Era il 1994 e Susanna Tamaro pubblicava il suo "Va' dove ti porta il cuore". Ad oggi, con i suoi quattordici milioni di copie nel mondo, è il libro italiano di maggior successo del secolo. Eppure, a parte il film di Cristina Comencini con Virna Lisi, non era stato ancora mai riadattato per il teatro: "volevo prendere un po' di distanza tra il libro e me, dopo tanto clamore e tante emozioni", dice Susanna.
Ma arriva il 2007 e Marina Malfatti, attrice che dal 1988 dà il nome anche a una compagnia teatrale, le telefona, con la proposta di un incontro. Susanna aveva già rifiutato delle richieste da parte di qualche regista teatrale... ma questa volta non lo farà.
Questa volta incontra Marina Malfatti, ed è come se vedesse in lei già "Olga, con tutte le sue durezze e le sue vaghezze, il suo humour e i suoi rimorsi".
Questa volta iniziano gli incontri con Emanuela Giordano e Roberta Mazzoni, tutte e tre insieme impegnate nella riduzione teatrale del testo – per cui alcuni dialoghi vengono estrapolati dal libro, altri vengono inventati.
E, infine, questa volta lo spettacolo si mette in scena.
Su una scenografia candida, pura, del colore e della consistenza di un liquido amniotico, si avvicendano le tre donne con i loro tre destini: figure quasi eteree, evanescenti - una nonna, una figlia, una nipote - tre generazioni che si incontrano, si scontrano, si abbandonano, si ricordano. Non c’è presente, né passato, né futuro - o meglio, ci sono, ma sono mescolati. È il tempo del sangue, e della memoria. Memoria una e trina: trina perché loro sono tre; una perché sono legate da uno stesso filo, “da un segreto doloroso che ha minato le loro vite e che cercano disperatamente: di nascondere (Olga), di scoprire (Ilaria) e di comprendere (Marta)”, per usare le parole della stessa Tamaro.
Eppure, è tutto molto chiaro e facile da seguire, ogni dialogo/scontro generazionale è una cosa a sé, che colpisce ognuno per un motivo, attraverso cui si intravede un mondo, e che poi si va ad inserire in quel filo che è il destino che lega le tre donne e l’amore che, nonostante tutto, si sente forte, ognuna a modo suo lo prova, e ognuna a modo suo lo fugge, coperto da una coltre soffocante di incomunicabilità.
Sono tre profonde solitudini che non si sono mai incontrate, divise dal peso di tutto ciò che non si è detto, un peso che piano piano è diventato un muro sempre più alto e sempre più duro da buttare giù. Olga non ha mai parlato con la figlia, ma mai neanche con la nipote che, sola, si ritrova con il testamento spirituale della nonna, unico appiglio su cui reggersi e sorreggersi, in cui ritrovare un senso per andare avanti. E solo così Olga riuscirà finalmente a dimostrare l’amore che non era mai riuscita a dare veramente alle sue due bambine: solo con la verità.
Brave le attrici.
Brava la Malfatti, che interpreta Olga, ma che non viene mai chiamata per nome, perché lei è – a seconda della persona che si ritrova davanti – semplicemente chiamata “mamma” o “nonna”. Lei svolge il ruolo di filo di congiunzione tra sua figlia e la figlia di sua figlia, più in generale lei è il filo di congiunzione dello spettacolo, colei attraverso cui si snocciola tutta la storia.
Brava Agnese Nano, un’inquieta Ilaria, tanto dura quanto appassionata.
Brava la giovane Carolina Levi, Marta, la nipote, naturalissima, quasi cinematografica nella sua interpretazione.
La regia è affidata sempre a una donna, e non poteva essere altrimenti: più precisamente ad Emanuela Giordano, che ha curato anche la riduzione teatrale, con Roberta Mazzoni e con Susanna Tamaro. Proprio lei, che inizialmente aveva una pessima idea del libro, dice. Ed è normale da credere: l'etichetta della lacrimosità, dell'eccesso di sentimentalismo, è un qualcosa che viene spesso attaccato a "Va' dove ti porta il cuore". Ma no, non sono solo lacrime quelle che si vedono, neanche in questo spettacolo: è semplicità, sentimenti veri, puri. E lo dice anche la Tamaro: “personalmente ricerco sempre due cose: la semplicità e la verità. Molte volte inizio a scrivere una storia e poi mi rendo conto che non è vera, non può essere verosimile: è solo letteraria. E allora mi fermo: non posso e so che non devo andare avanti... Io ho una grande vena fantastica, ma ho imparato a controllarla, a non fidarmi: il fantastico in letteratura deve essere veramente grande, se no è meglio tenerselo per sé...”. In una parola sola, è vita. E poi “io sono la persona meno sdolcinata che esista...”.
Però sì, magari una lacrima scivola anche.
Roma (RM), Teatro Quirino, 7 ottobre 2008
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