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LA MAGLIA NERA - GESTA E INGEGNO DI LUIGI MALABROCCA

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LO SPETTACOLO

Autore: Matteo Caccia
Regia: Rosario Tedesco
Compagnia/Produzione: Produzioni Fuorivia
Cast: Matteo Caccia

Descrizione
Atto unico. Un unico attore in scena. Sul palco una strana bicicletta, una sedia ed una brocca d'acqua.
Un mondo che oggi potrebbe apparire surreale, che ci viene presentato attraverso gli occhi del grande Luigi Malabrocca, il "Cinese" di Garlasco (scomparso meno di un anno fà), famoso non tanto per le sue doti di ottimo ciclista, ma per essere un abitueé dell'ultimo posto nella classifica del Giro d'Italia, peculiarità che gli permise di costruire la sua popolarità e di prendersi soddisfazioni anche sul piano economico. In particolare, nel giro del 1949, la sua rivalità col muratore vicentino Sante Carollo (scomparso nel 2004) per la corsa all'ultimo posto appassionò l'Italia tanto quanto quella che c'era in testa alla corsa, tra Coppi e Bartali. In un momento storico in cui gli italiani si sentivano “ultimi”, era facile per la gente ai bordi delle strade affezionarsi a quel reietto che arrivava in fondo, arrivava ultimo ma arrivava.
Scritto ed interpretato da Matteo Caccia
Date repliche a cura di
Fedra Fedra
Scheda spettacolo a cura di
Fedra Fedra

LA LOCATION

FILODRAMMATICI
via Filodrammatici, 1 (piazza della Scala) - Milano (MI)
Tel: 02 36595671
Email: info@teatrofilodrammatici.com Sito Web: www.teatrofilodrammatici.com


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LE RECENSIONI


La recensione di Donato Panìco

Una sedia in un angolo, un bicchiere e una brocca d’acqua, sei pezzi sospesi nel vuoto, da rimontare come un puzzle, per ricostruire una strana bicicletta, forse al contrario, così come si costruisce una storia attraverso i ricordi. La storia di Luigi Malabrocca. “La maglia nera. Gesta e ingegno di Luigi Malabrocca”, è in scena al centralissimo Teatro dei Filodrammatici. Terzo dei quattro spettacoli che compongono la rassegna “Gli Arrabbiati del Naviglio” iniziata il 24 febbraio ed in programma fino al 22 marzo e dedicata alla energie teatrali che si sono formate artisticamente a Milano, luogo che ha dato loro spazi e possibilità espressive. Il monologo, scritto e rappresentato da Matteo Caccia, per la regia di Rosario Tedesco e con le musiche originali di Gianni Coscia, è la ricostruzione delle gesta di Luigi Malabrocca, piemontese e ciclista al tempo in cui il duo Coppi-Bartali la faceva da padrone. Mentre i due campioni infiammavano la folla lottando per la maglia rosa, Malabrocca era riuscito a farsi amare per una personalissima caratteristica: quella di arrivare ultimo. Inizialmente casuale presto divenne il mestiere di Malabrocca: il capire che arrivare ultimo poteva fruttargli maggiori soddisfazioni sia per un ritorno di popolarità sia in termini economici, piuttosto che un anonima ennesima posizione, fu senza dubbio una geniale intuizione. Illuminazione tanto acuta da stimolare gli organizzatori del Giro d’Italia ad introdurre la ‘maglia nera’ quale premio per l’ultimo classificato. Presto Malabrocca, vincitore di 139 gare, cinque competizioni e detto anche ‘il Cinese di Garlasco’, divenne un beniamino, una leggenda rovesciata, in grado di dar lustro all’ultima posizione. Nella difficilissima Italia del Dopoguerra, in cui la divisione ciclistica (Coppi o Bartali) diveniva anche poitica (PCI o DC), nel 29° Giro d’Italia (1946), il Giro della Rinascita, fu facile per gli italiani appassionarsi alle gesta di quel ‘ultimo’, coriaceo e disperato, che arrivava ultimo ma arrivava. Una storia quasi epica, ambientata nell’epoca dei ciclocontrabbandieri, che esprime una rabbia particolarissima, quella di sbarcare il lunario, la rabbia del fare di necessità virtù. Ma anche la rabbia che si trasforma in competizione verso chi vuole rubarti quel qualcosa che è tuo: come quando Malabrocca, nel Giro del 1949, trovandosi a lottare per la maglia nera con Sante Carollo, appassiona l’Italia con un duello surreale colmo d’astuzie. Matteo Caccia, anche lui piemontese e diplomatosi proprio all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, è noto per esser rimasto vittima nel 2007 di un’amnesia retrograda globale e per cercare di ricostruire i propri ricordi attraverso un diario nel programma radiofonico “Amnesia” su Radio2. Con ‘La maglia nera’, perfetta prova di teatro di narrazione, l’attore piemontese mette in mostra tutte le sue qualità: monologo dal filo logico chiaro, la trama risulta leggera e comprensibile perfino per gli agnostici del ciclismo. Con la sua capacità narrativa appassiona, poi, l’intera platea che pende dalle labbra dell’attore per conoscere o rivivere le gesta di Malabrocca. Pregevole anche l’utilizzo delle luci, perfetto contorno delle variazioni nell’atmosfera narrativa. Prezioso, infine, l’accompagnamento musicale che, attraverso le musiche jazz del fisarmonicista Gianni Coscia, costruisce un’atmosfera eroica d’altri tempi, perfettamente adatta alla storia. Gli applausi finali del pubblico sono forse i più calorosi dell’intersa rassegna Milano, Teatro dei Filodrammatici, 13/03/2009
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Voto: Voto del Redattore: Donato Panìco


La recensione di Francesco Rapaccioni

Apiro (MC), teatro Giovanni Mestica, “La maglia nera. Gesta e ingegno di Luigi Malabrocca” di Matteo Caccia UN VIAGGIO NELLA MEMORIA Il racconto di Matteo Caccia narra le gesta e l'ingegno (posso dire l'epopea, perchè di vero epos si tratta) di Luigi Malabrocca (“un nome che suona come una maledizione”), ciclista famoso e perdente, anzi famoso proprio in quanto perdente. La celebrità di questo umile padre di famiglia piemontese giunse ad oscurare quella dei campionissimi Fausto Coppi e Gino Bartali e fu costruita ad arte, non per caso (“corre e pensa, pensa e corre”). Durante il Giro d'Italia del 1946 Malabrocca comprese furbescamente (italicamente) che, non avendo la stoffa per arrivare primo, poteva far parlare di sé (e fare soldi) giungendo ultimo: all'anonimato di mezza classifica sostituisce la celebrità dell'ultimo. Il prodotto da vendere è la sconfitta, perfetto per gli italiani di quel momento, di quel sentire. Si applicò con metodo alla sua teoria, tagliando sempre il traguardo in coda al gruppo ma mai fuori tempo massimo per evitare squalifiche. Così fu cucita su di lui la “maglia nera” che dà il titolo allo spettacolo, contendendo alla “maglia rosa” l'attenzione degli sportivi e dei giornalisti. Giunse a guadagnare in un Giro la somma astronomica per l'epoca di 280.000 lire, pari allo stipendio annuo di un impiegato, pari alla somma dei premi dei classificati ai posti terzo, quarto e sesto. Il suo successo si spiega con la figura del simpatico perdente nell'Italia uscita a pezzi dalla guerra, l'italiano astuto che se la cava con ingegno. Infatti in quell'Italia il ciclismo è lo sport più popolare perchè la “fatica” fisica del ciclista è vicina a quella della gente comune, e tutti, in quegli anni, si muovono in bicicletta. Uno sport non per eletti ma per coraggiosi, democratico, che parla un linguaggio semplice, quello della fatica, quello del sudore. Ma quando appare Sante Carollo che gli insidia il “primato” di ultimo, Malabrocca si ritira, per poi iniziare a vincere, stavolta arrivando davvero primo, nelle corse ciclocampestri. Matteo Caccia ha scritto e racconta con passione la storia ciclistica ed umana di Malabrocca, ponendosi nel solco fecondo del teatro di narrazione. All'inizio pezzi di bicicletta pendono nel buio, come brandelli di memoria: ruota, manubrio, pedali, catena, sellino. Poi Caccia via via li combina fino a comporre una bicicletta, con la sua luce, con il suo suono. Componendo anche un racconto orale fervido che cattura l'attenzione, il racconto di un'Italia che non c'è più, la traccia di una memoria da non disperdere. Con questo evento è iniziato nel piccolo ma prezioso teatro di Apiro il “GIRO D'ITALIA – Viaggio nella memoria di un Paese che non c'è”, una rassegna intelligente e coraggiosa curata da Sonia Antinori, che scrive: “La nostra generazione è nata senza padri. In un paese di bellezza ineffabile, ma sfigurato da troppe ombre. Chi è cresciuto all'indomani delle utopie e degli entusiasmi per giustizia e uguaglianza si è trovato a confronto con un vuoto impossibile da colmare. E dopo un lungo momento di sconcerto è stato costretto a dissodare il passato alla ricerca della perduta identità. Questo l'impulso che ha creato la nuova onda di un teatro teso a raccontare il presente attraverso l'indagine incessante del passato prossimo. Questo lo sguardo che si propone per un ideale viaggio nell'Italia degli ultimi cinquant'anni: un paese attraversato da contraddizioni, ingenuità e ipocrisie, sfuggente e sconosciuto come noi che lo abitiamo”. Un viaggio nel nostro passato prossimo, aggiungo io, che diventa epopea collettiva, ammantata di quell'epos che rende la storia da particolare a universale. Il “viaggio” (all'interno di “Futura memoria”, percorso dedicato al teatro e alla danza nell'ambito del progetto “Palcoscenico Marche”) prosegue prima ad Apiro con “Lampedusa è uno spiffero” e “Le nozze di Antigone”; poi a Loro Piceno e Monte San Giusto con “Attraversando la terra di mezzanotte”, a Mogliano con “Natura morta in un fosso”, a San Severino con “La gabbia”, ad Ostra con “Appunti dall'età dell'innocenza” e la seconda fase di “Terra di mezzanotte”, memoria delle feste da ballo che una volta si tenevano nei teatri. Da non perdere. FRANCESCO RAPACCIONI Visto ad Apiro (MC), teatro Giovanni Mestica, il 24 novembre 2007
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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni

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