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IL NIPOTE DI RAMEAU
Il nipote di Rameau

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LO SPETTACOLO

Autore: Denis Diderot
Regia: Silvio Orlando
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Cardellino srl
Cast: Silvio Orlando, Amerigo Fontani, Maria Laura Rondanini

Descrizione
Silvio Orlando porta in scena uno dei testi più divertenti e brillanti del Settecento francese. Il capolavoro satirico di Denis Diderot è la parabola grottesca di un musico fallito, cortigiano convinto, amorale per vocazione. Nella sua imbarazzante assenza di prospettive edificanti, nella riduzione della vita a pura funzione fisiologica, Rameau riesce in maniera paradossale a ribaltare la visione del bene e del male, del genio e della mediocrità, della natura umana e delle possibilità di redimerla. Rameau manca dai nostri teatri dagli inizi degli anni novanta, un ventennio di profonde mutazioni nel corpo della nostra società civile, le sue contorsioni intellettuali assumono quindi nuovo e violento impatto e nuovi motivi di divertimento.
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

DONIZETTI
piazza Cavour 15 - Bergamo (BG)
Tel: 035 4160602
Fax: 035 233488
Email: teatrodonizetti@comune.bg.it Sito Web: teatro.gaetano-donizetti.com/


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Repliche passate (dal 12/02/2013 al: 17/02/2013)

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LE RECENSIONI


La recensione di Luca Di Tommaso

Diderot, filosofo critico sociale, secondo Orlando

Quando Denis Diderot, filosofo tra i fondatori dell'illuminismo europeo, scrisse "Le nouveau de Rameau", lo fece pensando alla sua società e a ciò che il sistema morale in essa vigente andava riflettuto. E' sorprendente quanto oggi Silvio Orlando, nell'adattamento del testo realizzato insieme a Edoardo Erba e nella regia da lui stesso proposta alla scena italiana, riesca a renderlo attuale.
O forse non è così. Forse è il testo stesso ad essere così universale da toccarci immediatamente quando lo vediamo riadattato e messo in scena ai nostri giorni.
Comunque, tutti gli onori del caso vanno tributati a Orlando. Non solo per aver compiuto un adattamento digeribile a un pubblico sempre più abituato al ritmo frenetico dello zapping, e che quindi avrebbe difficilmente sostenuto 150 pagine di dialogo filosofico di difficile teatralizzazione, ma anche perchè Diderot mancava dalle nostre scene dall'inizio degli anni '90. Quando si pensa al Settecento teatrale, sono altri i nomi che siamo abituati ad evocare: Goldoni, ad esempio. Ed invece, quanta ricchezza di riflessione e potenziale divertimento può serbare un testo  di teatro filosofico come questo.

La storia è scarna, la dinamica teatrale non è delle più avvincenti. Un filosofo in scena, che alla fine scopriamo essere Diderot stesso, ben interpretato da Amerigo Fontani,  racconta del suo incontro con tale Rameau, il nipote del famoso musicista Jean-Philippe, interpretato con grande estro da Silvio Orlando. Il dialogo avviene in osteria, graziosamente abitata da una cameriera, interpretata da Maria Laura Rondanini, e dove il parassita  ordina da bere a spese del pensatore. Il racconto introduce l'azione e torna periodicamente ad interromperla, secondo la lezione del dentro/fuori, presente/passato che abbiamo appreso da Brecht.
Quello cui assistiamo è un dialogo tra due individui se possibile opposti, come se Diderot avesse voluto creare per se stesso un bastian contrario perfettamente simmetrico al proprio ritratto. Questo Rameau, a differenza dello zio che ha avuto un tale successo, non è considerato da nessuno, se non da qualche ricco signore che lo accoglie come parassita cortigiano nella sua casa, per trarne spasso durante i ricevimenti, come da un fenomeno da baraccone. Orlando fa del personaggio una specie di eterno ubriaco, infatti il movimento sulla scena, deliziosamente accompagnato dal clavicembalo di Luca Testa, è dato soprattutto dallo squilibrio fisico, oltre che morale, di questo carattere.
La conversazione tocca tutti i punti più cari alla tradizione filosofica illuminista: il genio, la virtù, la verità, l'ordine del mondo, la politica. La cornice dialettica è la filosofia morale, il bene e il male i valori ultimi in gioco. Ma mentre il personaggio del filosofo si fa portatore di tutto il benpensare dotto del tempo (che è ancora in gran parte il nostro d'oggi), questo avanzo d'immoralità, o forse d'amoralità, che è Rameau, questo sputo di società che appare distorto nel moto corporeo e nella mimica facciale da un Orlando che non si vergogna, talvolta, di apparire mostruoso, brandisce una morale che definirei sistematicamente sismica.
Diderot propone la verità, Rameau elogia la bugia. Il filosofo loda il genio, il buffone innalza la mediocrità, e così via, secondo una coerenza di pensiero che mette il pensatore alle strette e fa apparire l'altro, oltre che più simpatico, retoricamente e cognitivamente superiore. Continuamente provocando nel pensiero "politically correct" crepe e spaccature da terremoto.
Ma com'è possibile? Perchè? Perchè Diderot, fondatore dell'illuminismo, maestro di morale, mette in scena un personaggio negativo in questo modo?
La strategia, che Orlando coglie in profondità e traduce brillantemente in scena, è quella della satira sociale. Mostrando, esibento, ostentando la negatività di un personaggio, la negatività della società che lo include risulta magnificata e messa a nudo. Rameau infatti si professa rappresentante tipico del mondo in cui vive, a dispetto delle iperuraniche rislessioni sul migliore dei mondi possibili o sulla virtù in un universo ordinato. Così, in definitiva, il contrasto fondamentale tra i due personaggi, a monte di tutti gli argomenti che la loro dialettica viene a toccare, si rivela essere quello tra due approcci al pensiero e all'esistenza: uno più idealista ed intellettualista, l'altro più concreto e realista. Come dire, l'uno è virtuoso per aspirazione, l'altro è vizioso per necessità.
"Se i maestri di morale ne sapessero veramente qualcosa, non la insegnerebbero! Filosofia, matematica, morale, sono inutili in una società come la nostra". Ti ritrovi pezzente e bastonato. Tanto vale educare sin da subito i più piccoli alle arti pantomimiche della vita sociale. "E' tutta questione di posizioni: chi chiede, chi concede, chi adula, chi lecca...". Meglio abituarsi al balletto quanto prima e quanto meglio.
Non che debba derivarne un elogio del vizio e dell'ignoranza, evidentemente. Tanto più che a pensarci bene, questo malpensante coltivatore del male, è in verità più onesto di tutti gli altri. Perchè mentre gli altri continuano la pantomima senza ammetterlo, Rameau lo dichiara addirittura. Così, la sua negatività si ribalta in positività: come Socrate un tempo fu più sapeinte perchè seppe almeno di non saper nulla, oggi Rameau è più onesto perchè ammette almeno di essere ipocrita. 
Ne risulta non solo un quadro nero della società dell'epoca (e della nostra di riflesso), ma anche una potente messa in crisi del pensiero filosofico campato in aria, ignaro delle contraddizioni del sociale. Tirare coi piedi a terra la filosofia, fondarla su una sociologia, è finalmente necesario.
Da questo punto di vista, il Diderot personaggio appare radicalmente diverso dal Diderot drammaturgo. Quest'ultimo si serve della propria silouhette scenica per rivelarne la mediocrità, come a dire: la filosofia senza una concreta osservazione del proprio presente, la riflessione sull'idealità senza una concreta riflessione sulla materialità, non ha senso.
Così, se la regia di Orlando non si può dire proprio il non plus ultra dell'estro immaginativo, si può senza dubbio lodare per la sua secchezza ed il suo brio, che hanno il pregio di far apparire in tutta la sua attualità, con allusioni continue al nostro contesto (complice la bassa statura che il regista condivide con personaggi di spicco del nostro panorama socio-politico), la contraddittorietà necessaria ad ogni pensiero maturo. In particolare, appaiono indovinati i giochi di luce che esaltano l'alternanza epica tra il dentro e il fuori, la spinta grottesca della mimica facciale di Orlando, le sue intenzioni prepotentemente satiriche nella versione del "fannullone libertino" che si trova ad incarnare.
Ecco come la lezione di un Brecht, che probabilmente fu debitore non solo, com'è noto, dei precetti recitativi del Paradosso dell'attore ma anche, meno banalmente, di questi testi satirici di Diderot, ecco come la tradizione di un teatro critico, istruttivo e divertente, può essere recuperata oggi senza impiegare necessariamente centinaia di migliaia di euro per produrre un allestimento che, alla fin fine, si potrebbe rivelare criticamente sterile, nonostante i nomi di rilievo che vi si potrebbero includere.

Visto il 11/12/2012 a Napoli (Na) Teatro: Nuovo

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Voto: Voto del Redattore: Luca Di Tommaso


La recensione di Luigi Orfeo

Il paradosso dell'uomo libero.

La trama è molto semplice, quasi un pretesto, ma non ve la racconterò per non togliervi tutto il gusto che questo gioiellino di spettacolo possiede.
Il nipote di Rameau credo sia la risposta più efficace alle domande che in questo momento storico e culturale affliggono la lingua teatrale: è possibile trattare ancora dell'umano pensiero a teatro? E in che modo? Come fare a trovare il punto di equilibrio tra leggerezza e profondità? Tra intrattenimento e sermone?
Silvio Orlando con questo spettacolo ci riesce, servendosi di un testo tutt'altro che immediato, reso più equilibrato e drammaturgicamente più efficace dall'adattamento eseguito dallo stesso Orlando con Edoardo Erba, forse la migliore penna teatrale vivente in Italia.
La tensone filosofica vede contrapporsi un avventore di un caffè e il nipote di Rameau. Non due uomini, ma due archetipi che confrontano i loro modi di vivere opposti seppur uniti dalla finalità delle loro azioni: vivere una vita felice.
Nelle maglie di questi discorsi ci finisce di tutto: etica ed estetica, la politica, la vanità, il denaro, il potere, l'amore, la fame e l'invidia.
Durissima prova allora rimanere svegli sulle poltrone al tepore della platea?
Affatto! Perchè non è mai moralistico, autoreferenziale e anacronisctico. È continua metafora più che mai attuale, è satira, confronto, scontro, duello e corteggiamento.
Non ci sono espedienti per reggere tutto questo: Giancarlo Basili crea una scenografia semplice e ben fatta, utile ed efficace, la musica suonata dal vivo da Simone Gullì, in poche parole non si usano trucchetti ma artigianato teatrale. Tutto si regge sulla bravura degli interpreti, sulla potenza dell'evocazione e su Silvio Orlando, eccezionale. Velocità di pensiero, freschezza, potenza, generosità, equilibrio e ironia. Tratta questo personaggio come un giocoliere tratta le sue clave.

Eccoci di fronte ad una scelta coraggiosa, quindi: chapeau.
In piena crisi economica, culturale e politica c'è chi sceglie di arrovellarsi attorno alla natura dell'uomo, portando in scena una nuova agorà dove si confrontano e scontrano pensieri, società e futuri contrapposti. Tutto questo con il dono magico della leggerezza. Come direbbe Eduardo De Filippo: “Si ride, ma di un riso verde.”

Visto il 23/11/2011 a Roma (RM) Teatro: Piccolo Eliseo Patroni Griffi

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Voto: Voto del Redattore: Luigi Orfeo

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