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L'INGEGNER GADDA VA ALLA GUERRA
L ingegner Gadda va alla guerra

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LO SPETTACOLO

Autore: da Carlo Emilio Gadda e William Shakespeare
Regia: Giuseppe Bertolucci
Genere: poesie e versi
Compagnia/Produzione: Associazione culturale Explor-Azioni
Cast: Fabrizio Gifuni

Descrizione
Quattro anni dopo ‘Na specie de cadavere lunghissimo, spettacolo che, a partire dai testi di Pasolini e Somalvico, poneva le basi di una riflessione teatrale sulla trasformazione del nostro paese negli ultimi quarant’anni, Fabrizio Gifuni e Giuseppe Bertolucci riprendono il loro discorso guidati dalla lingua e dal pensiero di uno dei più grandi scrittori del ‘900.


I Diari di guerra e di prigionia – resoconto fedele della partecipazione di Gadda alla prima guerra mondiale – e l’esilarante Eros e Priapo, scritto-referto sulla psicopatologia erotica del ventennale flagello fascista, tracciano la rotta di un viaggio che ci conduce fino al nostro presente, alla scoperta di un popolo mai cresciuto. E, in ultima analisi, di noi stessi.


Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

FRANCO PARENTI
via Pier Lombardo, 14 - Milano (MI)
Tel: 02 599951
Fax: 02 5455929
Email: biglietteria@teatrofrancoparenti.it Sito Web: www.teatrofrancoparenti.it


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Stagione precedente o non previste repliche al momento

LE RECENSIONI


La recensione di Anna Brotzu

Tra Gadda e Shakespeare Gifuni racconta l'Italia

Feroce e ironico affresco dell'Italia tra la “grande guerra” e l'ascesa del Fascismo, con l'epos negato e inglorioso delle attese e delle disfatte e la seduzione delle masse dell'incessante e tronfia retorica del regime ne “L’Ingegner Gadda va alla guerra (o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro)”, vertiginoso assolo di Fabrizio Gifuni, per la regia di Giuseppe Bertolucci, in cartellone dal 25 al 29 aprile 2012 (in casuale ma felice coincidenza di date) al Teatro Massimo di Cagliari per la Stagione di Prosa del CeDAC. La prosa immaginifica di Carlo Emilio Gadda, traboccante di metafore e iperboli letterarie nel celebre saggio “Eros e Priapo”, satiri psicoanalitica del Ventennio si giustappone ai ricordi giovanili del “Giornale di guerra e di prigionia” con la deludente scoperta della verità (amara) sul mestiere delle armi del novello sottotenente a Edolo, in Val Camonica per intrecciarsi, in un raffinato gioco metateatrale, con frammenti dell'“Amleto” di William Shakespeare. Luci e ombre su una scena scarna dominata dal corpo e la voce dell'attore (nonché ideatore del progetto, che in dittico con il pasoliniano “’Na specie de cadavere lunghissimo” compone un'“Antibiografia di una nazione” e dramaturg), tra mimesis e simboli, dialoghi e citazioni dei grandi maestri del teatro e perfide “canzonette” d'epoca, disegnano maschere grottesche e sortilegi notturni, scandiscono la solitudine del (futuro) guerriero tra compagni diversi e le inquietanti visioni del Principe di Danimarca, (in)seguono il filo logico del pensiero sulla fatale inanità degli italiani «troppo acquiescenti al male». Malinconia e rabbia – davanti alla manifesta inadeguatezza dei comandi e la distanza dei governanti dalla realtà del fronte – affiorano dalle note del diario del “Gaddus” poco più che ventenne arruolatosi come volontario, inizialmente animato da bellici fervori salvo poi confrontarsi con la routine quotidiana tra escursioni esplorative in montagna e eccessive indulgenze nella mensa, scherzi e buffonerie malgraditi fino al tragico confronto con la morte. Appunti privati, testimonianze di una duplice insofferenza – nell'inazione e nell'assurdità di errori e sprechi dell'erario: la macchina di guerra ha scarpe malfatte e mal cucite, la sofferenza dei soldati ingiustamente e inutilmente si inasprisce per colpa di chi non sa o non vede e la conta dei morti segna invariabilmente sproporzioni fra truppe e ufficiali. Finché in prossimità del fronte l'arduo esercizio del coraggio si compie non nell'impeto dell'assalto ma nella fermezza davanti al fuoco nemico e come ne “Il castello di Udine” è lode alla virtù – pur con qualche umana debolezza - dei soldati italiani. Tra le righe traspare la sfera degli affetti, l'apparente rivalità guerriera con il fratello, la tensione, la noia, il fastidio del disordine nel campo e l'algido e innevato “ordine della natura” in un costante mutare di condizioni e stati d'animo che culmina nell'amarezza della sconfitta e la durezza della prigionia. Viaggio nella mente (e nel cuore) del giovane sottotenente tra entusiasmi e dubbi, personali idiosincrasie e giustificata indignazione per un emblematico racconto della vita nell'esercito, con l'alternarsi della fortuna e il brivido del pericolo, la tentazione della gloria e il sacrificio degli (involontari o incoscienti) eroi. Cronache belliche nei dettagli del quotidiano a far da pendant allo splendido, lucido, sarcastico e irridente delirio dell'Alì Oco De Madrigal, fantasioso anagrammatico pseudonimo dell'autore nel pamphlet che mette a nudo il tiranno: svelati gli inganni e i trucchi del misero teatrino del'autorappresentazione del potere, Gadda trova in “Eros e Priapo” la misura del fascino pericoloso del Duce, fino all'ipnosi collettiva o eccesso di tolleranza culminante ne «il prevalere di un cupo e scempio Eros sui motivi di Logos». Istrionici virtuosismi in un drammatico e cupo crescendo, per un'accurata ricostruzione dell'origine della dittatura, in chiave verosimilmente patologica: «Vorrei, e sarebbe il mio debito, essere al caso d'aver dottrina di psichiatra e di frenologo di studio consumato in Sorbona: da poter indagare e conoscere con più partita perizia la follia tetra del Marco Aurelio ipocalcico dalle gambe a ìcchese: autoerotomane affetto da violenza ereditaria». L'incubo pauroso e le menzogne a copertura de «i crimini della trista màfia e di tutti li “entusiasmati” a delinquere» rivivono nella rievocazione dell'orgia fallica del potere e innegabili coincidenze impongono le similitudini tra lo ieri e l'oggi, finché il rito carnascialesco svanisce e occhi negli occhi l'artista metamorfico rivelatosi attore e uomo suggerisce il dubbio che nei corsi e ricorsi della storia sia impigliato il presente e già il futuro del Belpaese, e insilla (forse) implicito il germe rivoluzionario della ritrovata/rinnovata democrazia e libertà. 

Visto il 25/04/2012 a Cagliari (CA) Teatro: Massimo

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Voto: Voto del Redattore: Anna Brotzu


La recensione di Alessandra Burattin

Un Amleto moderno

Una linea luminosa, una sedia, uno scorrere di parole e lunghi silenzi. Sono questi gli elementi scenici che costruiscono la messinscena di L’ingegner Gadda va alla guerra, un monologo interpretato da Fabrizio Gifuni e tratto da Carlo Emilio Gadda e William Shakespeare, per la regia di Giuseppe Bertolucci.
In scena, Fabrizio Gifuni appare come un Amleto solo e moderno, che ripercorre il suo passato, attraverso momenti di follia, comicità e melanconia. Riappaiono le ferite più profonde, legate alla sua partecipazione alla guerra, un evento che segnerà tutta la sua vita ma soprattutto la sua anima. È avvolto nel buio della scena, solo con i propri fantasmi della mente, proprio come Amleto e cerca di sconfiggerli attraverso la memoria, il ricordo del dolore e la paura per il futuro.
Sofferenza e solitudine si alternano in questo lungo monologo ma anche riflessioni sul perché di una guerra, capace di segnare un intero popolo. Queste parole, appaiono allo spettatore come temi fortemente attuali, capaci di aprile lo sguardo a innumerevoli riflessioni sulla nostra società.
 

Visto il 14/03/2012 a Padova (PD) Teatro: Verdi

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Voto: Voto del Redattore: Alessandra Burattin


La recensione di Alessandro Grieco

LA SOTTILE LINEA, ROSSA

Vincitore di ben due premi Premi UBU, per la precisione quello riconosciuto al migliore spettacolo e quello consegnato al migliore attore, “L'ingegner Gadda va alla guerra”, traendo ispirazione da alcuni scritti del controverso autore lombardo,  offre una stimolante e attuale riflessione sull’Italia, sugli italiani e sulla loro storia, uno spettacolo che sembra quasi un monito che voglia ricordarci quanto gli italiani, trinariciuti dalla ubris e dal proselitismo talamico del primo caudillo affetto da satiriasi di passaggio, siano dei proto-lemmings, “troppo acquiescenti al male” ed ineluttabilmente destinati a sprofondare nella palude dell’indolenza di un “secolo oramai fuori dai cardini."                                                                                                                                                                                                                                    
Infatti la pièce accosta con grande intelligenza “Il giornale di guerra e prigionia”, un diario redatto durante la Grande Guerra quando Gadda partì per arruolarsi volontario, ed “Eros e Priapo”, scritto-referto sulla psicopatologia omoerotica e sul repertorio mitografico fascista, in cui l’autore, dopo aver evocato "le cosce, i calzoncini corti, i bei deretani mantegneschi", scrive "Amo il Mantegna degli Eremitani e ammiro il suo crudele vigore (pittorico) e i suoi esecutori di giustizia, ma non provocherei una guerra per procurarmi la soddisfazione sadica e omoerotica di buttarvi a morire i figli di quelle... a cui si è largito il premio nuziale perché facessero figli".                                                                                                                                                                                  Lo spettacolo si presenta come una sorta di pamphlet per la scena, un pamphlet reso folgorante, compatto, veloce  grazie all’impeccabile direzione registica di Giuseppe Bertolucci; Fabrizio Gifuni, una sorta di Drogo malmostoso, è di iperbolica bravura nel suo strologare e nel restituire l’articolata e complessa prosa gaddiana con la naturalezza che fa emergere in maniera significativa la viscerale urgenza espressiva e la vocazione, al tempo stesso sentimentale e razionale, propria dell’esperienza creativa di Gadda.
Il singolare pastiche linguistico della satira corrosiva dell’autore del pasticciaccio si accorda perfettamente all’incalzante ingranaggio drammaturgico dell’operazione scenica: dal grammelot elevato e prezioso dell’autore deriva suggestivamente un pendant scenico architettato alla stregua di un labirinto catottrico di rimandi ossessivi  ed ombre impenetrabili, una dimensione al tempo stesso realistica ed allucinata in cui è possibile dipanare e seguire il fil rouge che unisce il palcoscenico al pubblico, Gadda ad Amleto, il Duce al Priapo sibarita dei nostri tristi giorni, giorni in cui, sembra suggerirci l’acuta regia di Bertolucci, non possiamo che confidare in una ancora fumosa democrazia del futuro, ben diversa dalla presente dittatura di maggioranze servili e di piccoli cortigiani turiferari, “vil razza dannata”, che corrompono la politica inchinandosi al potere del denaro.

Visto il 11/10/2011 a Roma (RM) Teatro: Vascello - Sala 1

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Grieco


La recensione di Francesco Rapaccioni

L'iperbolica bravura di Fabrizio Gifuni

Porto Sant'Elpidio (FM), teatro delle Api, “L'ingegner Gadda va alla guerra (o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro)” da Carlo Emilio Gadda

L'IPERBOLICA BRAVURA DI FABRIZIO GIFUNI

Lo spettacolo si compone di due parti, la prima tratta dai “Diari di guerra e di prigionia”, la seconda da “Eros e Priapo”. In mezzo, qua e là, come intercalare, frammenti dall'Amleto di Shakespeare, che si infilano come naturale complemento, facilmente riconoscibili per le diverse luci: azzurrine, a tracciare una L sul palco per il Bardo, biancastre dall'alto per Gadda. Gifuni riconosce in Gadda un Amleto novecentesco e ne segue le tracce nei suoi scritti, esemplificati nel riferimento del sottotitolo al protagonista di “La cognizione del dolore”.

Agosto 1915, il sottotenente di fanteria Carlo Emilio Gadda è a Edolo, in una pensione dove si respira aria fresca di montagna. La notte è agitata da sogni tristi, Gaddus è dominato da grande tristezza nonostante a casa stiano tutti bene; ma è oggetto degli scherzi indiscreti dei commilitoni e sente la mancanza di casa. Lo tormentano visioni di felicità perduta e gli affetti lontani. Ondeggia tra un sogno e l'altro, tra un desiderio e l'altro. Ama la patria ma ne vede i mali incurabili e ne è sconvolto, lui che si sente un “ardito impacciato” o piuttosto un “petulante timido”.
Le date e le pagine del diario si sgranano nel racconto di Fabrizio Gifuni, gli amici liguri rievocati con leggero (ma preciso) accento genovese. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, semper in eodem loco: i fatti della guerra sono agghiaccianti nella loro quotidianità, analizzata con lucidità e senza alibi. La cattiva fornitura delle scarpe, ad esempio, che si sfaldano alla pioggia: frode all'erario e danno al morale delle truppe. Ma “noi italiani siamo troppo acquiescenti al male”. Quel male che è “guardare con gli occhi dei cortigiani”. Pietà e ironia si fondono nel tratteggiare l'orrore di quegli anni terribili, il sacrificio di tanti poveri giovani, carne da macello dentro e fuori dalle trincee.
Poi la prigionia, il duro calvario, il martirio. E il ritorno a casa, alla vita non più normalizzabile dopo quell'esperienza.
Totale e senza appello è la condanna alla guerra, mossa con racconti in prima persona. Il racconto di Gifuni, vibrato e appassionante, riporta un Gadda umano, il suo sentire, il suo essere nella guerra, senza falsità, senza eccessi.

La seconda parte è narrata  con accento toscano, una tirata contro la dittatura, la tirannia, contro il potere assoluto. L'analisi della psicopatologia del Cuce (evidentemente il Duce) si concentra sul delirio sessuale, nel suo “giganteggiare fasullo” su scarpe con tripli tacchi che ricorda qualcun altro. Ma in Italia pare non esserci “cognizione” e la ripetizione è lì, sempre possibile.
Impressionante la parte finale. Le luci in sala sono accese, Gifuni si rivolge agli spettatori di oggi con le parole di ieri, che si riconoscono solo per gli accenti: i temi, invece, i soggetti e gli effetti sono tutti dell'oggi più stringente. In attesa di una resurrezione.

La lingua raggiunge altezze vertiginose; i lievi cambi di abbigliamenti ribaltano l'essere sul palco (una maglia a posto della giacca ed ecco le due parti del testo). Lo spettacolo è folgorante, compatto, veloce, anche grazie alla regia intelligente di Giuseppe Bertolucci. Fabrizio Gifuni è di iperbolica bravura nello restituire quella magnifica, ricercata prosa con una naturalezza che fa emergere ancora di più la profondità di spessore, il colpire al tempo stesso cuore e ragione. Gifuni è solo in una scena completamente vuota, all'inizio traccia un segno con un immaginario gessetto, crea un percorso immaginario che poi si riempirà di parole e delle immagini che da tali parole traggono vita. Gifuni non imita Gaddus, si fa megafono delle sue parole, dei pensieri, dell'uomo. Riuscendo a restituire una delle personalità più complesse della letteratura italiana. Una straordinaria prova d'attore. Uno spettacolo che non lascia respiro, che coinvolge, emoziona, costringe lo spettatore a interrogarsi, a pensare. A porsi domande, incessantemente.

Pubblico molto coinvolto, alla fine interminabili applausi.

FRANCESCO RAPACCIONI

Visto il 19.02.11 a porto sant'elpidio (fm) Teatro: delle api

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni

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