NOVECENTO
LO SPETTACOLO
Autore: Alessandro Baricco Descrizione
La storia di Novecento è la storia di un eccentrico personaggio, Danny Boodmann T.D. Novecento, nato per caso nel ventre di una nave che agli inizi del secolo faceva la spola tra l'Europa e l'America, con il suo carico di miliardari, di emigranti e di gente qualsiasi. Novecento era un pianista straordinario, dalla tecnica strabiliante, capace di suonare una musica meravigliosa. Pare che non fosse mai sceso da quella nave. L'ormai celebre fiaba in forma di monologo teatrale di Baricco ha avuto una versione cinematografica di Giuseppe Tornatore: "La leggenda del pianista sull'oceano". Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
ELISEO LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Alessandro Grieco
Il viaggio incantato di un Novecento jazz Preziosa ed insostituibile tessera di un percorso monografico dedicato al genio di Gabriele Vacis, creativo ed affabulante regista torinese, 'Novecento', tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco, è operazione contraddistinta da una poetica precisa, forse la più diffusa nell’estetica contemporanea: la poetica dello stupore, poetica senza tempo che si esalta in narrazioni di grande impatto emotivo, sempre sospese tra incanto, ironia e commozione. Ispirato a “La commedia umana” di Saroyan William, “Novecento”, che alcuni anni fa ha dato vita, inoltre, ad una nota versione cinematografica di Giuseppe Tornatore, è un racconto che si svolge prima e durante il secondo conflitto mondiale, sull’Atlantico, ed è un’opera la cui perfetta resa scenica si deve anche al fatto che è stata concepita dallo stesso Baricco proprio perché fosse interpretata da Eugenio Allegri e diretta Gabriele Vacis. Il filo conduttore è la vita di un eccentrico personaggio nato per caso nel ventre di una nave e rimasto sempre all’interno di quella casa viaggiante, un viaggio che non si sa quando è cominciato né tantomeno quando finirà, proprio come la vita. Così, la vicenda di un uomo che vive solo di musica e dei racconti dei passeggeri, diventa metafora di uno sguardo che tutto comprende. Prigioniero volontario del transatlantico, Novecento riesce, infatti, a cogliere l’anima del mondo e a tradurla in grande musica jazz: “negli occhi delle persone si vede quello che vedranno, non quello che hanno già visto”. Spaventato dall’infinito, dalla responsabilità di avere un mondo addosso che non potrà mai conoscere tutto, dal dover scegliere una sola terra in cui vivere e una sola casa, Novecento decide di scorrerla tutta questa enormità, di guardarla dall’oblò di una casa senza fondamenta, insomma decide di scappare senza mai fermarsi. Una scelta apparentemente poco coraggiosa ma che merita comunque rispetto e sembra rammentarci che la vita è così complessa che ogni presunzione di superiorità è banale, ingiusta. D’altronde, anche se l’umanità che conosce è rinchiusa tra la prua e la poppa di una nave, Novecento cerca in quell’inferno claustrofobico una cifra che possa rendere la sua esistenza più degna e più sopportabile: la musica. Novecento sa che attraverso la musica, l’uomo diventa infinito come le esperienze, i respiri, le parole che la terra ascolta e ci restituisce, egli ha compreso che, se si è infiniti, non si può più avere paura di ciò che è senza limiti, ma ci si può solo trasformare in granelli di sale sciolti dalle acque del mare. Interprete di innata e straordinaria abilità, Eugenio Allegri, dando corpo ed anima alla leggenda del pianista sull’oceano, sale da solo sul palco, insieme al suo leggio, e si fa cassa di risonanza di una liricità profonda e, trasformando la scena nello spazio di una magia per cui è sufficiente qualche luce, musiche lontane e la capacità di emozionarsi ancora, cattura la nostra attenzione e la lega a sé per tutta la durata della rappresentazione, sostenendo il meraviglioso monologo con il suo agile corpo da clown e trascinandoci nella storia con la sua cosmoteandrica poiesi fino alla fine, fino all’ultima gemma dell’allestimento pensato da Vacis, ossia fino allo ieratico cameo di Arnoldo Foà che, con voce roca ed impastata di memoria, ci ammonisce sul senso del vero teatro e ci ricorda che “essere felici vuol dire essere stati lì, o una roba del genere!”.Visto il 3/11/2009 a Roma (rm) Teatro: Valle La recensione di Mauro Staffolani
Sipario. Luce. Un letto con la testiera piena zeppa di vecchie fotografie
in bianco e nero, appiccicate l'una fianco all'altra senza soluzione di
continuità, un comodino, un attaccapanni a cui sta appesa una gruccia che sorregge una giacca bianca, molto elegante. Il tutto poggia, tramite un binario, sopra una superficie rialzata e basculante (la nave) lunga quasi quanto tutto il palcoscenico. Steso sul letto, un giornale fra le mani,lui, il grande vecchio. Si alza, molto lentamente, flemmatico, senza fretta, nessuno potrà mai portargli via la sua storia,appoggia il giornale, si siede sulla poltroncina, guarda il pubblico con quella sua faccia da promesse, e comincia. La voce è piena, calda, pastosa, solo talora minata da leggere cadute di tono che diresti messe lì apposta,spesso interrotta da colpi di tosse che diresti far parte di una
scenografia prestabilita. Ma sai che non è così, anche se a te, in quel
momento, non interessa. L'idea che ti viene è quella di un vecchio
immortale che si trova lì per farti partecipare della sua eternità e lo fa
raccontandoti una delle migliaia di storie della sua vita (e pensi, che
vita!!), ma, in assoluto, la più bella. Sta seduto, sempre. Indossa una
giacca da camera, sempre. Come un uomo a riposo, uno che per riposarsi
racconta. Talora, dolcissime melodie si insinuano fra le parole. E' la musica di Novecento, quella che suona lui, fatta solo di note che non esistono se non nella sua immaginazione. E tu, che te ne stai lì,incantato ad ingoiare parole e musica e a domandarti se ha mai un nome ciò che stai provando e se mai lo proverai più. Nel frattempo il grande vecchio, fra un colpo di tosse e l'altro, fra un picco di voce ed un
basso, arriva al "duello" a colpi di note fra Novecento e Jelly Roll
Morton. E qui, inaspettatamente, cade il primo quadro. Quadretto, se
vogliamo, ma cade. Quando il grande vecchio fa un errore...per ben due
volte, nel corso del duello, dice che Jelly è tutto vestito di nero, in
realtà Jelly è tutto vestito di bianco...alla fine, quando Jelly scende
dalla nave, sconfitto, si corregge e dice tutto vestito di bianco. Non
sembra accorgersi dell'errore. O perlomeno, non lo dà a vedere.
Dimenticanza o mestiere? Così va avanti. Fino alla fine del "duello".
Atto secondo. Subito, arriva subito, all'inizio, e ancora non immagini
come lo dirà, lui. Ma è solo questione di attimi. Quando cade un quadro,
quello originale, stavolta...beh, quando dice fran lo dice piano,
piano, si potrebbe dire che lo sussurra, accompagnando la voce lieve co
un gesto di mani appoggiate sulle ginocchia, mani che abbandonano, che
mollano la presa, e dopo il fran ci piazza un riso leggero, roco, che ha
dentro quell'arrancare stanco di mille sigarette, quel ruggito ancora da
re, ed è una cosa bella, potevi pensarla proprio così, con lui seduto che ti guarda e ride e piano dice fran.
Ogni tanto si alza dalla poltroncina, ma sono attimi. Si risiede. E
continua. E' una magia, provo a guardarlo intensamente, ad isolarmi da
tutto quanto mi circonda ed allora è come se lui fosse lì solo per me, lui
e la sua storia più bella. E' una magia rotta, però, perchè, ogni tanto,
tre spettatori, solo tre, li riconosco, tossiscono, e sembrano farlo
apposta, a tossire proprio quando non dovrebbero, quando sei immerso nel
silenzio della sala e stai provando ad entrare dentro quella magia.
Tossiscono!! Ripetutamente, ad intervalli più o meno regolari. Forse non lo sanno, nessuno glielo avrà detto che, lì dentro, solo il grande vecchio
può tossire. Solo lui. Poi, piano piano, si approssima alla fine. Il
grande vecchio è un po' stanco, si vede. Si alza, si toglie la giacca da
camera, si avvicina a passi lenti all'attaccapanni ed indossa, con gesti
calibrati, la giacca bianca molto elegante. Così diventa Novecento. Da
questo momento rimane in piedi, fin quasi alla fine. E comincia a spiegare
all'amico il motivo per cui non riuscì a scendere dalla nave, quel giorno
in cui avrebbe voluto farlo. Tutto perfetto, addirittura sublime, fino al
momento in cui...cade il secondo quadro...quando il grande vecchio fa
un'altro errore, grande, stavolta...Salta un'intera pagina, non un pagina qualunque, ma quella pagina di cui pronuncia solo la frase conclusiva: sai che musica, però...se solo c'è un pianoforte, saltando a piè pari tutta la premessa, eliminando quella pagina bellissima, memorabile, in cui Novecento ironizza sul suo viaggio in paradiso. Parole che, come se non bastasse, sono messe lì proprio per stemperare un po' la tensione del
momento, per far ridere nel pianto...insomma...lui le salta. A piè pari. E stavolta se ne accorge, è chiaro, è inevitabile, perchè quando pronuncia la frase finale c'è qualcosa che non quadra. Se ne accorge, ma non sembra,perchè oramai è troppo tardi e lui continua, così, come se nulla fosse. E stavolta è mestiere, al 100%.
Così arriva alla fine, senza quel pezzo, così come Novecento arriva in
Paradiso senza il suo, di pezzo, il suo braccio sinistro. E' stato come se
mi avesse tolto qualcosa, così.
Poi, smaltita la delusione, ho pensato che una svista così, ad uno così,
si poteva tutto somato anche perdonare. Dopo tutto quello che ti aveva
dato.
Il grande vecchio era arrivato alla fine, dimenticandosi un pezzo. Perchè
era stanco. Proprio come il suo Novecento, alla fine, quando, dopo aver
incantato tutti i suoi desideri, vuole solo scendere dalla sua vita,
insieme alla sua nave, per sempre. Stanco.
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