PROCESSO A DIO
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 5
LO SPETTACOLO
Autore: Stefano Massini Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
TEATRO DI VARESE MARIO APOLLONIO LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Silvia Marchetti
Sono numerose e memorabili le opere dedicate all’Olocausto, la tragedia più sconvolgente e toccante che la storia abbia mai conosciuto. Così come sono tanti e, forse, inutili i tentativi di spiegare le atrocità e le umiliazioni subite dal popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo oltre sessant’anni, il mondo si domanda ancora il perché di tale orrore e quale senso, se di senso si può parlare, abbia avuto sterminare un’intera generazione di uomini e donne. “Processo a Dio” non da risposte. Non vuole rispondere. E’ il “non-senso” la pedina che ha condotto il gioco e che, paradossalmente, gli ha conferito significato. Il giovane Stefano Massini ha dato vita ad un racconto straordinario e drammaticamente intenso, scritto seguendo uno stile pulito, diretto e pungente. Le emozioni e la rabbia che trasudano da questa storia sono state trasportate brillantemente sul palcoscenico, luogo in cui si rinnova il sodalizio tra il regista Sergio Fantoni e l’attrice Ottavia Piccolo (già insieme ne “Il libertino” di Erich-Emmanuel Schmitt nel 2000).
Nel freddo e cupo magazzino del campo di concentramento di Lublino-Maidanek, fresco di liberazione, si svolge un processo tanto surreale quanto atteso. L’imputato è Dio; ad accusarlo, un’attrice di origine ebraica, Elga Firsch. Con l’aiuto del giovane Adek, la donna tiene sotto sequestro un ufficiale delle SS (Francesco Zecca), il quale dovrà rappresentare proprio l’imputato e darle le risposte che cerca. I giudici improvvisati del processo sono due anziani saggi (Silvano Piccardi e Olek Mincer), chiamati a svolgere un compito arduo e sofferto: dare un verdetto. A tentare di difendere la figura di Dio è il Rabbino di Francoforte (Vittorio Viviani) anch’egli rinchiuso, da oltre un anno, nel terribile lager e miracolosamente rimasto in vita. Elga è nervosa, assetata di verità e giustizia. Dai suoi occhi infuocati traspare tutta la sofferenza provata in quei lunghi, interminabili giorni di lavori forzati, fame e disperazione. Sono lontani i momenti di gloria e di felicità, nei quali era apprezzata come attrice e come donna. Elga si sente morta internamente. Il sangue che scorre nelle sue vene è avvelenato dalla rabbia, nella sua testa i ricordi si ergono come terribili fantasmi dai quali sa che non potrà mai fuggire. Dov’era Dio, l’Onnipotente che tutto crea e tutto può distruggere, durante la Shoah? Come ha potuto permettere tali brutalità? Sono ben cinque i capi d’accusa mossi dalla donna: schiavitù, sterminio, tratta di esseri umani, tradimento e disumanità. La Firsch non si limita a puntare il dito con forza e convinzione ma, con immensa determinazione, mostra ai presenti prove dettagliate e pesanti che sembrano mettere con le spalle al muro l’imputato. Ci sono migliaia di schede e registri che descrivono minuziosamente le atrocità subite dagli ebrei; ci sono tracce di esperimenti disumani e di lavori svolti al limite della sopportazione. Il Rabbino tenta faticosamente di trovare giustificazioni: con voce sofferta ma permeata di speranza e fede, difende Dio, descrivendolo come prima vittima dello sterminio ma costantemente vicino agli ultimi. La colpa è, secondo l’anziano ebreo, da attribuire ai nazisti e al loro desiderio di sostituirsi al divino, raggiungendo la perfezione e l’onnipotenza. Il finale è concitato e ricco di pathos emotivo: se davvero Dio è riconosciuto come innocente, l’ufficiale nazista sarà ucciso. Al contrario, se è la volontà del Padre Eterno che ha permesso lo sterminio di milioni di innocenti, il giovane tedesco vivrà.
La scenografia e i costumi, curati nei dettagli da Gianfranco Padovani, non ricreano il tipico lager nazista, piuttosto, lasciano intelligentemente alla fantasia dello spettatore la libertà di esprimersi e di vedere, di là delle pareti, il mondo dei deportati, che ruota intorno alla sofferenza ma anche ad una grande dignità. Le musiche di Cesare Picco producono suoni consoni ad una tragedia della contemporaneità e scandiscono, spesso, i tempi del processo. Ottavia Piccolo si dimostra attrice impegnata e di estrema sensibilità. Da anni conduce una ricerca personale proponendo un teatro civile denso di significato e lontano da ogni tipo di retorica. Con intensità e vero tormento, si muove e si dispera sul palco per denunciare le barbarie, senza mai arrendersi né cadere nel banale. E’ visibile, sul suo volto, la passione che la lega al personaggio e alla storia rappresentata. Di forte personalità la prova dimostrata da Viviani, ispirato Rabbino difensore della spiritualità, costretto, a volte, a scegliere la via del silenzio di fronte al “non senso”.
Bravi anche gli altri protagonisti, legati da una fluidità e chiarezza di dialogo, ormai rare da trovare nel teatro contemporaneo.
Il “Processo a Dio” coinvolge tutti gli uomini, non solo le vittime e i presunti colpevoli dell’Olocausto. Non è nelle nostre possibilità comprenderne i motivi, giungere a risposte universali. E’ questo il messaggio che lo spettacolo intende comunicare al suo pubblico, il quale col fiato sospeso e un pizzico di commozione, regala agli attori minuti di applausi scroscianti.
Per non dimenticare e per riflettere in modo diverso dal solito.
Modena, Teatro Storchi, 24 febbraio 2008.
La recensione di Tommaso Dotta
DIO CONTRO L’UOMO O L’UOMO CONTRO DIO?
La persecuzione degli ebrei e l’infernale “soluzione finale” orchestrata da Hitler e dai suoi gerarchi costituiscono un tema di sicuro effetto, che non può lasciare indifferente alcun tipo di pubblico, eppure incredibilmente difficile da trattare. Difficile perché è già stato detto molto. Difficile perché si corre sempre su di un filo teso sulla retorica e sulla banalità. Ma soprattutto difficile perché l’orrore, la brutalità della Shoa, sono talmente inconcepibili, talmente inaccettabili che la gente preferisce dimenticare, vivere la propria vita con la solo vaga consapevolezza di ciò che è avvenuto.
Perché, in fondo, comprare dei biglietti per rovinarsi il morale? Perché essere costretti a riflettere su domande senza risposta? …tanto sappiamo tutti cosa è accaduto.
Ma è proprio questo uno dei motivi che rende insopportabile la persecuzione degli ebrei: il silenzio e l’indifferenza in cui rischiano di cadere le nuove generazioni.
Il testo del giovane e davvero promettente Stefano Massini è diretto ed efficace: riesce nell’intento di dare realtà al fatto storico, tradurlo in emozioni vere, palpabili sulla scena. E se l’obiettivo è raggiunto in modo efficace è soprattutto per il grande lavoro di squadra compiuto. La regia di Sergio Fantoni e le interpretazioni degli attori comunicano l’urgenza, da parte dei sopravvissuti, di conoscere un perchè, di dare un senso a tutto ciò che si è stati costretti a subire.
Questa urgenza si traduce in un processo: sul banco degli imputati niente meno che Dio.
I capi di accusa sono cinque: perché, Dio, hai tolto al tuo popolo la libertà? Perché, Dio, lo hai tenuto all’oscuro di quello che stava realmente accadendo? Perché lo hai tradito? Perché lo hai venduto? E infine perché lo hai disumanizzato?
Le prove di colpevolezza sono portate da Elga Firsch (una grande Ottavia Piccolo, totalmente immedesimata nell’intenso ruolo), un’attrice ebrea ma che in fondo rappresenta la voce dell’umanità intera.
La difesa dell’imputato è affidata ad un rabbino (Vittorio Viviani) che con calore si impegna nella disperata impresa di convincere i presenti come Dio sia sempre presente, nei salotti confortevoli di Francoforte come nel fango del lager di Maidanek.
Al processo assistono, in veste di giudici, due reduci del lager (Olek Mincer e Silvano Piccardi) e il figlio del rabbino (Francesco Zecca), gli uni assetati di risposte, l’altro di sete di vendetta nei confronti degli aguzzini delle SS.
Al centro della scena e dell’ipotetico processo siede il gerarca tedesco, perennemente immobile, il volto scolpito da un efficace gioco di luci e ombre; egli rappresenta il barbaro esecutore, colui che si è ritenuto pari all’Altissimo e che ora è costretto a difendersi, con la spocchia fastidiosa di chi è conscio di essere superiore. Ottima interpretazione in questa ambigua veste di Marco Cacciola, sempre in bilico tra il ripensamento e il delirio di onnipotenza.
Le scene di Gianfranco Padovani sono ben orchestrate: il lager di Maidanek è una presenza invisibile eppure opprimente. Ciò che rende davvero reale la finzione ricreata è la consapevolezza, da parte del pubblico, della realtà di tali luoghi e della storicità di tali eventi. La vicenda è quindi seguita con trasporto, in un glaciale silenzio.
Le domande che muovono lo spettacolo muovono anche tutti noi. Le risposte, di conseguenza, vanno ricercate nel nostro profondo.
Savona, Teatro Comunale Chiabrera, 15/01/2008
La recensione di Elisabetta Croce
Uno spettacolo commuovente e toccante. Un’opera, quella di Sergio Fantoni, che coinvolge lo spettatore e lo fa riflettere. Che aiuta a non dimenticare, ma che soprattutto pone, prima di tutto i credenti, davanti a uno dei più grandi quesiti: Dio dov’era durante l’Olocausto? E dov’è ogni volta che c’è un delitto, odio, morte e distruzione? La questione non è banale e Massini riesce ad affrontarla con un testo molto profondo e dalle numerose sfumature.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale Elga Firsch (Ottavia Piccolo), attrice ebrea deportata al campo di Maidanek organizza, insieme al rabbino Nachman e ad altri testimoni, un processo a Dio, personificato nella figura di un militare nazista loro prigioniero.
I capi d’accusa sono cinque e Elga, mediante documentazioni recuperate nel campo ormai deserto, cerca di dimostrare che Dio, punto di riferimento per gli ebrei, non solo ha abbandonato il suo popolo, ma si è reso responsabile delle atrocità da esso subite. Per contro, il rabbino cerca in ogni modo di difendere quello in cui ha sempre prestato fede senza poter credere che in tutta quella sofferenza possa esserci la volontà di Dio, ma sostenendo che tutto sia riconducibile ad un uomo che vuole ergersi a Dio.
Il processo si svolge così affrontando passo dopo passo tutte le barbarie avvenute durante la guerra in quei campi di sterminio, dove gli uomini sono diventati numeri e merce di scambio.
Lo spettacolo emoziona davvero, dal cuore. Gli attori interpretano il testo in modo eccellente e così reale e sentito che riescono a colpire lo spettatore. Molto brava Ottavia Piccolo, molto bravi anche gli altri interpreti. Ottima la regia di Sergio Fantoni, precisissima, così come precisi sono scene e costumi.
Spettacolo di grande spessore che sicuramente vale la pena vedere.
Teatro Carcano
Milano, 14/04/2007
La recensione di Francesco Ristori - L'Orma - www.lormaonline.com
Siamo nell'anno ebraico 1704, 63 anni fa, e nel magazzino del campo di sterminio di Maidanek appena liberato. Va in scena un processo voluto dall'ebrea Elga Firsch, che prima di essere internata otto mesi prima faceva l'attrice a Francoforte; un processo particolare che ha dal punto di vista della protagonista un solo imputato (D-o), ma dal punto di fatto due imputati (D-o e il'SS Sharfuhrer Rudolf W. Reinhard).
Cinque i capi d'accusa contro l'Altissimo: schiavitù, sterminio, tradimento, tratta, ed annientamento dell'umanità. Per ciascun capo d'accusa prove precise, dettagliate ed un avvocato d'ufficio (il Rabbino di Francoforte Nachman Biederman) spessoin difficoltà a svolgere il proprio compito. Un grande dilemma: assolvere D-o e condannare l'SS o condannare D-o assolvendo implicitamente l'SS? Alla fine quale sarà il giudizio? probabilmente quello che ciascuno degli spettatori vorrà dare, o forse non verrà mai perchè gli ebrei, così come tutto il genere umano, sta mettendo sotto processo l'Eterno da sempre, e continuerà a farlo.
Marco Cacciola è perfettamente calato nella parte dell'SS Sharfuhrer, con una freddezza straordinaria; una caratteristica che in alcuni momenti viene meno alla protagonista Ottavia Piccolo che non sembra riuscire sempre, nei momenti in cui sta a margine della scena, a mascherare l'emozione che suscita in ciascuno il ricordo dell'epoca più nera della storia recente; pur annullandosi nel personaggio ed esprimendosi al massimo quando viene chiamata ad esprimersi.
Tuttavia, questa non è un opera che possa essere vista solo per vedere del buon teatro ed assaporare la bravura degli attori.. Chi va a vedere quest'opera va per riflettere, ed il testo aiuta moltissimo a fare questo. Uno spettacoloche attribuisce un ruolo di primo piano all'allegoria dell'umanità che di fronte alle atrocità più grandi sente il bisogno di trovare un colpevole che possa anche manlevare da quanto succede l'umanità stessa; un testo che fa trasparire chiaramente la difficoltà dell'uomo a conservare le proprie certezze di fronte ad orrori di proporzioni gigantesche che fino a poco prima sembravano impossibili.
Gli applausi copiosi quando il sipario è calato al termine del processo hanno certamente mostrato come il pubblico di Genova, città che ben ricorda gli orrori nazifascisti che trovarono spazio nella Casa dello Studente, abbia apprezzato questo ulteriore tassesso che si va ad incastonare nel grande puzzle di eventi voluti per "la giornata della memoria", la profondità del testo e la bravura degli attori. Sicuramente 4 giorni in cartellone a Genova non sono molti; l'invito per chi non riuscisse a vederlo nel capoluogo ligure, è di seguirlo nelle repliche che vi saranno in altre città italiane.
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