una enorme corona , simbolo del potere , le immagini leggere ma oniriche dei vari potenti di ogni periodo storico. La bellissima scenografia , immanente ed accogliente sia per i personaggi che per gli spettatori , è riuscita benissimo a condensare il messaggio universale shakespeariano fotografandoci anche il cuore ed il pensiero di Michele Placido che ha avuto il pregio di mostrarci in questo spettacolo le ottime funzioni “dell'allenatore -giocatore “ , pardon del regista attore . Uno spettacolo che fila via come un lampo con ritmo e precisione , dove quattordici attori ( tutti bravissimi ) si ritrovano quasi sempre in scena con ritmi e vocalità calibrate alla perfezione mantenendo però , spettacolo dopo spettacolo ,lo stesso slancio iniziale delle prove e del gusto della ricerca personale ed interiore del personaggio interpretato. Il pubblico ha apprezzato con tanti applausi , al termine ma anche “in corso d'opera “, un lavoro che offre la possibilità prima di tutti a ciascuno di noi di fare un bilancio dei nostri sentimenti , progetti e pulsioni emotive nello scorrere del tempo che inevitabilmente ci porta alla conclusione della nostra esistenza. Vorrei sottolineare la bravura di Francesco Bonomo che ha interpretato la figura complessa e struggente di Edgar che subisce in scena una lenta metamorfosi nell'affrontare il suo tormentato percorso di ristrutturazione, la simpatica modernità del Matto interpretato da Brenno Placido che vistosamente si contrappone ai tratti epici da teatro greco che Gigi Angelillo ha saputo regalarci nell'interpretazione di Gloucester . Visto il 31/01/2012 a Livorno (LI) Teatro: Goldoni La recensione di Francesco Rapaccioni
I RE DI OGGI Vira verso il contemporaneo il Re Lear di Michele Placido, interprete, traduttore (insieme a Marica Gungui) e regista (insieme a Francesco Manetti). A cominciare dalla scenografia di Carmelo Giammello che lascia suggestivamente vedere il muro a mattoni del teatro Persiani. Una scena in cui si accumulano cose, macerie dell'oggi e del passato, frammenti della cronaca e della politica: una colonna di cemento armato, pneumatici, pezzi di statue classiche, graffiti à la Basquiat, una corona enorme appoggiata di lato come la ruota di un battello a vapore con all'interno, come a foderarla, incrostate immagini di Osama Bin Laden, Nelson Mandela, John Kennedy, la regina Elisabetta e molti altri, tutti "re di oggi". Anche i costumi di Daniele Gelsi sono praticamente contemporanei, abiti odierni senza connotazioni a cui si sovrappongono pochi elementi per rendere l'idea del plot e dei personaggi: corazze, mantelli, giacche, copricapi. A completare la parte tecnica le luci di Giuseppe Filipponio e le musiche originali di Luca D'Alberto. L'inizio è quasi pirandelliano, gli attori entrano tutti insieme, discutono di varie cose, toccano gli oggetti, mimano duelli con le spade: tutti chiaramente ancora fuori dai personaggi. L'arrivo di Michele Placido in abito di Re Lear (casacca e pantaloni rosso scuro) all'improvviso dà il via al dramma e tutti si mettono a recitare. Ma l'idea continua per tutto lo spettacolo in quanto gli attori, quando non sono impegnati in scena, siedono al fondo del palcoscenico, visibili dagli spettatori. Un'idea che non trova riscontro nelle scelte registiche e che resta lì, come una trovata senza riverberi. Lo stesso si potrebbe dire delle attualizzazioni di scene e costumi, che non aggiungono nulla al testo e alla storia, anzi comprimono la forza del testo e la prepotenza degli snodi drammaturgici. Anche se le parole mantengono, ovviamente, la loro presa emozionale sul pubblico: “A noi spetta accettare il peso di questo tempo triste; dobbiamo dire quello che sentiamo e non quello che conviene”, qui sì che si sente la denuncia del contemporaneo e nel finale lo spettacolo vola (troppi, oggi, vogliono farsi re, senza fatiche né studi). Nel ruolo del titolo Michele Placido sottolinea con coraggio l'età che avanza e la follia come metodo di accettazione di un inaccettabile presente, seppure la gestualità è parsa un poco convenzionale, della quale tuttavia si è apprezzata la immediata comprensibilità. Nel cast è spiccato su tutti per forza attoriale e presenza scenica Francesco Bonomo, un Edgar introverso e impaurito che si rifugia nei libri e poi, allontanato a forza dalla protezione casalinga e dai confortanti affetti, non ha altro che mostrarsi coraggiosamente nella sua nudità ma, proprio grazie a quella, inizia un percorso di formazione e ri-costruzione; Bonomo è bravissimo nel delineare la trasformazione del personaggio indagandone ogni piega e suggerendone ogni risvolto con gesti non enfatici ma calibratissimi, al punto da strappare più volte l'applauso a scena aperta. Convincono l'Edmund belloccio e spudorato di Giulio Forges Davanzati, anima nera della storia, e l'acerbo Matto adolescente di Brenno Placido che parla in rap, la cui somiglianza fisica con il vecchio re propone inedite considerazioni. Le tre figlie del re non rifuggono a quanto si aspetta il pubblico, Goneril calcolatrice e dal cuore di pietra, Regan superficiale e svampita, Cordelia lamentosa e piagnucolante, rispettivamente Margherita Di Rauso, Federica Vincenti e Linda Gennari. Gigi Angelillo é Gloucester, reso cieco come Edipo e replicato da una scultura in scena, seppure è parsa troppo cruda e inutilmente sanguinolenta la scena dell'accecamento nel contesto dello spettacolo. Francesco Biscione è Kent, poco in evidenza nel suo doppio ruolo. A completare il cast Alessandro Parise, Peppe Bisogno, Giorgio Regali, Gerardo D'Angelo, Riccardo Morgante. Pubblico numeroso, anche studenti delle scuole superiori nel terzo ordine dei palchi. Vivo successo. Visto il 06.11.12 a recanati (mc) Teatro: persiani La recensione di Maria Domenica Ferrara
Gli eventi nella loro massima espressione e gli eventi nella loro distruzione di cui rimangono nella memoria facce incorniciate dalle macerie. Così appare la scena in cui Re Lear racconta la sua storia di uomo tra gli uomini. Non è insolita una scenografia così rappresentativa a teatro. Lo è vedere simboli ed icone a rappresentare gli eventi di una storia che sembra ripetersi sempre partendo da un prologo promettente fino ad arrivare ad un epilogo che lascia un segno ma di cui non sappiamo quando e come, potrebbe rappresentare un cambiamento. Re Lear, uomo di potere, ha desiderio di tornare uomo spogliandosi dei suoi averi e responsabilità. Decide di farlo consegnando il regno nelle mani delle figlie. Decide di tornare bambino e come tale ha necessità di dimostrazioni di affetto. Le chiedealle sue figlie in cambio del potere attraverso semplici parole. Le parole non costano niente a Gonerill e Regan. Ma per Cordelia sono una violenza alla sua onestà e con il suo ‘nulla mio signore’ inizia il dramma perchè quando le figlie si mostreranno per quelle che sono, Lear diventerà pazzo. Michele Placido veste i panni del Re simbolo della natura umana. Si mette in gioco regalando al personaggio la leggerezza bambina che lo porta al suo declino per il desiderio di ‘gattonare fino alla morte’. Gioca con gli attori esaltandone la loro grandezza per poi ridimensionarla a parti infinitamente piccole del palcoscenico, metafora degli uomini col creato. E’ bambina l’evoluzione della follia toccando il suo massimo nell’entrata in scena in slip, giacca regale ed una ghirlanda di fiori sul capo. Bisogna sottolineare che la follia di Lear è degnamente sostenuta dal ‘Matto’ Brenno, (figlio dell’attore) giovane ed innocente che a tempo di rap ricorda quanto pagherà l’orgoglio di padre-padrone e da Edgar (Francesco Bonomo) pazzo per sopravvivenza, specchio dell’esperienza che lo stesso Lear affronterà. La visione shakespeariana di Placido affiancato da un ottimo cast tecnico ed artistico e una delle più interessanti proposte teatrali di questi ultimi tempi. La modernità e l’universalità del testo si identificano nelle facce di Marylin, Kennedy, l’Ayatollah Khomeini ed altri personaggi storici impressi su una corona inclinata che governa la scena distrutta dall’imperfezione umana. La condizione antropica nelle sue molteplici complessità ed il dramma di doverle vivere non porta mai fuori (e giustamente) lo spettatore da quello che è comunque una rappresentazione teatrale. A tenerlo sempre a mente sono gli attori che aspettano seduti e visibili al pubblico in fondo alla scena fino al loro ingresso.
Chiedersi il senso di Re Lear è probabilmente superfluo e questo vale per tutte le opere di Shakespeare. Mantenuto il finale nella versione tragica dove bene e male non sopravvivono, trovo che Placido e Manetti abbiano posto la speranza nell’amore e nella solidarietà tra le note di “Corpus Christis Carol” intonate da Federica Vincenti (Cordelia) ricordando che ‘bisogna esprimere sempre ciò che si sente e non ciò che si conviene’ Visto il 16/10/2012 a Roma (RM) Teatro: Quirino-Vittorio Gassman SOCIAL & C.SEGNALIAMOGLI ANNUNCISPECIALE TURISMOLA NEWSLETTERIL CARTELLONEIN SCENA |